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10 Febbraio 2026 - 16:05
Con Pecco Bagnaia e Domizia una serata di solidarietà per l'ospedale missionario in Kenya
Domenica sera a Verolengo la solidarietà ha avuto un volto preciso: quello di Pecco Bagnaia e Domizia Castagnini, protagonisti di una cena che ha trasformato l’impegno in 7.000 euro destinati all’ospedale missionario di North Kinangop, in Kenya.
Una cena benefica al ristorante Albergo dei Cacciatori di frazione Rolandini ha riunito associazioni, volontari e cittadini con un obiettivo preciso: sostenere l’Ospedale Missionario “North Kinangop Catholic Hospital” in Kenya. Il risultato finale parla chiaro: 7.000 euro raccolti a favore di una struttura sanitaria che, in una delle aree più fragili del Paese africano, rappresenta spesso l’unica possibilità di cura.
L’iniziativa è nata dalla collaborazione tra il Centro Lions Raccolta Occhiali Usati di Chivasso, il Lions Club Chivasso Host, il Lions Club Chivasso Duomo e il Pecco Fan Club, una rete che ha trasformato una serata conviviale in un gesto concreto di cooperazione internazionale. Non un evento di facciata, ma un momento di racconto e consapevolezza, capace di coinvolgere una sala gremita.
Tra i partecipanti, la presenza di Francesco “Pecco” Bagnaia, tre volte campione del mondo di MotoGP, ha avuto un peso che va oltre l’immagine. Bagnaia e sua moglie Domizia Castagnini sono da tempo tra i principali sostenitori del progetto legato all’ospedale di North Kinangop, non semplici testimonial occasionali, ma figure coinvolte in un percorso continuativo di sostegno. Una vicinanza che negli anni ha contribuito a portare attenzione e risorse su una realtà lontana dai riflettori, ma centrale per la vita quotidiana di migliaia di persone.
Durante la serata hanno preso la parola anche i giovani chivassesi impegnati nel progetto di distribuzione di occhiali alle persone ipovedenti in Kenya, che hanno raccontato il lavoro svolto sul campo insieme a don Sandro, missionario e riferimento dell’ospedale. Testimonianze dirette, senza retorica, che hanno restituito il senso di un impegno fatto di viaggi, fatica, relazioni e continuità. Alla cena sono arrivati anche i saluti del presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, a riconoscere il valore di un’iniziativa nata dal territorio ma capace di parlare a una dimensione internazionale.
Il cuore di tutto resta però l’Ospedale Missionario North Kinangop Catholic Hospital, una struttura sanitaria situata sull’altopiano del Kenya centrale, nella contea di Nyandarua, a oltre 2.000 metri di altitudine. Un’area rurale estesa, caratterizzata da villaggi sparsi, strade spesso dissestate, lunghi tempi di percorrenza e condizioni climatiche dure. In questo contesto, l’ospedale non è un presidio tra tanti: è il punto di riferimento sanitario per un bacino di centinaia di migliaia di persone, in gran parte contadini e famiglie che vivono con redditi minimi.
North Kinangop non è un semplice dispensario missionario. È un ospedale vero e proprio, con reparti di maternità, pediatria, chirurgia, medicina generale, pronto soccorso, laboratorio analisi e servizi diagnostici di base. Ogni giorno accoglie donne che arrivano dopo ore di cammino o di viaggio su strade sterrate per partorire in sicurezza, bambini malnutriti o colpiti da infezioni curabili, feriti da incidenti agricoli o stradali, pazienti che senza quell’ospedale non avrebbero alternative.
La struttura opera in un contesto in cui la sanità pubblica è insufficiente o lontana, e dove l’accesso alle cure è spesso legato alla possibilità economica delle famiglie. Per questo l’ospedale ha scelto una linea chiara: curare anche chi non può pagare, riducendo al minimo le rette e colmando il divario con le donazioni. Una scelta che ha un costo elevato, ma che definisce l’identità stessa del progetto.
L’ospedale vive infatti senza un finanziamento statale stabile. Le spese quotidiane — farmaci, personale, manutenzione delle strutture, carburante per i generatori, attrezzature mediche — vengono coperte in parte dai contributi dei pazienti e in larga parte dal sostegno di associazioni, enti e privati, soprattutto dall’Europa. Ogni raccolta fondi non serve a “migliorare” qualcosa, ma spesso a garantire la sopravvivenza operativa della struttura.
Negli anni, grazie a questi contributi, sono stati avviati progetti fondamentali: l’acquisto di macchinari per la sala operatoria, il potenziamento della maternità, la creazione di un centro trasfusionale, indispensabile per affrontare parti complicati, interventi chirurgici e emergenze, e l’approvvigionamento di ossigeno, rivelatosi vitale durante la pandemia e ancora oggi essenziale per neonati e pazienti critici.
Accanto alla cura, l’ospedale svolge anche un ruolo sociale e formativo. Forma personale sanitario locale, promuove campagne di prevenzione e collabora con progetti come quello della distribuzione di occhiali per persone ipovedenti, che restituiscono autonomia e possibilità di lavoro a chi, senza una semplice correzione visiva, sarebbe escluso da molte attività quotidiane.
In questo quadro, i 7.000 euro raccolti a Verolengo non sono una cifra simbolica. Sono una risorsa concreta che si tradurrà in cure, strumenti, farmaci, possibilità. Sono il risultato di una serata riuscita non solo nei numeri, ma nel significato. Perché dietro una cena di solidarietà c’è un ospedale che ogni giorno lavora in silenzio, lontano dai riflettori, ma vicino alle persone che ne hanno più bisogno.

Ospiti e organizzatori della serata al ristorante dei Cacciatori di frazione Rolandini a Verolengo
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