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13 Febbraio 2026 - 15:31
Il consigliere comunale Massimiliano De Stefano
Coda “velenosa” sulla polemica dei ledwall. E quando si parla di Carnevale di Ivrea, non potrebbe essere altrimenti.
Ad accendere la “miccia” è stato l’altro ieri il consigliere comunale Andrea Cantoni con il dito puntato sulla maxi campagna promossa dalla Fondazione dello storico Carnevale a Torino e a Milano e sulla scelta di concentrare l’attenzione esclusivamente sulla domenica della Battaglia delle Arance. Un’iniziativa fortemente voluta dal consigliere di amministrazione Fabio Vaccarono ex AD di Google, oggi Ad di Mulversity.
La discussione si allarga. E si sposta su un terreno meno romantico e molto più concreto: i soldi.
Perché il punto, al netto delle suggestioni identitarie e delle scelte comunicative, è uno solo. Il Carnevale, per sopravvivere, ha bisogno di risorse. Tante.
Organizzare la manifestazione, solo dal punto di vista logistico e organizzativo, costa oltre 700 mila euro. Una cifra che non tiene conto delle emozioni, della storia, della tradizione. Tiene conto delle fatture. Arrivano contributi dalla Regione, dal Ministero della Cultura. Ci sono sponsor, più o meno istituzionali. Ma una fetta determinante delle entrate è rappresentata dai biglietti.
Senza gli incassi dei turisti, la manifestazione non starebbe in piedi.
I soldi servono per la pulizia delle strade. Servono per le reti di protezione ai condomini, per evitare danni e contenziosi. Servono per il piano sicurezza, che negli ultimi anni è diventato sempre più complesso, oneroso, stringente. Transenne, steward, controlli, presidi sanitari. Tutto ha un costo.
E gli sponsor?
Qui il terreno si fa scivoloso. Al di là dei partner istituzionali, trovare grandi marchi disposti a mettere il proprio logo accanto alla Battaglia delle Arance non è semplice. I motivi sono noti e, piaccia o no, hanno a che fare con la comunicazione contemporanea. Sui social è un attimo associare la manifestazione allo “spreco” alimentare o al benessere animale. Dinamiche che non riguardano solo Ivrea – succede anche al Palio di Siena – ma che pesano nelle scelte di marketing delle aziende.
Ergo: che si fa?
Se la domenica è il giorno più attrattivo, quello che richiama il maggior numero di visitatori e che garantisce l’incasso più significativo, è inevitabile che la promozione si concentri lì. Ma è davvero l’unica strada?
A entrare nel dibattito è il consigliere comunale Massimiliano De Stefano. Prova a spostare l’asse della discussione su un piano pragmatico.
«Certo che una soluzione c’è – commenta – e non vorrei finire nel mucchio di quelli che dicono cose impopolari. Se il punto è promuovere la manifestazione anche il lunedì e il martedì, allora promuoviamola. Ma estendiamo il pagamento di un biglietto per tutti e tre i giorni».
Un’idea semplice, quasi brutale nella sua linearità: se il problema è distribuire i flussi e rendere sostenibile l’evento, si può farlo rendendo a pagamento l’accesso non solo la domenica, ma anche il lunedì e il martedì.
De Stefano va oltre: «Io metterei anche il pagamento di un biglietto il sabato sera, in una zona circoscritta della città. Negli ultimi anni le squadre aranceri partecipano alla festa contingentate e questo non è giusto. Gli aranceri hanno diritto a stare lì. La vezzosa mugnaia è la donna per cui combatteranno…».
Un richiamo diretto alla narrazione della rivolta popolare ma anche una stoccata alla gestione degli accessi e alle limitazioni che, negli ultimi anni, hanno finito per comprimere proprio chi la festa la vive da protagonista.

La questione, dunque, si complica. Da una parte la critica di Cantoni, che invita a non trasformare la domenica in una “bolgia” e a raccontare il Carnevale nella sua interezza, distribuendo l’attenzione sui tre giorni di Battaglia e sull’intero impianto storico della manifestazione. Dall’altra l’approccio di De Stefano, che affronta il nodo economico senza giri di parole: se servono risorse, bisogna trovare il modo di garantirle.
In mezzo c’è la città. C’è chi vive il Carnevale come identità profonda, chi lo subisce per tre giorni, chi lo vede come motore turistico e chi teme che la spinta promozionale trasformi l’evento in un prodotto da vendere più che in un rito da custodire
La maxi campagna sui ledwall di Torino e Milano ha acceso i riflettori. Ma sotto la superficie luminosa restano domande strutturali: come si tiene in equilibrio sostenibilità economica e sostenibilità urbana? Come si distribuiscono i flussi senza mettere a rischio il bilancio? È davvero pensabile rinunciare a concentrare l’attenzione sulla domenica, se quella giornata rappresenta il principale polmone finanziario?
La battaglia, questa volta, non è tra aranceri e carri. È tra modelli di gestione. Tra chi teme l’effetto “carnaio” e chi guarda ai conti. Tra marketing e tradizione. Tra accesso libero e ticket diffuso.
E forse, più che sui ledwall di Milano, la vera partita si gioca qui. Nella capacità di decidere che cosa deve essere il Carnevale di Ivrea nei prossimi anni: un grande evento spettacolare che si sostiene grazie ai numeri, oppure un rito identitario che accetta di cambiare anche le sue regole pur di restare in piedi.
Perché senza soldi non c’è festa. Ma senza festa non c’è nemmeno Ivrea.
LA VOCE DEL CANAVESE
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