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08 Febbraio 2026 - 18:58
La memoria delle foibe continua a parlare: celebrato a San Mauro il Giorno del Ricordo
La memoria non è mai un esercizio neutro, tantomeno un esercizio fine a se stesso. Lo si è visto chiaramente domenica mattina, 8 febbraio, quando il mondo civile di San Mauro Torinese si è ritrovato in largo Martiri delle Foibe per la commemorazione del Giorno del Ricordo, dedicato alle vittime delle foibe e all’esodo giuliano-dalmata. Un appuntamento che ogni anno chiama la comunità a confrontarsi con una delle pagine più controverse e a lungo rimosse della storia italiana del Novecento.
Attorno al monumento, accanto ai rappresentanti delle istituzioni e alle associazioni, c’erano cittadini comuni e soprattutto le nuove generazioni, chiamate non a un ricordo passivo, ma a una comprensione consapevole di ciò che accadde sul confine orientale alla fine della Seconda guerra mondiale.
A introdurre il momento commemorativo è stata la presidente del Consiglio comunale, Maria Vallino, che ha ricostruito il contesto storico in cui maturarono le violenze, lasciando poi la parola ad Antonio Vatta, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, presenza ormai costante nelle iniziative sanmauresi dedicate al Giorno del Ricordo. Vatta ha ribadito il valore della memoria come strumento civile, capace di tenere insieme verità storica e responsabilità collettiva, senza cedere né alla rimozione né alla strumentalizzazione.
Le foibe furono il simbolo più brutale di una violenza politica che si consumò tra il 1943 e il 1945 nei territori dell’Istria, della Venezia Giulia e della Dalmazia. Migliaia di civili italiani – ma anche soldati semplici, funzionari, sacerdoti e oppositori – furono uccisi e gettati nei profondi inghiottitoi carsici o morirono nei campi di prigionia jugoslavi. Non si trattò di episodi casuali o di vendette isolate, ma di una repressione sistematica, maturata in un clima di guerra, resa dei conti ideologica e ridefinizione forzata dei confini.

Le autorità pubbliche
A guidare la Jugoslavia in quegli anni era Josip Broz Tito, capo politico e militare del movimento partigiano comunista jugoslavo. Tito non fu un esecutore materiale degli eccidi, ma ne fu il responsabile politico e il comandante supremo, sotto la cui autorità operarono le forze che attuarono le epurazioni. È una responsabilità oggi riconosciuta dalla storiografia, anche se per decenni rimasta ai margini del racconto pubblico italiano.
Alle uccisioni seguì l’altra grande tragedia: l’esodo giuliano-dalmata. Circa 250-300 mila italiani furono costretti ad abbandonare le loro terre, le case, il lavoro, scegliendo la fuga verso un’Italia che spesso non era pronta ad accoglierli. Un trauma collettivo che segnò intere generazioni e che per lungo tempo venne relegato a una memoria privata, silenziosa, quasi imbarazzante.
Questa storia rimase in ombra anche per ragioni geopolitiche. Nel pieno della Guerra fredda, Tito venne considerato dall’Occidente un interlocutore strategico per il suo distacco dall’Unione Sovietica. In quel contesto, l’Italia arrivò persino a conferirgli, nel 1969, la massima onorificenza della Repubblica, un atto diplomatico che ancora oggi pesa come un nodo irrisolto nella coscienza nazionale. Un’onorificenza mai revocata, emblema di una stagione in cui la ragion di Stato prevalse sul riconoscimento delle vittime.
Il Giorno del Ricordo, istituito nel 2004, nasce proprio per colmare questo vuoto. Non per riscrivere la storia in chiave ideologica, ma per restituire dignità a una tragedia che per troppo tempo è stata taciuta o minimizzata, anche nel timore di incrinare equilibri politici e internazionali.
A San Mauro, il senso di questo impegno è stato reso evidente dalla presenza del Consiglio comunale dei Ragazzi, rappresentato dalla giovane sindaca Mya Conversano, insieme ad altri studenti. Un segnale preciso: la memoria non appartiene solo a chi l’ha vissuta, ma soprattutto a chi dovrà farsene carico domani.
A chiudere la commemorazione è stata la sindaca Giulia Guazzora, che ha richiamato le parole pronunciate in passato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sottolineando come il ricordo non serva a riaprire ferite, ma a evitare che il passato venga rimosso o banalizzato: «Se non possiamo cambiare il passato – ha ricordato – possiamo contribuire a costruire un presente e un futuro migliori».
È questo, in fondo, il senso più autentico del Giorno del Ricordo: non una memoria "divisiva", ma un ricordo esigente, che chiede di guardare in faccia la storia, riconoscere le responsabilità e trasmettere alle nuove generazioni la consapevolezza che l’odio ideologico, quando diventa sistema, lascia ferite che durano decenni. Anche quando il silenzio sembra averle coperte.

Da sinistra verso destra: Parola, Conversano, Vallino, Vatta e Guazzora
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