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Plastica nei polmoni: respiriamo migliaia di microframmenti al giorno?

Inaliamo decine di migliaia di particelle al giorno, ma le stime sull’inquinamento atmosferico potrebbero essere state gonfiate: la vera partita si gioca sulla terraferma, non sugli oceani

Plastica nei polmoni

Plastica nei polmoni: respiriamo migliaia di microframmenti al giorno?

Le chiamiamo microplastiche come se fossero un problema lontano, confinato nei mari soffocati dai rifiuti o nei documentari sugli atolli del Pacifico. In realtà le respiriamo. Ogni giorno. Secondo le stime più accreditate, nelle nostre vie respiratorie entrano decine di migliaia di particelle invisibili, così piccole da superare le difese naturali di ciglia e muco e arrivare fino ai polmoni. Non è una metafora ambientalista. È un dato che la ricerca scientifica considera plausibile.

Le vie respiratorie sono una delle principali porte d’ingresso della plastica nel corpo umano. Non solo cibo e acqua contaminati: l’aria stessa è diventata un veicolo. Il punto, però, è un altro. Quanta plastica c’è davvero nell’atmosfera? E siamo sicuri di averla misurata correttamente?

Uno studio pubblicato su Nature dai ricercatori dell’Università di Vienna ha rimesso in discussione numeri che da anni circolano nel dibattito scientifico e politico. Il risultato è sorprendente: potremmo aver sovrastimato la concentrazione globale di microplastiche nell’aria. Non perché il problema non esista, ma perché i modelli utilizzati finora potrebbero aver amplificato le cifre.

Per capirlo, gli scienziati hanno raccolto oltre 2.700 misurazioni locali di microplastiche nell’atmosfera, campionate in diverse aree del pianeta: città, zone rurali, regioni costiere, territori remoti. Un lavoro di sintesi imponente, costruito sulla letteratura scientifica esistente. Poi hanno confrontato questi dati reali con simulazioni elaborate attraverso un modello di trasporto atmosferico che si basava su tre diverse stime di emissione pubblicate in precedenza.

Il confronto ha mostrato uno scarto evidente. Il modello sovrastimava la concentrazione globale di microplastiche e la loro deposizione al suolo di diversi ordini di grandezza, in centinaia di località, sia sulla terraferma sia sugli oceani. In altre parole: i numeri teorici non coincidevano con quelli misurati sul campo.

È qui che nasce quello che alcuni hanno definito il paradosso della “plastica mancante”. Se le emissioni fossero davvero così elevate come indicato da certe simulazioni, le concentrazioni rilevate nei campioni d’aria dovrebbero essere molto più alte. Ma non lo sono. Il sistema, almeno nei conti globali, non torna.

Questo non significa che respiriamo aria pulita. Significa che il modo in cui stimiamo la diffusione delle microplastiche potrebbe essere impreciso. E quando si parla di salute pubblica e politiche ambientali, la precisione non è un dettaglio tecnico: è la base su cui si costruiscono decisioni miliardarie.

Le microplastiche arrivano nell’atmosfera attraverso processi che fanno parte della nostra quotidianità. L’abrasione degli pneumatici sull’asfalto libera minuscoli frammenti sintetici. I tessuti sintetici, lavati e usurati, rilasciano fibre che possono disperdersi nell’aria. La degradazione di rifiuti plastici esposti agli agenti atmosferici contribuisce ulteriormente al carico. Una volta in atmosfera, queste particelle possono essere trasportate dalle correnti anche per migliaia di chilometri, raggiungendo zone remote, montagne e oceani.

Finora, molti studi avevano indicato negli oceani una delle principali fonti di microplastiche atmosferiche, ipotizzando che le onde e l’aerosol marino potessero rimettere in circolo frammenti già presenti nell’acqua. Ma il nuovo lavoro suggerisce una realtà diversa. Ricalcolando le emissioni globali e separando le fonti terrestri da quelle marine, i ricercatori hanno stimato che le attività sulla terraferma emettono fino a 27 volte più particelle rispetto agli oceani.

Un ribaltamento di prospettiva. Se confermato, sposterebbe il focus delle politiche di contenimento dall’ambiente marino alle aree urbane, industriali e infrastrutturali. Strade, traffico, produzione tessile, gestione dei rifiuti: la plastica che respiriamo nascerebbe soprattutto qui.

La domanda provocatoria è inevitabile: se i numeri globali erano gonfiati, allora l’allarme è stato esagerato? La risposta è no. Lo studio non ridimensiona la gravità dell’inquinamento da plastica. Piuttosto, mette in luce un problema metodologico. Stiamo cercando di misurare un fenomeno complesso con strumenti e protocolli non sempre standardizzati. Le tecniche di campionamento variano, le dimensioni minime rilevabili cambiano da laboratorio a laboratorio, le definizioni operative non sono uniformi.

In un contesto del genere, il rischio è duplice. Da un lato si può sovrastimare il fenomeno, generando allarmismi basati su modelli poco aderenti alla realtà. Dall’altro si può sottovalutarlo in alcune aree critiche, dove le misurazioni sono scarse o assenti. La verità scientifica, come spesso accade, non è né rassicurante né catastrofica: è incompleta.

Eppure un dato resta fermo. Le microplastiche sono presenti nell’aria che respiriamo. Alcune particelle sono così piccole da superare le barriere delle vie aeree superiori e raggiungere gli alveoli polmonari. Le implicazioni sanitarie sono ancora oggetto di studio, ma le ricerche iniziano a suggerire possibili effetti infiammatori e interazioni con altri inquinanti. Non siamo di fronte a un dettaglio ambientale: siamo davanti a una questione di salute pubblica.

La sfida, allora, non è sgonfiare l’allarme, ma renderlo più solido. Servono metodi condivisi, reti di monitoraggio coordinate, protocolli standardizzati. Solo così sarà possibile capire con precisione quali sono le principali fonti di emissione e dove intervenire in modo efficace.

Il dibattito sulle microplastiche ha spesso oscillato tra titoli apocalittici e minimizzazioni interessate. Il nuovo studio invita a un cambio di passo. Non meno attenzione, ma più rigore. Non meno preoccupazione, ma più dati affidabili.

Perché la plastica invisibile che attraversa i nostri polmoni non ha bisogno di slogan. Ha bisogno di numeri corretti, politiche mirate e scelte industriali coraggiose. Se respiriamo migliaia di frammenti sintetici ogni giorno, la questione non è se il modello globale abbia sovrastimato di qualche ordine di grandezza. La questione è come ridurre davvero quella quantità.

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