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15 Febbraio 2026 - 18:17
Corteo di Non una di meno, insulti a Bongiorno, itinerario tra i Murazzi e piazza Castello, sit-in giovedì
Trecento persone hanno attraversato il centro di Torino per dire no al disegno di legge sulla violenza sessuale in discussione in Parlamento. Lo hanno fatto tra i profumi di CioccolaTò, tra turisti e famiglie, scegliendo di portare il conflitto nel salotto buono della città. In testa al corteo, uno striscione e un nome ripetuto come un richiamo collettivo: Zoe.
Il serpentone è partito dai Murazzi, ha risalito piazza Vittorio Veneto, percorso via Po e raggiunto piazza Castello. Non una marcia periferica, ma un attraversamento politico nel cuore commerciale e simbolico di Torino. Il movimento Non una di meno ha voluto che il tema fosse impossibile da ignorare. Cori duri, attacchi diretti alla senatrice leghista Giulia Bongiorno, tra le figure più esposte sul fronte della riforma. La piazza non ha cercato sfumature: ha indicato nomi e responsabilità politiche.
Il nodo è tecnico, ma le conseguenze sono concrete. Secondo le manifestanti, il ddl rischia di spostare l’asse della prova sulla persona offesa. «È una vergogna perché pretende che la vittima di uno stupro sia capace di dimostrare il suo dissenso in un’aula di tribunale. Ricade su di lei l’onere di dimostrare di aver subito violenza», hanno spiegato al megafono. E ancora: «Il governo Meloni normalizza e difende gli stupratori mentre, solo una settimana fa, un uomo ha ucciso una ragazza di 17 anni, Zoe. Proprio in questa regione». Parole pesanti, che raccontano un timore preciso: non solo una modifica giuridica, ma un arretramento culturale.

Il nome di Zoe Trinchero, 17 anni, è diventato il filo emotivo della manifestazione. Per la sua morte è indagato il diciannovenne Alex Manna: secondo gli inquirenti, la giovane sarebbe stata aggredita e gettata in un canale a Nizza Monferrato. Un caso che ha scosso il Piemonte e che in piazza è stato evocato come simbolo di una fragilità collettiva. Il suo nome, ripetuto in coro, ha trasformato per un attimo la protesta in un lutto pubblico.
Non sono mancati momenti di tensione. Alla partenza, un tram storico ha tentato di attraversare l’area del concentramento. Attimi concitati, il rischio di urti mentre si ricordava Zoe. Sono volati insulti al conducente e anche a uno degli organizzatori che cercava di liberare il passaggio. Un episodio che fotografa la difficoltà di tenere insieme diritto a manifestare e gestione di uno spazio urbano vivo, affollato, attraversato da eventi e interessi diversi.
Il confronto ora si sposta di pochi metri ma cambia cornice. Giovedì alle 17.30, in piazza Castello, è annunciato un presidio regionale con Partito democratico, Movimento 5 Stelle, Sinistra italiana, associazioni, collettivi, sindacati e centri antiviolenza. Un fronte largo. Segno che il tema non resta confinato a un movimento, ma investe la politica e il sistema giudiziario.
La questione è netta: che cosa si intende per consenso e chi deve provarlo? È su questa linea sottile che si gioca la partita parlamentare. Per chi era in strada, la risposta è semplice: la giustizia non può trasformarsi in un percorso a ostacoli per chi denuncia. Per chi sostiene la riforma, l’obiettivo è garantire certezza del diritto e chiarezza probatoria. Tra queste due letture si muove un Paese che fatica ancora a trovare un equilibrio.
Torino, tra una vetrina di cioccolato e uno slogan gridato, ha scelto di non restare neutrale. La piazza ha detto che il corpo e la parola di una donna non possono diventare un banco di prova contro di lei. Ora tocca alla politica dimostrare di aver ascoltato.
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