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Economia
09 Febbraio 2026 - 09:21
Il Piemonte cinese che cresce nell’ombra e cambia il volto di commercio, ristorazione e nuove imprese
Il cambiamento non fa rumore, non occupa le prime pagine e raramente viene raccontato per ciò che realmente è: una trasformazione strutturale dell’economia regionale. In Piemonte, mentre il dibattito pubblico resta spesso ancorato alla crisi industriale, alla fatica del commercio tradizionale o alla desertificazione dei centri storici, un pezzo consistente del sistema produttivo cresce, si organizza e si consolida. È il mondo delle imprese cinesi, una galassia imprenditoriale ormai radicata, che ha superato da tempo la fase emergenziale dell’immigrazione per assumere un ruolo stabile e, in alcuni comparti, decisivo.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Al 30 settembre scorso, in Piemonte si contavano 33.598 aziende straniere, di cui 23.086 extra Ue. All’interno di questo perimetro, la componente cinese rappresenta una quota rilevante, anche se non sempre facilmente isolabile nelle statistiche ufficiali. Nei primi nove mesi del 2025, gli imprenditori di origine cinese censiti erano 5.477, a fronte dei 4.286 di dieci anni prima. Un aumento netto, costante, che racconta una crescita lenta ma ininterrotta.
La distribuzione settoriale dice molto delle traiettorie seguite. Il commercio all’ingrosso e al dettaglio resta il comparto più affollato, con 6.581 attività, seguito dalle costruzioni (5.585), dall’alloggio e ristorazione (2.241), dalle attività amministrative (2.073) e dai servizi (1.980). Una mappa che, a una lettura superficiale, potrebbe sembrare immobile, inchiodata agli stereotipi del negozio e del ristorante. In realtà, sotto la superficie, qualcosa si muove.
Il primo elemento distintivo è il modello imprenditoriale. Gran parte delle attività nasce da capitali familiari, spesso raccolti all’interno di reti allargate che includono parenti, connazionali, comunità locali e legami transnazionali. Un sistema che consente di ridurre il rischio individuale, di sostenere l’avvio di nuove imprese e di affrontare fasi complesse senza ricorrere al credito bancario tradizionale. Non si tratta di improvvisazione, ma di una strategia consolidata, affinata negli anni e adattata al contesto italiano.
Anche la forma giuridica racconta una maturazione. Accanto alle ditte individuali, che restano numerose, cresce il numero di società con più soci, in cui il rischio è limitato al capitale investito. Un passaggio tutt’altro che marginale, che segna il superamento di una fase pionieristica e l’ingresso in una dimensione più strutturata, più consapevole, più vicina ai modelli imprenditoriali occidentali.

A cambiare non è solo la forma, ma anche la prospettiva generazionale. Le prime ondate migratorie, arrivate tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, avevano obiettivi chiari e immediati: lavorare, risparmiare, costruire una stabilità economica. Oggi, a distanza di trent’anni, sono i figli e i nipoti di quei pionieri a ridisegnare l’orizzonte. Giovani spesso nati in Italia, in molti casi cittadini italiani, che hanno frequentato le scuole piemontesi, si sono iscritti all’università, hanno acquisito competenze linguistiche e professionali diverse da quelle dei genitori.
Questo salto generazionale ha aperto nuovi spazi. Accanto ai settori tradizionali, emergono con sempre maggiore forza i servizi avanzati, il digitale, la gestione aziendale, la consulenza, le attività legate alle nuove tecnologie. È un cambiamento che non avviene per rottura, ma per stratificazione: i ristoranti e i negozi restano, ma attorno a essi nascono nuove imprese, nuovi profili professionali, nuove ambizioni.
Un indicatore rivelatore di questa evoluzione è la crescente domanda di formazione linguistica. L’apprendimento dell’italiano non è più visto solo come uno strumento di sopravvivenza quotidiana, ma come una leva per l’integrazione economica e sociale. Dipendenti, imprenditori, studenti e giovani professionisti investono nella lingua per dialogare con clienti, istituzioni, partner commerciali. La consapevolezza è chiara: senza superare il divario linguistico, l’integrazione resta incompleta.
In questo processo, un ruolo importante è svolto dalle associazioni di rappresentanza e mediazione, che negli anni hanno accompagnato la comunità cinese piemontese nel suo percorso di radicamento. Realtà che operano come ponti tra mondi diversi, favorendo la conoscenza reciproca, la cooperazione economica, l’accesso alle informazioni. Non solo sportelli di assistenza, ma veri e propri hub culturali ed economici, capaci di mettere in relazione imprese, università, enti locali, territori.
L’attenzione alla dimensione culturale è un altro elemento spesso sottovalutato. Accanto al business, cresce l’interesse per la storia, le tradizioni, il patrimonio artistico del Piemonte. Le visite ai musei, ai palazzi storici, ai luoghi simbolo di Torino e della regione diventano occasioni di conoscenza e di radicamento, soprattutto per manager e studenti. Un modo per costruire appartenenza, per sentirsi parte di un contesto più ampio, per superare l’idea di una presenza esclusivamente economica.
Il radicamento territoriale emerge con forza anche fuori dall’area metropolitana torinese. Il caso di Barge, nel Cuneese, è emblematico. Qui la presenza cinese si è concentrata nel settore delle cave di pietra, con un percorso che ha visto alcuni lavoratori diventare nel tempo imprenditori, acquisendo competenze, responsabilità e capacità di gestione. Anche in questo contesto, la seconda e la terza generazione hanno intrapreso strade diverse, spesso legate alla formazione universitaria e alla creazione di nuove attività in altri territori, Torino compresa.
Questi percorsi individuali si inseriscono in un quadro più ampio di cooperazione economica decentrata, che coinvolge istituzioni, centri di ricerca e amministrazioni locali. Le collaborazioni con enti di studio regionali e nazionali mirano a rendere visibili dinamiche che spesso restano ai margini del dibattito pubblico. Analizzare come si muovono le imprese cinesi, quali settori presidiano, quali modelli adottano, significa fornire strumenti utili ai decisori pubblici, evitando letture superficiali o ideologiche.
Un aspetto cruciale è il rapporto con i settori strategici del Piemonte. L’interesse verso l’automotive, le energie rinnovabili, la manifattura specializzata e l’artigianato di qualità apre scenari nuovi. Le collaborazioni territoriali, i gemellaggi settoriali, i progetti di scambio non sono solo simbolici, ma rispondono a esigenze concrete di sviluppo, innovazione e competitività. In un contesto globale segnato da transizioni energetiche e digitali, queste connessioni possono diventare leve importanti.
Il quadro che emerge è quello di una comunità imprenditoriale in evoluzione, lontana dalle semplificazioni. Non più solo ristoranti e negozi, ma un ecosistema complesso, stratificato, che dialoga con l’economia locale e guarda al futuro. Una presenza che non si limita a occupare spazi lasciati liberi, ma che costruisce nuove opportunità, spesso dove altri si sono ritirati.
Resta, naturalmente, il tema dell’integrazione sociale, che non può essere ridotto ai soli indicatori economici. Le sfide non mancano: dal rapporto con le istituzioni alla percezione pubblica, dalle barriere culturali alle difficoltà burocratiche. Ma i segnali di cambiamento sono evidenti. La crescente partecipazione alla vita pubblica, l’investimento nell’istruzione, l’apertura verso settori ad alto valore aggiunto indicano una traiettoria che va oltre la semplice sopravvivenza economica.
Raccontare questa realtà significa anche interrogarsi sul futuro del Piemonte. In una regione che fatica a trattenere i giovani, che vede calare la natalità e invecchiare la popolazione, il contributo delle comunità imprenditoriali straniere diventa un fattore strutturale. Ignorarlo o ridurlo a fenomeno marginale sarebbe un errore strategico.
L’avanzata delle imprese cinesi non è un’invasione né una moda passeggera. È il risultato di decenni di lavoro, di adattamento, di scelte spesso silenziose ma coerenti. Capirne le dinamiche, senza pregiudizi e senza facili entusiasmi, è una delle chiavi per leggere il Piemonte che verrà.
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