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Cassa integrazione alle stelle, il Piemonte affonda tra fabbriche ferme e una politica accusata di aver tradito il lavoro

Numeri record nel 2025, Torino la provincia più colpita e l’accusa di un fallimento industriale strutturale

Cassa integrazione alle stelle

Cassa integrazione alle stelle, il Piemonte affonda tra fabbriche ferme e una politica accusata di aver tradito il lavoro

Il Piemonte scivola sempre più in basso nella classifica delle regioni in difficoltà industriale, schiacciato da un boom della cassa integrazione che nel 2025 assume contorni allarmanti. I numeri parlano di un territorio in affanno, incapace di agganciare una ripresa solida, mentre migliaia di lavoratori restano sospesi tra incertezza e paura per il futuro. E dietro quei numeri, secondo Rifondazione Comunista, non c’è una congiuntura passeggera, ma il fallimento di una precisa scelta politica.

A mettere nero su bianco l’accusa sono Giorgio Pellegrinelli, responsabile lavoro per la federazione PRC di Torino, e Alberto Deambrogio, segretario regionale PRC per Piemonte e Valle d’Aosta. «I dati sulla cassa integrazione in Piemonte – dichiarano – fotografano un disastro industriale senza precedenti: nel 2025 le ore autorizzate sono volate con un incremento del 19%, con picchi drammatici che nel primo semestre avevano già segnato un +68,4%. Mentre il resto d’Italia arranca, il Piemonte sprofonda, confermando Torino come la provincia più colpita del Paese».

Un quadro che, secondo il partito, non può essere liquidato come un incidente di percorso. «Questo scenario non è un incidente di percorso, ma il risultato del fallimento strutturale dei governi nazionale e regionale», sostengono Pellegrinelli e Deambrogio, puntando il dito contro l’assenza di una strategia industriale capace di affrontare le trasformazioni in atto. Al centro delle critiche c’è anche il tema dell’energia, con costi sempre più alti che rendono insostenibile la produzione manifatturiera. «Entrambi si sono dimostrati incapaci di affrontare i nodi di un’economia strozzata anche dai costi energetici derivanti da una politica di guerra persistente, che ha fatto schizzare i prezzi», spiegano, aggiungendo che «la stessa rinuncia dell’Europa, per il futuro, al gas russo ci condanna a prezzi alti e dipendenza dagli Usa».

Nel mirino finisce soprattutto la scelta, attribuita sia al centrodestra sia al centrosinistra, di puntare sul riarmo come possibile motore di crescita. «Siamo di fronte a un’incapacità diffusa di prospettare produzioni utili», affermano i due esponenti del PRC. «Il centrodestra gestisce l’esistente con rassegnazione, mentre il centrosinistra resta intrappolato nello schema Draghi-Letta, illudendosi che la crescita legata al riarmo e ai profitti di colossi come Leonardo, con tanto di bolle finanziarie connesse, possa generare occupazione di qualità».

Un’illusione che, secondo Rifondazione, si scontra con la realtà quotidiana di migliaia di operai dell’automotive e dell’indotto, settori storici del Piemonte oggi in profonda crisi. «Non è così: le armi non creano lavoro stabile per le migliaia di operai dell'automotive e dell'indotto in crisi, per cui non si riesce neanche a dire ad Elkann di dismettere il dumping lavorativo ricercato in Algeria», accusano.

Ma la critica non è solo economica. Il partito spinge anche su un piano etico e costituzionale, respingendo l’industria bellica in quanto tale. «Al di là del saldo occupazionale negativo, l'industria bellica va respinta con forza perché è strutturalmente produttrice di morte e sofferenza», sostengono Pellegrinelli e Deambrogio. «Essa rappresenta un modello eticamente inaccettabile e radicalmente incompatibile con la nostra Costituzione, che all'Articolo 11 ripudia la guerra — e dunque l'uso delle armi — come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Nel frattempo, mentre le risorse pubbliche vengono indirizzate verso le commesse militari, il Piemonte – secondo Rifondazione – avrebbe perso il treno dello sviluppo sostenibile. Le potenzialità del territorio restano inespresse, gli investimenti sulla mobilità collettiva sostenibile sono fermi e il sistema dei trasporti regionali vive una fase di arretramento, tra tagli ai servizi ferroviari e mancanza di una visione industriale capace di riconvertire le fabbriche verso produzioni utili alla transizione ecologica.

Un passaggio particolarmente duro riguarda il rapporto storico tra politica piemontese e il mondo dell’industria dell’auto. «La subordinazione agli Agnelli/Elkann, ormai più che trentennale, da parte di larga parte del centrosinistra e delle organizzazioni sindacali, ha lasciato via libera alla dismissione di molte delle eccellenze industriali piemontesi», denunciano, citando casi come Marelli e Comau, aziende che avrebbero potuto rappresentare la base di una riconversione innovativa del settore.

La conclusione è un appello che vuole segnare una discontinuità netta. «È tempo – concludono Pellegrinelli e Deambrogio – di abbandonare l'illusione bellica e rimettere al centro il lavoro utile, l'energia a prezzi sociali e, tanto per fare un esempio, un piano industriale serio per i trasporti pubblici». Un messaggio che arriva mentre la cassa integrazione continua a crescere e il Piemonte resta inchiodato a una crisi che, numeri alla mano, non accenna a fermarsi.

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