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John Elkann, niente messa alla prova: il gip respinge la richiesta e rimanda tutto alla procura

Dossier sulla residenza di Marella Caracciolo ancora aperto, la difesa: «Non cambia nulla, dimostreremo l’estraneità»

JOHN ELKANN

JOHN ELKANN

Niente messa alla prova per John Elkann. Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Torino ha respinto la richiesta dell’imprenditore di uscire dall’inchiesta sulla residenza della nonna Marella Caracciolo, vedova di Gianni Agnelli, attraverso un periodo di servizio in una struttura cittadina dei salesiani.

Una decisione che, secondo quanto emerge, era stata messa in conto sia dalla procura sia dalla difesa. «Data la frammentazione del quadro processuale che si era venuta a creare - spiegano gli avvocati Marco Siniscalchi e Federico Cecconi - avevamo sinceramente perso interesse verso questa soluzione. Ora gli atti saranno restituiti ai pubblici ministeri e per noi non cambia nulla. Se decideranno di andare avanti con una richiesta di rinvio a giudizio, ci difenderemo nel merito e dimostreremo che John Elkann, in realtà, non ha fatto niente ed è estraneo alle accuse».

Al centro del procedimento c’è l’ipotesi della procura secondo cui Marella Caracciolo, morta nel 2019 a 92 anni, nell’ultimo periodo della sua vita dimorasse stabilmente a Torino, mentre le sarebbe stata organizzata una residenza fittizia in Svizzera per ragioni fiscali.

Dopo lunghe trattative e il versamento di 183 milioni di euro all’Agenzia delle Entrate da parte di Elkann, sembrava che il fascicolo potesse chiudersi senza ulteriori scosse. Ma il tribunale ha rimesso in movimento il quadro.

Un primo gip, Antonio Borretta, ha respinto l’archiviazione di una parte delle accuse mosse a carico di Elkann e di Gianluca Ferrero, che ora dovranno affrontare un’udienza preliminare. Un secondo gip, Giovanna De Maria, ha rigettato la proposta di Ferrero – che aveva l’avallo della procura – di patteggiare 73 mila euro per un’altra tranche. Ed è la stessa De Maria che oggi non ha ammesso Elkann alla messa alla prova.

GIANLUCA FERRERO

La motivazione, al netto del linguaggio tecnico, è chiara: il reato contestabile non sarebbe la “dichiarazione infedele”, ma la “dichiarazione fraudolenta”, considerata più grave e non compatibile con l’istituto della messa alla prova. Fin dall’inizio, infatti, i pubblici ministeri avevano proceduto per “dichiarazione fraudolenta”.

Il dossier ora appare complesso e stratificato. La difesa lo ha definito “frammentato”. La procura, per effetto della decisione del gip, ha già chiesto il rinvio a giudizio di Ferrero con la formula dell’“imputazione coatta” e dovrà ora rivalutare la posizione di Elkann.

Le prossime date sono già fissate. Il 6 marzo il tribunale si occuperà del notaio Remo Morone, che rischia un processo per falso in una vicenda collegata. Il 19 marzo, invece, in Cassazione si discuterà il ricorso delle difese contro la decisione del giudice Borretta.

Sul tavolo resta anche il tema della prescrizione. Per l’ipotesi di truffa scatterà nell’agosto 2027. La contestazione di “dichiarazione fraudolenta”, invece, prevede tempi più lunghi.

La partita giudiziaria, dunque, è tutt’altro che chiusa. E dopo il “no” alla messa alla prova, il caso Elkann torna al centro di un procedimento che promette nuovi sviluppi.

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