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CioccolaTò 2026, Torino si scioglie nel cacao: piazza Vittorio diventa una fabbrica a cielo aperto

Inaugurata il 13 febbraio in piazza Vittorio, l’edizione 2026 riunisce 60 produttori, 70 stand e quasi 100 appuntamenti in più di 15 location

CioccolaTò 2026, Torino si scioglie nel cacao: piazza Vittorio diventa una fabbrica a cielo aperto

Il profumo è la prima cosa che si avverte entrando in piazza Vittorio. Un aroma caldo, rotondo, persistente. Sa di cacao tostato, di praline appena lucide, di tavolette che si spezzano con un suono netto. Ieri, 13 febbraio, Torino ha riabbracciato CioccolaTò 2026 con l’entusiasmo delle grandi occasioni. Sin dalle prime ore del mattino, la piazza si è riempita di famiglie, turisti, curiosi, professionisti del settore. Un pubblico numeroso, trasversale, attratto da un evento che quest’anno punta dichiaratamente su qualità artigianale, filiera, innovazione e cultura.

Il taglio del nastro ha avuto il peso delle occasioni istituzionali. Presenti il presidente della Camera di commercio di Torino, Massimiliano Cipolletta, gli assessori della Città Domenico Carretta e Paolo Chiavarino, l’assessore regionale Andrea Tronzano, la dirigente di Turismo Torino e Provincia, Marcella Gaspardone. Accanto a loro, Francesca Spinelli, Miss Italia Piemonte 2024, a ricordare che il cioccolato, a Torino, è anche immaginario collettivo, racconto, estetica. La presenza compatta delle istituzioni sottolinea quanto la filiera dolciaria sia centrale per il territorio, non solo come tradizione ma come economia viva.

Il nuovo corso di CioccolaTò non rinnega le radici. Al contrario, le espone con orgoglio. L’obiettivo resta quello di dare voce agli artigiani e mostrare l’intera catena del valore, dal chicco alla tavoletta. In piazza Vittorio si cammina tra stand lucidi come specchi, dietro cui mani esperte temperano, modellano, decorano. È un laboratorio a cielo aperto. Al centro, due spazi simbolici raccontano questa impostazione.

La Casa del Cioccolato è il luogo dei dialoghi, dei talk, degli approfondimenti. Qui si intrecciano storie di imprenditori, riflessioni culturali, analisi di mercato. Poco distante, la Fabbrica del Cioccolato permette di osservare dal vivo tecniche e gesti d’officina: il temperaggio, la colatura negli stampi, la creazione di ganache e ripieni. Non è solo spettacolo. È un modo per restituire dignità e complessità a un prodotto spesso banalizzato. Il messaggio è chiaro: il cioccolato non è soltanto piacere, è conoscenza, metodo, tradizione, ricerca.

I numeri raccontano la dimensione dell’evento. Circa 60 produttori arrivati dall’Italia e dall’estero, con una forte rappresentanza piemontese. 15 Maestri del Gusto di Torino e provincia. Oltre il 45% degli espositori proviene da fuori città. In totale 70 stand distribuiti in tutte le aree della piazza. E poi quasi 100 appuntamenti tra degustazioni, dialoghi, incontri culturali, ospitati in più di 15 location. Cifre che trasformano Torino in una vetrina internazionale e insieme confermano l’esistenza di un distretto produttivo radicato. Qui il cioccolato non è un evento stagionale: è identità.

Il calendario del 14 febbraio, giorno di San Valentino, offre un capitolo a parte. Alle 14:30, al Museo Accorsi Ometto, l’incontro “Dialoghi. Il cioccolato strumento d’amore” ripercorre l’ascesa settecentesca del cosiddetto “brodo indiano”, la cioccolata calda celebrata come rinvigorente e afrodisiaca. Intervengono Alberto Capatti, Lorenzo Palmieri ed Eva Munter (@chimica_in_pillole), intrecciando storia, design e scienza. Si ricostruisce il legame tra cioccolato e amore, una relazione tutta europea che esplode tra Ottocento e Novecento fino al rito contemporaneo del cioccolatino regalato.

Alle 17, al Circolo dei lettori e delle lettrici, spazio a “Storie. San Valentino: come nasce una tradizione”. Con il libro “San Valentino. Dove si racconta come il marketing e la poesia hanno stravolto l’amore in Occidente”, Francesco Pacifico conduce il pubblico dentro la metamorfosi della festa: da mito religioso a dispositivo culturale e commerciale capace di riflettere mode, media e consumi. Le prenotazioni passano da turismotorino.org, ma l’interesse è già alto.

Il resto del palinsesto è fitto: degustazioni guidate per palati curiosi, incontri tecnici per operatori del settore, momenti divulgativi per chi vuole capire cosa si nasconde dietro una percentuale di cacao o un’etichetta “bean to bar”. L’idea è che l’assaggio sia solo il primo passo. Il secondo è la comprensione.

Ci sono eventi che generano vendite. Altri che producono cultura. Quando riescono a fare entrambe le cose, creano valore. Questa edizione di CioccolaTò 2026 sembra muoversi proprio in questa direzione. Punta sulla materia prima e sulle competenze, ma anche sulla narrazione. Coinvolge voci autorevoli, porta in piazza numeri solidi, costruisce un racconto coerente. La città risponde, i maestri si mettono in mostra, il pubblico ascolta e assaggia.

E alla fine resta quel profumo sospeso nell’aria di piazza Vittorio. Non è solo cacao. È memoria industriale, è saper fare artigiano, è piacere condiviso. È Torino che, ancora una volta, si riconosce nel suo cioccolato.

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