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07 Febbraio 2026 - 14:30
Fiorenzo Borello
La notizia è questa, ed è di quelle che segnano un passaggio: i supermercati Borello vanno verso la cessione alla catena milanese Unes. Un’operazione che dovrebbe chiudersi entro quattro mesi, probabilmente entro giugno. Cinquantasei punti vendita, circa ottocento lavoratori, un marchio che in Piemonte non è solo un’insegna ma una consuetudine quotidiana.
Non è un fulmine a ciel sereno. Da mesi Unes rifornisce Borello dei prodotti, una collaborazione che dall’estate scorsa ha trasformato i camion in anticamera del passaggio di proprietà. «C’è un accordo di massima, ma siamo ancora in una fase transitoria», spiega Gerardo Fusco della Uiltucs Uil, alla RAI mentre i sindacati – Filcams-Cgil e Fisascat-Cisl – attendono l’incontro di inizio marzo per capire quali e quanti negozi cambieranno davvero mano.
Dentro questa notizia, però, c’è molto più di una trattativa commerciale.
C’è un pezzo di storia del lavoro piemontese, che parte da lontano e che oggi arriva a un bivio. Perché Borello non nasce in una sala riunioni, ma dietro un banco di macelleria.
Fiorenzo “Fiore” Borello oggi ha 72 anni, viene da Montaldo Torinese e da oltre mezzo secolo fa supermercati come altri fanno chilometri. Ne ha comprati e venduti a decine, aprendone e chiudendone oltre un centinaio in una traiettoria fatta di tentativi, rischi e reinvestimenti continui.

Fiorenzo Borello nel punto vendita di Chivasso
«Avevo quindici anni e mezzo quando ho iniziato a fare il macellaio», raccontava qualche anno fa al nostro giornale, ricordando un tempo in cui «le materie prime non costavano come oggi» e il capitale iniziale erano le mance guadagnate servendo ai tavoli.
Dal Canavese al Monferrato, dalla collina torinese alla bassa vercellese, per una crescita costante negli anni: i numeri sono saliti, le aperture non si sono fermate e l’obiettivo dichiarato era chiaro. Arrivare a mille lavoratori. Un’idea di sviluppo tutta interna, familiare, costruita sul reinvestimento degli utili e su un modello di supermercato “di prossimità”, veloce, riconoscibile, con prodotti che parlavano il linguaggio del territorio.
«Ho sempre vissuto il lavoro con passione. Ci vuole passione, ma anche coraggio e un po’ di follia», diceva Borello. Una filosofia che ha tenuto insieme famiglia e azienda, con la moglie Antonella e l’ingresso dei figli Aurora e Gianluca in società. Una storia tipicamente piemontese, senza clamore ma con continuità, fatta di aperture nei quartieri, nei paesi, nelle zone dove la grande distribuzione arriva solo quando il conto torna.
Oggi quella storia, che ha trovato la sua sede a Castiglione Torinese, incontra una trasformazione più grande di lei.
Unes è un gruppo strutturato, con logiche industriali e centralizzate, figlio di una stagione diversa della distribuzione. L’operazione Borello non è un’eccezione, ma un segnale: i marchi locali diventano appetibili quando hanno una rete solida, lavoratori formati e un radicamento che altri non riescono a costruire da zero.
La domanda, ora, non è nostalgica. È concreta. Che fine farà quel modello di lavoro? Che spazio avranno le specificità locali dentro una catena nazionale?
La notizia è questa, ed è di quelle che segnano un passaggio: i supermercati Borello vanno verso la cessione alla catena milanese Unes. Un’operazione che dovrebbe chiudersi entro quattro mesi, probabilmente entro giugno. Cinquantasei punti vendita, circa ottocento lavoratori, un marchio che in Piemonte non è solo un’insegna ma una consuetudine quotidiana.
Non è un fulmine a ciel sereno. Da mesi Unes rifornisce Borello dei prodotti, una collaborazione che dall’estate scorsa ha trasformato i camion in anticamera del passaggio di proprietà. «C’è un accordo di massima, ma siamo ancora in una fase transitoria», spiega Gerardo Fusco della Uiltucs Uil, mentre i sindacati – Filcams-Cgil e Fisascat-Cisl – attendono l’incontro di inizio marzo per capire quali e quanti negozi cambieranno davvero mano.
Dentro questa notizia, però, c’è molto più di una trattativa commerciale. C’è un pezzo di storia del lavoro piemontese, che parte da lontano e che oggi arriva a un bivio. Perché Borello non nasce in una sala riunioni, ma dietro un banco di macelleria.
Fiorenzo “Fiore” Borello oggi ha 72 anni, viene da Montaldo Torinese e da oltre mezzo secolo fa supermercati come altri fanno chilometri. Ne ha comprati e venduti a decine, aprendone e chiudendone oltre un centinaio in una traiettoria fatta di tentativi, rischi e reinvestimenti continui. «Avevo quindici anni e mezzo quando ho iniziato a fare il macellaio», raccontava qualche anno fa, ricordando un tempo in cui «le materie prime non costavano come oggi» e il capitale iniziale erano le mance guadagnate servendo ai tavoli.
Nel 2023 Borello contava 52 punti vendita in 30 comuni, dal Canavese al Monferrato, dalla collina torinese alla bassa vercellese, 735 dipendenti e una crescita che sembrava ancora lontana dal punto di arrivo. Da allora i numeri sono saliti, le aperture non si sono fermate e l’obiettivo dichiarato era chiaro: arrivare a mille lavoratori. Un’idea di sviluppo tutta interna, familiare, costruita sul reinvestimento degli utili e su un modello di supermercato “di prossimità”, veloce, riconoscibile, con prodotti che parlavano il linguaggio del territorio.
«Ho sempre vissuto il lavoro con passione. Ci vuole passione, ma anche coraggio e un po’ di follia», diceva Borello. Una filosofia che ha tenuto insieme famiglia e azienda, con la moglie Antonella e l’ingresso dei figli Aurora e Gianluca in società. Una storia tipicamente piemontese, senza clamore ma con continuità, fatta di aperture nei quartieri, nei paesi, nelle zone dove la grande distribuzione arriva solo quando il conto torna.
Oggi quella storia incontra una trasformazione più grande di lei. Unes è un gruppo strutturato, con logiche industriali e centralizzate, figlio di una stagione diversa della distribuzione. L’operazione Borello non è un’eccezione, ma un segnale: i marchi locali diventano appetibili quando hanno una rete solida, lavoratori formati e un radicamento che altri non riescono a costruire da zero.
La domanda, ora, non è nostalgica. È concreta. Che fine farà quel modello di lavoro? Che spazio avranno le specificità locali dentro una catena nazionale?
Le risposte arriveranno ai tavoli sindacali, non nei comunicati. Ma una cosa è già chiara: la possibile cessione a Unes chiude un ciclo. Non cancella la storia di Fiorenzo Borello, né la passione con cui ha costruito la sua impresa, ma la consegna a una nuova fase, dove il mercato detta tempi e dimensioni che non sempre coincidono con le storie personali.
È così che cambia l’economia dei territori: non con gli strappi, ma con i passaggi di mano. E ogni passaggio lascia qualcosa indietro, mentre prova a portare avanti tutto il resto.
Le risposte arriveranno ai tavoli sindacali, non nei comunicati. Ma una cosa è già chiara: la possibile cessione a Unes chiude un ciclo. Non cancella la storia di Fiorenzo Borello, né la passione con cui ha costruito la sua impresa, ma la consegna a una nuova fase, dove il mercato detta tempi e dimensioni che non sempre coincidono con le storie personali.
È così che cambia l’economia dei territori: non con gli strappi, ma con i passaggi di mano. E ogni passaggio lascia qualcosa indietro, mentre prova a portare avanti tutto il resto.
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