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Il giardino che voleva unire e ha diviso tutti

Ivrea inaugura il Giardino del Ricordo nel Giorno delle Foibe. Dentro la targa c’è tutto il Novecento. Fuori, il solito Novecento che non passa mai.

Il giardino che voleva unire e ha diviso tutti

Il presidente del consiglio Luca Spitale

Un colpo al cerchio e uno alla botte. E invece il cerchio si è ammaccato e la botte ha perso il vino.

Il 10 febbraio 2026, Giorno del Ricordo, Ivrea ha inaugurato il Giardino del Ricordo. Nome impegnativo, ambizioso, inclusivo come una chat di condominio che nasce per coordinare e finisce in rissa. Area verde tra via dei Mulini e via Grande Torino, due panchine rivolte verso una targa in marmo bianco, alberi tutt’intorno, Banda musicale, Associazioni d’Arma, studenti del Botta e del Cena, autorità in fascia tricolore. Tutto composto, tutto misurato, tutto istituzionale. Perfino sobrio. E la sobrietà, di questi tempi, è quasi un atto rivoluzionario.

L’idea – sulla carta – è quella che piace molto alle amministrazioni contemporanee: non scegliere, ma comprendere; non distinguere, ma includere; non gerarchizzare il dolore, ma metterlo in ordine alfabetico. Una memoria larga, accogliente, senza spigoli.

La targa infatti recita: “La Città di Ivrea dedica IL GIARDINO DEL RICORDO alle vittime del nazi-fascismo e dei totalitarismi, le Donne e gli Uomini della Resistenza, gli Internati Militari Italiani, i Deportati, gli Infoibati, gli Esuli, i soldati di tutte le guerre”.

Dentro c’è tutto. Il Novecento intero. Come il cassetto delle cose importanti che non si sa dove mettere ma che non si ha il coraggio di buttare via. Si infila tutto lì, sperando che il legno regga.

Il presidente del Consiglio comunale Luca Spitale parla di responsabilità collettiva, di memoria non neutra, di complessità storica da non piegare a letture strumentali. Il sindaco Matteo Chiantore evoca tavole rimaste vuote, fotografie lasciate indietro, giocattoli mai recuperati. Parole corrette, misurate, quasi didattiche. L’idea è nobile: unire, non dividere. Educare alla pace, non alimentare rancori.

E allora la domanda è semplice: se l’intenzione era unire, perché si sono divisi tutti?

A sinistra, quella che ancora sussulta alla parola “contesto”, si è sollevato il sopracciglio. Franco Giorgio parla di “minestrone”. Mettere insieme vittime del nazifascismo e infoibati, dice, significa annullare ragioni e torti, ignorare le responsabilità storiche, proporre una riscrittura implicita. Le foibe sono un crimine, certo, ma non nascono nel vuoto: raccontarle senza ciò che le precede è amputare la storia.

A destra, quella che vive il Giorno del Ricordo come un appuntamento identitario, la reazione è opposta ma altrettanto indignata. Andrea Cantoni parla di targa che “grida vendetta”, di Tricolore nel fango, di panchine destinate a diventare centro dello spaccio per mancanza di illuminazione. L’Unione degli Istriani denuncia confusione, minimizzazione, violazione dello spirito della legge 92 del 2004. Non partecipano. Non si fanno coinvolgere.

Risultato: l’Amministrazione voleva evitare lo scontro e si trova nel mezzo della trincea, con entrambe le parti che le sparano addosso usando la parola “memoria” come proiettile.

Ha fatto bene? Ha fatto male?

Dipende da cosa pensiamo debba fare la politica quando incontra la storia.

Se il compito è scegliere un campo, allora ha sbagliato. Perché non ha scelto. Ha cercato un equilibrio semantico, una formula inclusiva, una frase che non urtasse nessuno. Ma quando si tocca il Novecento italiano, le formule inclusive funzionano come le diete universali: promettono armonia, producono irritazione.

Se invece il compito è ricordare che il dolore non è una graduatoria, allora ha fatto bene. La targa non mette in competizione le vittime. Non assegna medaglie morali. Non stabilisce classifiche. Mette tutto in fila e affida alla coscienza individuale il compito – non semplice – di distinguere.

Il problema è che la memoria pubblica non è mai solo memoria. È identità, appartenenza, narrazione collettiva. E quando scrivi “infoibati” accanto a “donne e uomini della Resistenza”, qualcuno leggerà pacificazione, qualcun altro equiparazione, qualcun altro confusione. La stessa parola, tre interpretazioni, zero neutralità.

La politica, in questi casi, sogna il colpo da equilibrista: un passo a sinistra, uno a destra, applausi da entrambe le parti. Ma la memoria non è una fune tesa tra due piazze. È un terreno accidentato dove ogni parola pesa come marmo. E il marmo, se cade, fa rumore.

Poi c’è il dettaglio quasi simbolico delle panchine: tolte da piazza Vittorio per il Carnevale, ricollocate nel Giardino del Ricordo, in una zona che qualcuno definisce poco illuminata. È l’immagine perfetta della nostra epoca civica: la festa e il lutto, la commemorazione e la paura del degrado, la targa e il buio. Tutto nello stesso fotogramma. Il Novecento e la cronaca locale che si guardano senza capirsi.

Forse l’errore non è aver messo tutto insieme. Forse l’errore è pensare che esista una formula capace di mettere tutti d’accordo su ciò che, per definizione, divide.

La memoria del Novecento italiano è materia incandescente. C’è chi la vuole netta, chi la vuole complessa, chi la vuole identitaria, chi la vuole pedagogica. L’Amministrazione ha scelto la sintesi larga, quasi enciclopedica. Un gesto da manuale di educazione civica. Ma la storia non è un manuale: è un conflitto permanente di interpretazioni.

Alla fine, il Giardino del Ricordo resta lì, con la sua targa bianca e le sue panchine. Un luogo pensato per unire. Ma i luoghi, da soli, non uniscono nulla. Sono le parole a farlo. E le parole, quando parlano di memoria, non sono mai innocenti.

Ha fatto bene? Ha fatto male?

Ha fatto politica. Che è l’arte difficilissima di cercare l’equilibrio sapendo che, comunque vada, qualcuno dirà che sei caduto.

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