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Economia
18 Febbraio 2026 - 10:03
Latte torinese al collasso: 803 stalle a rischio tra importazioni estere e prezzi schiacciati
Il latte torna al centro di uno scontro che riguarda non solo i prezzi, ma l’identità agricola di un intero territorio. A Torino e provincia il comparto lattiero-caseario è una delle colonne del sistema agroalimentare, eppure oggi si trova stretto tra costi crescenti, importazioni a basso prezzo e dinamiche industriali che comprimono la remunerazione agli allevatori.
A lanciare l’allarme è il presidente di Coldiretti Torino, Bruno Mecca Cici, che parla apertamente di speculazione e richiama l’industria a un’assunzione di responsabilità verso il territorio.
«Le speculazioni sul latte stanno danneggiando uno dei settori di punta del sistema agroalimentare torinese. Siamo uno dei territori italiani famosi per il contributo a quel cibo Made in Italy che ci fa grandi nel mondo eppure una parte degli industriali gioca con il fuoco. Se non cesseranno subito questi giochi al ribasso sulla pelle degli allevatori rischiamo di perdere le stalle, le mucche e il latte e dovremo dire addio al comparto lattiero-caseario».
Parole nette, che arrivano dopo una serie di segnalazioni raccolte dagli uffici di zona di Coldiretti. Al centro delle preoccupazioni c’è la concorrenza considerata sleale, che colpisce in particolare gli allevamenti familiari, la tipologia più diffusa nel Torinese.
I numeri fotografano un settore ancora solido ma vulnerabile. Nel territorio provinciale sono attive 803 stalle da latte, con oltre 1.300 addetti diretti e più di 35.000 mucche di razza Frisona, a cui si aggiungono razze alpine come la Pezzata Rossa e la Pustertaler-Barant. Una realtà che garantisce ogni anno oltre 10 milioni e 500mila litri di latte fresco, materia prima destinata alla produzione di formaggi tipici e prodotti lattiero-caseari che rappresentano una fetta importante del Made in Italy.
Non si tratta solo di quantità. Il latte torinese deve rispondere a parametri qualitativi precisi, in particolare per quanto riguarda la presenza di proteine e grassi, fondamentali per la trasformazione casearia. Standard che implicano un alto livello di benessere animale, un’alimentazione bilanciata e investimenti costanti nelle strutture.
La tradizione locale affonda le radici nella storia agricola della provincia. L’alimentazione delle bovine si basa sul fieno ricavato dal prato stabile e sulle coltivazioni di prossimità, in particolare il mais. Molte aziende puntano all’autosufficienza per il nutrimento degli animali, con un modello che mantiene vivi prati e campi aperti, preservando il paesaggio rurale e l’equilibrio ambientale.
È proprio questo modello che, secondo Coldiretti, rischia di essere messo in discussione da dinamiche di mercato aggressive.
«La speculazione, unita ai forti costi di gestione e agli investimenti necessari per un moderno allevamento rispettoso del benessere animale e votato alla qualità del prodotto, ha fatto chiudere oltre il 20% delle stalle negli ultimi 10 anni. Allevare costa. Non riconoscerlo significa uccidere i sogni dei giovani che vogliono intraprendere con passione questo lavoro ma anche accettare che le nostre campagne diventino incolti o terreni buoni per la speculazione energetica e la cementificazione».
Il dato è pesante: più di una stalla su cinque ha abbassato la saracinesca nell’ultimo decennio. Dietro ogni chiusura non c’è solo un bilancio in rosso, ma una famiglia, un’azienda, un presidio territoriale che scompare.
Lo scenario dei consumi, paradossalmente, non giustifica una crisi strutturale della domanda. Il calo del consumo di latte fresco si è arrestato da tempo, mentre crescono i consumi di formaggi freschi e yogurt. I formaggi stagionati restano un punto di forza del Made in Italy sui mercati nazionali e internazionali.
Eppure, secondo gli allevatori, continuano le distorsioni sul prezzo del latte riconosciuto alla stalla. Una parte della produzione sfugge alla contrattazione strutturata, creando spazi per ribassi e tensioni. A questo si aggiungono le importazioni a basso costo di latte sfuso, cagliate per mozzarelle, latte in polvere e crema di latte provenienti soprattutto da Belgio, Germania, Francia e Olanda.
L’arrivo di materia prima estera a prezzi inferiori esercita una pressione ulteriore sui listini interni. Non sempre il consumatore è in grado di distinguere con chiarezza l’origine del latte utilizzato nei prodotti trasformati, mentre la filiera locale si trova a competere con sistemi produttivi che possono contare su economie di scala e costi differenti.

La critica di Coldiretti si concentra in particolare su una parte dell’agroindustria piemontese.
«Basta con le speculazioni dell’agroindustria piemontese che continua ad importare latte dall’estero pur percependo i fondi regionali che dovrebbero essere destinati alla valorizzazione delle produzioni locali. Porteremo la questione prezzi e l’intera situazione critica del comparto al Tavolo latte, convocato in Regione il prossimo 23 febbraio. Perché una adeguata remunerazione del lavoro degli allevatori è condizione imprescindibile per mettere al sicuro tutta la filiera e continuare a garantire ai consumatori prodotti di qualità che sostengono l’economia, il lavoro e il nostro territorio».
Il riferimento è al Tavolo latte regionale, convocato per il 23 febbraio, che si preannuncia come un passaggio cruciale. Sul tavolo non ci saranno soltanto i numeri, ma il futuro stesso della filiera lattiero-casearia torinese.
La questione della remunerazione è centrale. Gli allevatori sostengono costi significativi per mangimi, energia, manodopera, adeguamenti strutturali e investimenti legati al benessere animale e alla sostenibilità ambientale. Se il prezzo riconosciuto non copre questi costi, l’equilibrio economico salta.
Il rischio, secondo Coldiretti, è duplice. Da un lato la progressiva chiusura delle aziende, con perdita di posti di lavoro e desertificazione agricola. Dall’altro la trasformazione del paesaggio rurale, che potrebbe lasciare spazio a terreni incolti o a utilizzi alternativi, dalla speculazione energetica alla cementificazione.
Il latte, in questo quadro, non è soltanto una commodity. È un elemento che tiene insieme economia, ambiente e identità territoriale. Ogni stalla attiva rappresenta un presidio produttivo e sociale. Ogni litro di latte trasformato in formaggio o yogurt racconta una filiera che parte dai campi e arriva sulle tavole.
La partita che si gioca in queste settimane va oltre il confronto tra allevatori e industria. Riguarda la capacità del territorio torinese di mantenere un comparto che vale occupazione, qualità e reputazione.
Il 23 febbraio il Tavolo latte dovrà affrontare nodi concreti: prezzi, contratti, trasparenza nelle importazioni, utilizzo dei fondi pubblici. La richiesta di Coldiretti è chiara: fermare le speculazioni e garantire una remunerazione adeguata alla produzione locale.
Perché dietro la battaglia sul prezzo del latte non c’è soltanto un margine economico. C’è la tenuta di 803 stalle, di oltre 1.300 lavoratori, di un sistema che negli ultimi dieci anni ha già perso più del 20% delle sue aziende.
Se la filiera non troverà un equilibrio sostenibile, l’allarme lanciato da Coldiretti rischia di trasformarsi in un dato strutturale: meno stalle, meno latte locale, meno capacità di valorizzare un patrimonio che ha fatto del Torinese uno dei territori simbolo del Made in Italy agroalimentare.
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