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Il coraggio che sfidò le leggi razziali: Torino ricorda Giovanni Palatucci, poliziotto che salvò vite pagando con la propria

Nel cortile d’onore della Questura l’omaggio floreale al funzionario che scelse la coscienza allo Stato totalitario, fino alla deportazione e alla morte a Dachau

Il coraggio che sfidò le leggi razziali

Il coraggio che sfidò le leggi razziali: Torino ricorda Giovanni Palatucci, poliziotto che salvò vite pagando con la propria

Nel cortile d’onore della Questura di Torino, questa mattina, un gesto sobrio ma carico di significato ha riportato al centro una delle figure più complesse e luminose della storia italiana del Novecento. Il Questore Massimo Gambino ha deposto un omaggio floreale ai piedi della targa commemorativa dedicata a Giovanni Palatucci e dell’albero di ulivo piantumato in sua memoria, rinnovando il ricordo di un funzionario dello Stato che, in uno dei periodi più bui della storia europea, scelse di disobbedire alle leggi per obbedire alla propria coscienza.

La cerimonia si è svolta alla vigilia dell’81° anniversario della morte di Palatucci, avvenuta il 10 febbraio 1945 nel campo di sterminio di Dachau, dove era stato deportato dalla Gestapo dopo l’arresto avvenuto l’anno precedente. Accanto al Questore erano presenti dirigenti e funzionari della Questura, in un momento di raccoglimento che ha voluto sottolineare non solo la memoria storica, ma anche il valore attuale di una scelta individuale compiuta dentro le istituzioni.

Giovanni Palatucci, già Questore di Fiume, operò in un contesto segnato dalle leggi razziali fasciste e dall’occupazione nazista. In quel quadro, anziché limitarsi a eseguire ordini, aiutò numerose persone, ebrei italiani e stranieri, a sottrarsi alla persecuzione e alla deportazione. Un’azione silenziosa e rischiosa, portata avanti attraverso documenti, segnalazioni e protezioni che permisero a molti di evitare un destino segnato.

Il prezzo di quella scelta fu altissimo. Nel 1944 Palatucci venne arrestato, accusato di tradimento, e trasferito in Germania. A Dachau, uno dei simboli dell’orrore concentrazionario nazista, morì pochi mesi prima della liberazione del campo. Aveva appena 36 anni. La sua vicenda personale si intreccia così con quella di un’intera generazione travolta dalla violenza dei totalitarismi e dalle ambiguità di uno Stato che, in quel momento storico, aveva smarrito il senso della giustizia.

Il riconoscimento ufficiale del suo operato è arrivato nel tempo. Per aver salvato dal genocidio molti ebrei, Palatucci è stato insignito della Medaglia d’Oro al Merito Civile e riconosciuto “Giusto tra le Nazioni”, titolo conferito a chi, pur non essendo ebreo, ha rischiato la vita per salvare quella degli altri durante la Shoah. Nel 2004, la Chiesa cattolica lo ha proclamato Servo di Dio, avviando il processo di beatificazione che ne riconosce la statura morale anche sul piano spirituale.

La commemorazione di oggi non è stata solo un atto di memoria, ma anche una riflessione sul ruolo delle istituzioni nei momenti di crisi. Palatucci era un uomo dello Stato, un funzionario di polizia, e proprio per questo la sua scelta assume un valore ancora più forte. Non fu un oppositore esterno, ma qualcuno che operava dall’interno di un sistema autoritario e che, consapevolmente, decise di non piegarsi.

Nel cortile della Questura di Torino, luogo simbolo della legalità e dell’ordine pubblico, il suo nome richiama una domanda che resta attuale: fino a che punto l’obbedienza può essere considerata una virtù, quando entra in conflitto con la dignità umana. La storia di Palatucci dimostra che anche nelle strutture più rigide esiste lo spazio per una responsabilità individuale, capace di fare la differenza tra la vita e la morte.

A distanza di oltre ottant’anni, il suo esempio continua a parlare non solo agli operatori delle forze dell’ordine, ma all’intera società. Ricordarlo oggi significa riaffermare che il rispetto delle regole non può mai essere disgiunto dal rispetto delle persone, e che la memoria non è un esercizio retorico, ma un argine contro l’indifferenza.

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