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06 Febbraio 2026 - 12:32
Scarpe per Gaza, a Ciriè un silenzioso colpo allo stomaco che trasforma la piazza in memoria
Piazza San Giovanni, nel centro di Ciriè, domenica 1° febbraio si è presentata con un volto diverso, capace di fermare i passanti e costringerli a rallentare. Al posto del consueto via vai, centinaia di scarpe usate, disposte una accanto all’altra, hanno occupato lo spazio urbano trasformandolo in un luogo di riflessione collettiva. Scarpe di ogni tipo e misura: da uomo, donna, bambino, consumate dal tempo, diverse per colore e forma. Un’immagine semplice, ma di forte impatto, che ha scosso la coscienza di chi si è trovato davanti a quel silenzioso allestimento.
L’iniziativa, intitolata “Scarpe per Gaza”, è stata promossa dalla sezione locale di Amnesty International insieme a comitati spontanei del territorio. Un flashmob pacifico, senza slogan urlati né bandiere, costruito sulla forza dei simboli. Ogni paio di scarpe rappresentava una persona che non potrà più camminare, una vita spezzata dalla violenza dei conflitti armati. Allo stesso tempo, quelle scarpe raccontavano anche il cammino di chi, ancora oggi, continua a chiedere giustizia, pace e tutela dei civili.
Il riferimento principale è stato quello alla striscia di Gaza, dove la guerra continua a produrre un numero impressionante di vittime, soprattutto tra la popolazione civile. Ma lo sguardo dell’iniziativa non si è fermato lì. Il messaggio ha voluto abbracciare anche altri scenari di guerra e repressione, dall’Ucraina all’Iran, fino alle tragedie legate alle migrazioni, con persone che perdono la vita in mare nel tentativo disperato di fuggire da fame, violenza e persecuzioni. Un’unica grande assenza, declinata in contesti diversi, ma accomunata dalla stessa disumanità.
La scelta di utilizzare le scarpe non è casuale. Sono oggetti quotidiani, comuni, che tutti indossano senza pensarci. Proprio per questo diventano potenti quando vengono private del loro contesto naturale. Vederle abbandonate, senza chi dovrebbe calzarle, richiama immediatamente l’idea di una vita interrotta. Un’assenza che non ha bisogno di parole per essere compresa.

Accanto al valore simbolico, l’iniziativa ha avuto anche un risvolto concreto. Al termine della manifestazione, tutte le scarpe sono state raccolte e destinate alla donazione. Una parte verrà distribuita a persone in difficoltà attraverso realtà solidali come il Sermig e il rifugio Massi di Oulx, mentre quelle non immediatamente utilizzabili saranno affidate a una cooperativa che si occuperà di ripararle. Un gesto che unisce memoria e utilità, evitando che il simbolo resti fine a se stesso.
L’azione nasce dalla convinzione che non sia più possibile restare indifferenti di fronte a stragi di innocenti che si consumano ogni giorno. Anche quando i numeri diventano enormi e le storie individuali sembrano perdersi nelle statistiche, resta il dovere di ricordare che dietro ogni vittima c’è una persona reale, con un corpo, un volto, una vita. Anche se non se ne conoscono i nomi, l’orrore resta visibile e non può essere normalizzato.
Chi ha promosso il flashmob è consapevole che un’iniziativa di questo tipo non può fermare una guerra. Ma crede che prendere posizione, anche con gesti simbolici, sia necessario. Perché il silenzio e l’abitudine sono spesso il terreno su cui la violenza prospera. Esporre quelle scarpe in piazza è stato un modo per rompere l’indifferenza e ricordare che la vita umana non può essere trattata come qualcosa di sacrificabile.
L’idea che ha ispirato l’evento affonda le radici nella memoria storica europea. Il riferimento è al monumento “Scarpe sul lungo Danubio” di Budapest, realizzato dal regista Can Togay e dallo scultore Pauer Gyula. L’opera, composta da sessanta paia di scarpe in ghisa, ricorda l’uccisione di circa diecimila persone ebree durante l’Olocausto, costrette a togliersi le scarpe prima di essere fucilate lungo il fiume. Scarpe destinate a essere riutilizzate o vendute, mentre i corpi venivano gettati nel Danubio.
Quel monumento è diventato negli anni uno dei simboli più forti della memoria dell’Olocausto. A Ciriè, l’eco di quell’opera è stata rielaborata per parlare al presente. Non per sovrapporre tragedie diverse, ma per ricordare che la disumanizzazione segue spesso schemi simili, indipendentemente dal tempo e dal luogo. Quando le vittime diventano numeri, quando la morte viene giustificata o relativizzata, il rischio è sempre lo stesso.
Il flashmob di piazza San Giovanni ha dimostrato come anche una realtà locale possa farsi carico di temi globali, usando un linguaggio comprensibile a tutti. Nessun palco, nessun discorso ufficiale, nessun rumore. Solo scarpe, silenzio e spazio pubblico restituito alla riflessione. Un modo diretto per ricordare che la pace non è un concetto astratto, ma una responsabilità collettiva che inizia anche da piccoli gesti.
In una domenica qualunque, una piazza di provincia è diventata per qualche ora un luogo di memoria, denuncia e solidarietà. E quelle scarpe, prima abbandonate a terra, hanno continuato a camminare idealmente, portando con sé un messaggio semplice e difficile da ignorare.




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