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08 Febbraio 2026 - 11:43
Alessandro Buongiorno in lacrime dopo la partita contro il Genoa: quando il calcio mostra la fragilità
Nel calcio di oggi non si sbaglia mai da soli. Ogni errore ha un pubblico, ogni caduta viene osservata, commentata, giudicata. Alessandro Buongiorno lo ha sperimentato fino in fondo dopo la partita di Genova, quando due errori gravi hanno segnato la gara e, forse, anche qualcosa di più profondo.
Il fischio finale arriva come una liberazione, ma per lui non c’è sollievo. Rientra negli spogliatoi visibilmente scosso, scoppia in lacrime, viene raggiunto e consolato dai compagni e dallo staff. È un momento che non finisce nei tabellini, ma che racconta meglio di qualsiasi analisi il peso emotivo di ciò che sta vivendo. Perché dietro la maglia del Napoli e il ruolo di difensore centrale c’è un uomo che sente addosso tutta la responsabilità dell’errore.
Buongiorno non è un personaggio abituato ai riflettori. È un torinese, cresciuto nei granata, diventato capitano per affidabilità e senso del dovere prima ancora che per carisma. Uno che ha sempre incarnato un’idea precisa di calcio: concentrazione, sobrietà, spirito di sacrificio. Proprio per questo, vederlo perdere lucidità, sbagliare gesti elementari, apparire fragile, colpisce più di altri casi simili.
Il passaggio al Napoli ha cambiato tutto. Nuova città, nuova pressione, nuove aspettative. Da leader granata a investimento importante in una squadra che non può permettersi pause. Una transizione che, finora, si è rivelata più complessa del previsto. Gli infortuni, i rientri affrettati, la mancanza di continuità hanno inciso sul fisico, ma soprattutto sulla testa. E quando la fiducia vacilla, anche il giocatore più affidabile può smarrirsi.
Gli errori di Marassi non arrivano dal nulla. Sono l’ultimo anello di una catena fatta di esitazioni, posizionamenti sbagliati, interventi fuori tempo visti anche nelle settimane precedenti. Antonio Conte, allenatore che vive il calcio come una questione di certezze, lo capisce subito e lo toglie dal campo. Una scelta tecnica, certo, ma anche un segnale netto: in questo momento Buongiorno non è sereno.
Le lacrime a fine partita raccontano però qualcosa che va oltre il campo. Raccontano il senso di colpa, la frustrazione di chi sente di aver tradito un compito, di aver deluso una squadra e forse anche sé stesso. Nel calcio iperprofessionale, dove tutto deve essere performance e controllo, mostrarsi vulnerabili è quasi un tabù. Eppure è proprio lì che emerge la dimensione più vera.
Buongiorno non ha cercato giustificazioni, non ha alzato la voce, non ha indicato responsabilità altrui. Ha incassato. In silenzio. Un atteggiamento coerente con il suo carattere, ma che oggi lo espone a un rischio: restare solo dentro una difficoltà che invece avrebbe bisogno di tempo e protezione.
Quella che sta vivendo non è solo una crisi sportiva. È una fase di crescita forzata, di passaggio da un contesto che lo ha accompagnato per anni a uno che chiede risultati immediati. È il prezzo della visibilità, del salto di livello, del calcio che non aspetta nessuno.
La vera partita, ora, non sarà la prossima presenza o la prossima panchina. Sarà capire se Alessandro Buongiorno riuscirà a trasformare questo momento di esposizione totale in un punto di svolta. Perché nel calcio, come nella vita, non è l’errore a definire una persona. È il modo in cui prova a rialzarsi quando tutti stanno guardando.
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Alessandro Buongiorno
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