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Cronaca

Troppo giovane per morire: il pianto infinito per Zoe

L’addio straziante nella chiesa di Nizza Monferrato e poi al tempio crematorio di Asti: le parole della mamma, la rosa nera del papà, il biglietto di un bambino. Una comunità intera in lacrime per una vita spezzata a 17 anni

Troppo giovane per morire: il pianto infinito per Zoe

Troppo giovane per morire: il pianto infinito per Zoe

“Eri un fiore così bello che qualcuno ha osato prenderti”.

Lo ha scritto un bambino di dieci anni. Dieci anni. Un’età in cui si dovrebbero disegnare cuori storti e soli con i raggi lunghi, non cercare parole per spiegare la morte. E invece quelle parole, lette con la voce spezzata da Mariangela, la mamma di Zoe Trinchero, cadono nella sala del commiato del tempio crematorio di Asti come un colpo sordo. Nessuno respira. Nessuno riesce ad asciugarsi le lacrime senza tremare.

È la fine di una mattinata infinita. È la fine di tutto.

Zoe aveva 17 anni. Diciassette. Un numero che sa di patente appena sognata, di maturità ancora lontana, di viaggi da programmare, di amori da scoprire. Il 6 febbraio quella vita viene spezzata. Uccisa da Alex Manna, 19 anni. Un nome che resta inciso accanto al suo, ma che non potrà mai spiegare il perché.

La chiesa di Sant’Ippolito, a Nizza Monferrato, è piena fino all’ultimo angolo. Migliaia di persone. Ragazzi con lo sguardo perso. Madri che stringono le proprie figlie con una forza diversa dal solito. Padri immobili, incapaci di trovare una posizione che non faccia male. Al centro, una bara bianca. Troppo piccola. Troppo bianca. Troppo ingiusta.

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Accanto, una grande fotografia di Zoe. Sorride. Un sorriso che adesso lacera il cuore, perché sembra quasi chiedere scusa per tutto questo dolore. Sotto quella foto, il messaggio della mamma. Parole scritte dopo notti senza sonno, dopo ore trascorse a fissare il soffitto chiedendosi come sia possibile continuare a respirare.

«Finalmente dopo tre giorni ho dormito, poche ore, ma davvero, e ho sognato. Il sogno era contorto, non lo ricordo bene… ricordo solo te. Di spalle eri bionda, tu bionda, te lo immagini, sfuggente. Cercavo di raggiungerti ma non ci sono riuscita. Ci ho provato, però: non urlavo, non parlavo, ma alla fine ti sei girata e hai sorriso. Mi sono svegliata “quasi” serena».

“Quasi”. Una parola minuscola, che contiene un abisso.

E poi ancora: «Quanto manca la tua voce, la tua presenza. Sono sempre circondata da persone, ma tu manchi e nessuno riesce a colmare questo vuoto. Ti amo di quell’amore indescrivibile e ineguagliabile e ringrazio di avertelo sempre detto, anche se borbottavi. Sapevi di essere speciale per me, di essere la mia principessa. Bella, bellissima dentro e fuori».

In chiesa risuonano le canzoni che Zoe amava. Arisa, Ozzy Osbourne, i Metallica. La sua colonna sonora. Le note si alzano tra le navate e per un istante sembra che la sua adolescenza torni a respirare. Poi la realtà cade addosso di nuovo. Ogni accordo diventa un ricordo che brucia.

Il vescovo di Acqui Terme, Luigi Testore, parla di dolore che non trova parole. Don Claudio Montanaro lo dice chiaramente: «Assistiamo a un altro femminicidio. Ancora una volta un uomo uccide una donna. Ma questa volta fa ancora più male, perché Zoe aveva tutta la vita davanti».

Aveva tutta la vita davanti. È questa la frase che si incolla addosso a chiunque esca da quella chiesa. Perché è la verità più insopportabile.

Quando la bara esce sul sagrato, un applauso lungo, disperato, si alza verso il cielo. Non è un applauso di celebrazione, è un modo per dire “perdonaci”, “resta con noi”, “non ti dimenticheremo”. Palloncini bianchi si staccano dalle mani e salgono. I ragazzi li guardano finché diventano punti invisibili. Forse sperano che da qualche parte lei li stia guardando tornare verso di lei.

Al tempio crematorio di Asti tutto diventa più intimo. Più fragile. Una trentina di persone. Gli amici più stretti. I familiari. Il sindaco di Agliano Terme, Marco Biglia, che la conosceva da sempre: «L’ho vista crescere nel grembo di sua madre. È impossibile che sia finita così».

Impossibile. E invece è successo.

Mariangela indossa occhiali scuri, ma non servono a nascondere nulla. Le mani stringono rose bianche. Le dita si aggrappano ai petali come se potessero ancorarla alla terra. Legge la poesia dedicata alla figlia. Ogni parola è un coltello che entra e non esce.

Fabio, il papà, si appoggia alla bara. Non la lascia. La fronte contro il legno chiaro. Nel pugno, una rosa nera. La stringe così forte che le spine si conficcano nella pelle. Ma quel dolore è niente. Niente rispetto al vuoto che si apre dentro.

Ancora musica. Ancora silenzi che fanno più rumore di qualsiasi grido.

Poi la frase che nessun genitore dovrebbe mai sentire. «Con il vostro permesso, la lasciamo andare», dice con voce gentile un addetto del tempio crematorio.

Lasciarla andare. Come si lascia andare una figlia di 17 anni? Come si lascia andare una risata, una porta che sbatte, una voce che chiama “mamma”?

La piccola bara bianca scivola lentamente. Sono le 13. Il mondo fuori continua. Le auto passano. Il sole splende. Qualcuno ride, da qualche parte. E dentro quella sala una famiglia si spezza per sempre.

Resta il sogno di una madre, quel sorriso visto di spalle. Resta un padre con una rosa nera stretta nel pugno. Resta una comunità che si chiede cosa avrebbe potuto fare, cosa avrebbe potuto vedere, cosa avrebbe potuto fermare.

Resta quella frase scritta da un bambino.

“Eri un fiore così bello che qualcuno ha osato prenderti”.

E in quelle parole c’è tutto.
C’è l’innocenza che non capisce la violenza.
C’è l’amore che non accetta la morte.
C’è una ragazza di 17 anni che doveva vivere, e invece oggi è solo un nome inciso nel silenzio.

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