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12 Febbraio 2026 - 12:02
Ferrovie piemontesi nel caos: consegnate 7.193 firme dei pendolari in Parlamento
Sono 7.193 le firme raccolte per chiedere che le ferrovie piemontesi tornino a essere un servizio pubblico degno di questo nome. Il 26 gennaio una delegazione del Co.M.I.S. – Coordinamento Mobilità Integrata e Sostenibile ha consegnato il documento con i risultati della petizione nella Sala Matteotti della Camera dei Deputati, direttamente all’onorevole Andrea Casu, vicepresidente della IX Commissione Trasporti, e all’ingegnera Paola Firmi, presidente di Rete Ferroviaria Italiana.
Il messaggio è semplice: i pendolari piemontesi sono stanchi. Stanchi di ritardi, guasti, soppressioni. Stanchi di un sistema che incide ogni giorno su lavoro, scuola e vita privata. Il 9 febbraio le stesse firme sono state inviate via pec al presidente della Regione Alberto Cirio, all’assessore ai Trasporti Marco Gabusi, alla II Commissione Trasporti e all’Agenzia della Mobilità Piemontese. Il problema, dunque, non riguarda solo Roma: chi governa il Piemonte è chiamato a rispondere.
La petizione, promossa sulla piattaforma change.org e patrocinata da AMODO – Alleanza Mobilità Dolce, nasce per rappresentare il malcontento diffuso degli utenti piemontesi, alle prese con disservizi definiti continui e quotidiani, alcuni ormai cronicizzati. Una parola che pesa: “cronicizzati”. Perché quando il guasto diventa normalità, la responsabilità non è più episodica.
Il Co.M.I.S. riconosce che i molti cantieri aperti per il potenziamento della rete incidono sulla situazione attuale. Le grandi opere sono importanti. Ma non possono diventare l’alibi. Restano infatti le irregolarità quotidiane legate all’infrastruttura – passaggi a livello, deviatoi, segnalamento – e al materiale rotabile, in parte ancora da sostituire. Qui si gioca la partita vera: la manutenzione ordinaria, quella meno visibile ma decisiva, che secondo il Coordinamento sarebbe stata carente per anni. Non solo. Sul tavolo ci sono anche la ristrutturazione e l’adeguamento delle stazioni per garantire accessibilità a tutti, la riattivazione delle linee sospese e una serie di interventi promessi ma non ancora realizzati. Promesse e realtà: è qui che si misura la credibilità delle istituzioni.
Il punto è politico prima ancora che tecnico. Perché il treno non è un favore concesso ai pendolari, ma un diritto. E se deve essere competitivo rispetto all’auto privata, come sottolineano i promotori, deve funzionare. Senza scuse strutturali, senza rinvii continui, senza narrazioni rassicuranti che non trovano riscontro sui binari.
Il Co.M.I.S. si dice disponibile al dialogo e a una collaborazione efficace e costruttiva. Ma il dialogo, per essere credibile, deve produrre risultati. Le 7.193 firme consegnate a Roma e inoltrate in Regione non sono solo un numero. Sono un termometro. E raccontano una frattura crescente tra cittadini e istituzioni sul tema della mobilità.
Ora la parola passa a chi governa. I pendolari hanno già parlato.

Le peggiori linee ferroviarie del Piemonte non sono solo statistiche. Sono spartiacque tra una quotidianità normale e una che implode sotto il peso di treni in ritardo, binari fatiscenti, infrastrutture obsolete e gestioni che sembrano incapaci di cambiare rotta. Il Rapporto Pendolaria di Legambiente, l’analisi più completa sullo stato del trasporto su ferro in Italia, inserisce diverse tratte piemontesi nella lista delle peggiori del Paese: non per un caso isolato, ma per ritardi cronici, inefficienze strutturali, collegamenti insufficienti e un abbandono che si protrae da anni .
La fotografia che emerge racconta un Piemonte ferroviario in affanno su più fronti. Qui non si parla di qualche guasto qua e là, ma di problemi sistemici che definiscono il servizio come tra i più inadeguati d’Italia, secondo i parametri di affidabilità, frequenza, puntualità e manutenzione del report Legambiente e delle cronache locali .
Pinerolo-Torino-Chivasso: l’asse spezzato dei pendolari
Una delle linee più segnalate come simbolo del declino è la Pinerolo-Torino-Chivasso, snodo fondamentale per migliaia di pendolari che ogni giorno affrontano ritardi continui, corse soppresse e convogli obsoleti. Secondo il rapporto Pendolaria citato da La Voce, questa tratta rappresenta il fallimento di una ferrovia pensata per collegare aree urbane e periferiche, ma che di fatto lascia i viaggiatori in balia di una programmazione inefficiente e di materiale rotabile spesso inadeguato alle esigenze moderne dell’utenza .
La Pinerolo-Torino-Chivasso non è solo un problema di numeri: è un nodo dove si intrecciano spostamenti per lavoro, scuola e servizi essenziali, e la ripetitività delle criticità incide direttamente sulla vita quotidiana dei pendolari. La narrazione ufficiale parla di cantieri e potenziamenti, ma per chi usa quotidianamente questa linea la realtà è un susseguirsi di annunci senza corrispondenza empatica con i disagi reali.
Torino-Cuneo-Ventimiglia/Nizza: la “ferrovia delle meraviglie” senza meraviglie
Se la Pinerolo-Torino-Chivasso rappresenta l’incubo urbano e metropolitano, la linea Torino-Cuneo-Ventimiglia/Nizza è l’emblema di una promessa internazionale non mantenuta. Secondo Legambiente, questa tratta – che fino a pochi decenni fa fungeva da collegamento transfrontaliero utile non solo per turismo ma anche per pendolarismo di lunga distanza – oggi viaggia come un treno a gasolio lento e insufficiente, con limiti di velocità intorno ai 40 km/h e un servizio che racconta un disinteresse infrastrutturale da entrambe le parti delle Alpi .
Cronache locali hanno descritto questa linea, definita in passato “ferrovia delle meraviglie”, come un caso emblematico di mancata collaborazione internazionale e di infrastrutture sotto livello: treni datati, corse scarse e una manutenzione che arranca di fronte alle sfide quotidiane dei pendolari soprattutto in aree interne e alpine, dove collegamenti sostenibili dovrebbero essere una priorità e non un lusso .
Questa linea è anche simbolo di un problema più ampio: la difficoltà di conciliare esigenze territoriali complesse (tra pendolarismo locale, traffico turistico e collegamenti internazionali) con un’offerta ferroviaria tecnologicamente arretrata e poco affidabile.
Il Servizio Ferroviario Metropolitano di Torino (SFM): una “new entry” nella classifica nera
Non solo tratte regionali lunghe: nel rapporto più recente, Legambiente segnala come tra le linee peggiori d’Italia rientri anche il Servizio Ferroviario Metropolitano di Torino (SFM). Non una tratta secondaria, ma il sistema che dovrebbe rappresentare l’ossatura della mobilità pendolare torinese, con frequenze e standard adeguati a una grande area urbana. E invece, secondo il report, il SFM ha visto nel 2024 un significativo peggioramento di efficienza e puntualità, con malfunzionamenti ricorrenti soprattutto nelle parti periferiche delle tratte e criticità legate a passaggi a livello e deviatoi .
Questa segnalazione è importante perché mostra come non sia solo il “fuori porta” a soffrire: anche l’apparato urbano/metropolitano è colpito da problemi strutturali. E sono problemi che si riverberano su migliaia di utenti che quotidianamente contano su corse precise per andare a scuola, al lavoro o per semplici spostamenti urbani.
Linee metropolitane di Alba e Fossano: segnali di un sistema frammentato
Legambiente segnala anche condizioni critiche per alcune linee metropolitane piemontesi servite nei dintorni di Alba e Fossano. Anche qui, il quadro è quello di tratte che dovrebbero sostenere mobilità locale e accessibilità territoriale ma che faticano a garantire servizi stabili, puntuali e confortevoli. Ritardi, materiale rotabile inadeguato e problemi di infrastruttura sono i tratti comuni, segno che la debolezza del sistema piemontese non è un fenomeno isolato, ma un elemento diffuso nelle pieghe della rete regionale .
Le linee sospese: il capitolo delle tratte abbandonate
Oltre alle linee attive con problemi, la rete piemontese conta anche tratte sospese o con traffico ridotto al minimo da anni. Un esempio è la Santhià–Arona, sospesa dal 2012 per decisione regionale e mai riattivata nonostante le richieste di pendolari e associazioni locali: i costi elevati dell’esercizio rispetto ai passeggeri trasportati hanno portato a tenere la linea ferma, sostituendola con servizi su gomma che però non colmano il vuoto lasciato su ferro .
Queste tratte chiuse raccontano un destino comune: una rete “spezzata” che, anziché collegare territori e generare connessioni sociali ed economiche, diventa simbolo di marginalizzazione infrastrutturale.
La cornice nazionale: perché il Piemonte non è un caso isolato
Il quadro piemontese emerge all’interno di un contesto nazionale in cui il trasporto ferroviario regionale perde terreno rispetto alle esigenze reali degli utenti. Secondo il report Pendolaria 2025 di Legambiente, il Fondo Nazionale Trasporti ha perso valore reale di quasi il 38% rispetto al 2009 se si considera l’inflazione, e la legge di bilancio del 2026 non compensa tagli storici, diminuendo risorse cruciali per il trasporto su ferro e omettendo finanziamenti per progetti essenziali nelle aree urbane e metropolitane .
In questo scenario, mentre grandi opere come il Ponte sullo Stretto di Messina attirano l’attenzione politica e mediatico-finanziaria, la manutenzione ordinaria, l’ammodernamento dei convogli e il potenziamento strutturale delle linee quotidiane come quelle piemontesi restano fanalino di coda nelle priorità nazionali. Il risultato è un trasporto ferroviario che non risponde ai bisogni delle comunità, con conseguenze che si riflettono sulla competitività del servizio rispetto all’auto privata e sul livello di congestione ambientale nelle aree urbane .
Conclusione: il nodo infrastrutturale piemontese oltre le classifiche
Descrivere le peggiori linee ferroviarie del Piemonte non è esercizio statistico. È raccontare un sistema in cui ritardi, obsolete strutture e scelte politiche sbilanciate si traducano quotidianamente in vite spezzate da corse soppresse e tempi di percorrenza insostenibili.
La Pinerolo-Torino-Chivasso e la Torino-Cuneo-Ventimiglia/Nizza, insieme al Servizio Ferroviario Metropolitano di Torino e ad altre tratte in difficoltà, sono la cartina di tornasole di un malfunzionamento che collega ogni livello: dalle scelte di bilancio nazionale alla pianificazione regionale, dalla gestione del materiale rotabile alla manutenzione delle infrastrutture.
Fermarsi alle classifiche non basta. Occorre che il Piemonte e l’Italia guardino questi dati per quello che sono: un campanello d’allarme collocato lungo i binari, non per essere ignorato ancora una volta, ma per indicare dove intervenire con decisione.
Perché il treno, quello che funziona, non è un simbolo nostalgico: è un servizio pubblico, un diritto e una scelta di civiltà che oggi in Piemonte resta più promessa che realtà.
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