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12 Febbraio 2026 - 15:07
Andrea Cantoni
La maxi campagna del Carnevale di Ivrea per l’edizione 2026 – con la Battaglia delle Arance proiettata, a Torino e a Milano, sui grandi schermi di Corso Como, CityLife, San Lorenzo, San Salvario – fa discutere. Dopo l’entusiasmo per l’impatto visivo e la strategia cross-media, arriva la voce critica del consigliere comunale Andrea Cantoni. Solleva una questione tutt’altro che marginale: promuovere sì, ma come?
«Ben vengano le iniziative volte alla promozione del nostro Carnevale, ci mancherebbe», premette Cantoni. Nessuna contrarietà di principio, nessun rifiuto dell’idea di portare Ivrea nelle metropoli. Anzi.
Il nodo, però, sta nei contenuti e nelle conseguenze.

Secondo il consigliere, i ledwall presentano “seri problemi”. Il primo riguarda i flussi turistici. Da anni, sottolinea, la domenica di Carnevale è diventata sempre più difficile da gestire. Numeri in crescita, strade affollate, accessi contingentati, tensioni tra chi vuole assistere alla Battaglia e chi deve muoversi in città.
«Stiamo trasformando la domenica in una bolgia infernale», è il senso della sua denuncia.
E allora la domanda diventa inevitabile: perché concentrare la comunicazione quasi esclusivamente su domenica 15 febbraio 2026? Perché non spiegare chiaramente sui ledwall che la Battaglia delle Arance dura tre giorni – domenica, lunedì e martedì – distribuendo così i flussi e offrendo ai visitatori un’esperienza più vivibile?
Cantoni non lo dice apertamente, ma la sua è una provocazione che colpisce nel segno: «Forse perché la domenica è l’unico giorno in cui si paga il biglietto di ingresso?».
Un interrogativo che riapre il dibattito su equilibrio tra sostenibilità dell’evento e logiche economiche.
Se l’obiettivo è davvero valorizzare il Carnevale come patrimonio culturale e non soltanto come evento da “vendere”, allora – sostiene il consigliere – la comunicazione dovrebbe essere più completa, più trasparente, più lungimirante.
Ma c’è un altro punto che Cantoni considera ancora più grave: l’assenza della parola “Carnevale” nei messaggi promozionali, se non in forma marginale nel logo della Fondazione. I maxi schermi parlano di “Battaglia delle Arance”, mostrano l’arancere in azione, indicano data e luogo. Ma il Carnevale, come concetto complessivo, come rito articolato che dura settimane e affonda le radici nella storia della città, resta sullo sfondo.
Per Cantoni è un errore strategico e culturale.
«I turisti sono e sempre saranno una risorsa fondamentale per la nostra Città», sottolinea. Ma proprio per questo la promozione dovrebbe essere efficace e onesta. Il visitatore dovrebbe essere messo nelle condizioni di comprendere la complessità della manifestazione: il significato storico della rivolta popolare, il ruolo del Generale, della Mugnaia, dei Pifferi e Tamburi, delle squadre a piedi e sui carri. "Solo così – insiste – potrà innamorarsi del Carnevale e scegliere di tornare a Ivrea almeno una volta all’anno...".
Altrimenti il rischio è un altro. Che si venga attratti da un’immagine potente, si paghi il biglietto, ci si ritrovi in mezzo a una folla ingestibile – «un carnaio» – senza comprendere davvero cosa si sta guardando. Senza cogliere la stratificazione storica e simbolica che rende unico lo Storico Carnevale di Ivrea.
E chi non capisce, difficilmente torna.
La polemica di Cantoni non è contro la promozione. È contro una promozione che, a suo avviso, rischia di essere parziale. Concentrata sull’evento-spettacolo, meno attenta al racconto identitario.
Il tema, in fondo, è sempre lo stesso: come tenere insieme marketing e tradizione, numeri e qualità, incassi e sostenibilità? Come evitare che l’esplosione arancione sui ledwall delle metropoli si traduca, in città, in una compressione ingestibile di persone e significati?
«Promozione e lungimiranza devono viaggiare di pari passo con il rispetto del turista e di chi vive da sempre il nostro Storico Carnevale», conclude Cantoni.
Una frase che riassume il cuore della questione: Ivrea vuole crescere, farsi conoscere, attrarre visitatori. Ma deve decidere se farlo inseguendo l’effetto spettacolare o costruendo un racconto più completo, capace di trasformare un visitatore occasionale in un ritorno consapevole.
La battaglia, questa volta, non si gioca con le arance. Ma con le parole.
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