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Salute
09 Febbraio 2026 - 12:04
Il ciclo non mente più: un test “tipo Covid” promette di dire alle donne quanto tempo resta alla fertilità
C’è un confine che la scienza sta provando a superare, ed è quello tra il laboratorio e la vita quotidiana. Un confine fatto di aghi, prelievi, sale d’attesa e referti che arrivano dopo giorni. Oggi quel confine si sposta, e lo fa in modo dirompente: la fertilità femminile potrebbe essere monitorata direttamente dal sangue mestruale, con un test rapido simile a quelli usati per il Covid o per la gravidanza. Un’idea che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata fantascienza, e che ora prende forma grazie a uno studio sviluppato dagli scienziati del Politecnico federale di Zurigo (ETH).
La promessa è forte: misurare la riserva ovarica in modo non invasivo, continuo e domestico, senza ricorrere a ripetuti esami del sangue tradizionali. Un cambiamento che potrebbe avere un impatto enorme su milioni di donne, soprattutto in un’epoca in cui il tema della fertilità è sempre più intrecciato con scelte di vita, carriera, salute e tempo biologico.
Per capire la portata della novità bisogna partire da un dato chiave: la riserva ovarica. Alla nascita, ogni donna possiede un patrimonio finito di ovociti. Alla pubertà, questo patrimonio è stimato tra 300.000 e 500.000 follicoli. Da quel momento in poi il numero scende in modo costante e irreversibile. Non aumenta, non si rigenera. Con il passare degli anni, diminuisce la quantità di ovociti disponibili e, progressivamente, anche la probabilità di concepire.
Oggi, per valutare questa riserva, la medicina si affida soprattutto a un indicatore: l’ormone antimulleriano (AMH). È un ormone prodotto dalle ovaie, la cui concentrazione nel sangue è proporzionale al numero di follicoli ancora “attivabili”. Valori alti indicano una riserva ovarica più ampia, valori bassi segnalano una riduzione della fertilità o l’avvicinarsi della menopausa. Non è una fotografia perfetta della capacità riproduttiva, ma è uno degli strumenti più usati nella pratica clinica, soprattutto nei percorsi di procreazione medicalmente assistita.
Il problema è il modo in cui questo dato viene raccolto. Serve un prelievo di sangue, una prescrizione medica, un laboratorio, tempi di attesa. Un’istantanea utile, ma spesso isolata. Ed è qui che entra in gioco l’intuizione del team svizzero.
I ricercatori dell’ETH di Zurigo hanno sviluppato un test rapido a flusso laterale, tecnicamente molto simile a quelli ormai entrati nella vita di tutti durante la pandemia. La differenza sta nel campione analizzato: non sangue venoso, ma sangue mestruale. Un materiale biologico che, fino a poco tempo fa, era considerato quasi un rifiuto, e che oggi viene riletto come una fonte di informazioni preziose.

Il funzionamento del test è relativamente semplice. All’interno della striscia sono presenti particelle rivestite d’oro, a loro volta ricoperte da anticorpi specifici in grado di legarsi all’ormone antimulleriano. Quando il sangue mestruale entra in contatto con il dispositivo, l’eventuale presenza di AMH genera una linea visibile, più o meno scura a seconda della concentrazione dell’ormone. Un principio noto, collaudato, ma applicato per la prima volta a questo tipo di analisi.
Per ridurre il rischio di interpretazioni soggettive – il classico dubbio su quanto una linea sia “scura” – il team ha sviluppato anche una app per smartphone, addestrata a leggere il colore della striscia e a tradurlo in un valore numerico più preciso. Un passaggio chiave, perché trasforma un test qualitativo in uno strumento di monitoraggio quantitativo.
La vera rivoluzione, però, sta nell’uso. Il test può essere integrato direttamente negli assorbenti, permettendo una misurazione passiva e ripetuta a ogni ciclo mestruale. In altre parole, la donna non deve fare nulla di diverso da ciò che già fa ogni mese. È il dispositivo a “raccogliere” l’informazione, a costruire una curva nel tempo, a mostrare come la riserva ovarica evolve.
Questo apre scenari nuovi. Per le donne che stanno pianificando una gravidanza, significa avere subito un’indicazione della fertilità residua, senza attendere esami o appuntamenti. Per chi è impegnata in un percorso di fecondazione assistita, significa poter monitorare nel tempo la risposta ovarica, cogliendo eventuali variazioni prima che diventino clinicamente rilevanti. Per la ricerca, significa accedere a dati longitudinali, raccolti mese dopo mese, e non a singoli valori isolati.
Lo studio, descritto in un articolo in pre-pubblicazione su medRxiv, ha inevitabilmente acceso il dibattito. Perché ogni promessa scientifica, soprattutto quando tocca temi sensibili come la fertilità, porta con sé anche interrogativi e critiche.
Il primo punto sollevato dagli scettici riguarda il significato stesso dell’AMH. È vero che questo ormone indica la quantità di follicoli disponibili, ma non dice nulla sulla qualità degli ovociti. Una riserva numericamente discreta non garantisce ovociti sani, né una gravidanza senza complicazioni. Il rischio, secondo alcuni esperti, è che un test così accessibile possa generare false rassicurazioni o, al contrario, ansie inutili.
C’è poi la questione del fai da te. Perché, si chiedono alcuni clinici, una paziente dovrebbe affidarsi a un test domestico quando è possibile eseguire un semplice prelievo una tantum in laboratorio? La risposta, per i sostenitori del progetto, sta proprio nella continuità. Un singolo valore di AMH è utile, ma racconta poco del trend. Un monitoraggio mensile, invece, può mostrare la velocità del declino, offrendo informazioni che oggi non sono facilmente accessibili.
Il tema è anche culturale. Per secoli, il ciclo mestruale è stato un tabù, qualcosa da nascondere, da sopportare in silenzio. Oggi la scienza lo riporta al centro, trasformandolo in uno strumento diagnostico. Non solo per la fertilità: negli stessi filoni di ricerca si stanno studiando test sul sangue mestruale per individuare endometriosi, infiammazioni croniche e altre condizioni ginecologiche spesso diagnosticate con grande ritardo.
La direzione è chiara: meno invasività, più autonomia, più dati nel tempo. Ma anche più responsabilità. Perché sapere prima non significa necessariamente stare meglio. Significa dover fare i conti con informazioni complesse, che vanno interpretate, contestualizzate, accompagnate.
Il test sviluppato a Zurigo non è ancora pronto per l’uso clinico su larga scala. Serviranno ulteriori validazioni, confronti con i dosaggi tradizionali, studi su popolazioni più ampie. Ma il segnale è forte. La medicina riproduttiva sta cambiando pelle, e lo sta facendo spostando il baricentro verso la quotidianità delle donne.
In un mondo in cui si chiede sempre più spesso alle persone di pianificare tutto, anche la genitorialità, strumenti come questo rischiano di diventare armi a doppio taglio. Possono dare consapevolezza, ma anche pressione. Possono aiutare a scegliere, ma anche a sentirsi in ritardo.
La scienza, intanto, va avanti. E lo fa partendo da ciò che per troppo tempo è stato ignorato. Il messaggio, forse, è tutto qui: il futuro della fertilità passa anche dal ciclo mestruale, da un sangue che non è più solo segno di fine, ma possibile inizio di conoscenza.
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