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11 Febbraio 2026 - 18:56
È sera e camminando per Ivrea sentiamo un grande trambusto. Arriva da un palatenda illuminato in rosso e giallo. Sulla porta campeggia il logo: un diavolo alato su sfondo giallo. Basta aprire e siamo all’inferno. Ma è un inferno che profuma di amicizia.
Tavolate immense riempiono lo spazio, generazioni diverse sedute fianco a fianco. I bicchieri si alzano, la birra scorre a fiumi, la musica rimbomba sotto il tendone. E poi il coro, potente, che si alza compatto:“Diavoli alè! Diavoli alè!”
Rosso e giallo ovunque. Casacche, foulard, sciarpe. Giovani che saltano sulle panche, veterani che battono il ritmo con le mani, bambini che osservano con gli occhi pieni di meraviglia. È una famiglia allargata che si ritrova.
Ci avviciniamo a un gruppo seduto in fondo, tra piatti colmi e risate. Raccontano della squadra, dei colori, parlano di coraggio, di forza, di passione.
E poi qualcuno si fa serio: “Il Carnevale è la festa di tutti. È giusto fare festa, ma bisogna pensare anche a chi sta peggio di noi. Fare del bene. Il Carnevale è bello, noi siamo fortunati ad essere qui e dobbiamo ricordarci di avere cuore e aiutare chi ne ha bisogno.”
La serata sotto il tendone, infatti, è a scopo benefico. Non è un dettaglio: è una scelta. La squadra giallo-rossa ha sempre riservato grande attenzione alla solidarietà, collaborando negli anni con AISM, Croce Rossa, Avis, UGI, Associazione Fibrosi Cistica, sostenendo i terremotati di Amatrice e tante realtà del territorio, dal quartiere San Lorenzo alla Parrocchia.
I Diavoli Aranceri nascono nel 1973 dall’iniziativa di 37 giovani provenienti da altre squadre, desiderosi di creare qualcosa di nuovo, di diverso, di innovativo.
Cercavano un nome che rappresentasse il fuoco che ardeva dentro di loro, il simbolo del coraggio e dell’ardire nella battaglia delle arance. La scelta cadde su un’immagine potente: il Diavolo.
La divisa, da sempre, è inconfondibile: casacca e pantaloni rossi con bande laterali, foulard gialli. Sulla schiena e sul braccio sinistro campeggia il diavolo rosso alato su sfondo giallo. Un simbolo che incute rispetto e accende la piazza.

I diavoli al palatenda
A guidarli, fin dall’inizio, Antonio Vernetto, per tutti Didon, nominato presidentissimo dalla fondazione. Un nome che è storia. Nel 1979 arriva il primo grande traguardo: la vittoria del Carnevale. Poi un filotto leggendario negli anni ’90 (’94, ’95, ’97, ’98), la doppietta del 2017 e 2018, fino al tredicesimo primo premio conquistato nel 2024, proprio nell’anno della 50ª battaglia e del cinquantesimo anniversario di presidenza di Didon.
Tredici successi: nessuno come loro da quando esistono tutte e nove le squadre.
Ma i Diavoli non sono solo battaglia. Sono scenografia, spettacolo, visione. L’uscita del Signore degli Inferi dall’Hotel Dora negli anni ’80, il cocchio a forma di arancia nell’82, il Carro Fiorito del ’95 costruito con arance e fiori della Riviera Ligure, l’apparizione dalla fontana di Camillo Olivetti, l’uscita dal Castello nel 2016. E ancora, il Lungo Dora imbandierato, gli scudi del 2017, la sfilata del 2019 dedicata a Ivrea Patrimonio Unesco con macchine da scrivere Olivetti e copricapi a forma di tasti.
Creatività, identità, appartenenza.
A un certo punto la musica si abbassa solo per lasciare spazio a un altro coro. Si mettono tutti in piedi. “Siamo i Diavoli baldi aranceri…”
Le voci rimbombano sotto il tendone, diventano una sola.
“Per tre giorni noi diamo battaglia, gloria e onore alla fine si avrà.”
Dentro quel tendone non c’è solo festa. C’è fuoco, sì. Ma anche cuore.
LA VOCE DEL CANAVESE
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