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01 Febbraio 2026 - 22:52
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All’alba, il rumore dei motori non annuncia una partenza, ma un’attesa. Una lunga fila di ambulanze, con i lampeggianti spenti e i portelloni chiusi, si allunga per centinaia di metri verso il valico di Rafah, dal lato egiziano. Dentro ci sono bambini malati, pazienti oncologici, persone ferite dalle schegge. Sulle ginocchia tengono le cartelle cliniche, accanto alle barelle ci sono le bombole di ossigeno. È l’immagine che accompagna una notizia attesa da quasi due anni: da domani, lunedì 2 febbraio 2026, il passaggio delle persone riprenderà, ma solo in modo limitato.
Secondo il piano annunciato da Israele, ogni giorno potranno uscire dalla Striscia di Gaza almeno 50 malati, accompagnati da un familiare, e 50 persone potranno rientrare dopo essere rimaste bloccate all’estero a causa della guerra. I controlli di sicurezza al valico, spiegano fonti israeliane, saranno gestiti dallo Shin Bet, l’intelligence interna, con verifiche incrociate che coinvolgono anche l’Egitto e una missione dell’Unione europea. La scena di queste ore, però, ricorda una verità che a Gaza è sempre la stessa: ogni apertura è un’eccezione, mai una normalità.
(CNN) — The Rafah crossing between Gaza and Egypt began a trial phase on Sunday ahead of its planned reopening that will allow a limited number of Palestinians to leave the war-torn enclave. https://t.co/MtMuoc5NdV#Gaza #Egypt #CBCNewsBB pic.twitter.com/QM8m3ftlxT
— CBC BARBADOS (@CBCBARBADOS) February 1, 2026
Il valico di Rafah è l’unica porta di Gaza che non conduce direttamente in Israele. Dopo il controllo militare israeliano dell’area, nella primavera del 2024, il passaggio di persone si era quasi fermato del tutto. Da settimane i mediatori internazionali lavoravano a una riapertura parziale, legata alla seconda fase della tregua. L’annuncio ufficiale è arrivato tra venerdì 30 e sabato 31 gennaio 2026: riapertura limitata, solo per pedoni, con priorità assoluta alle evacuazioni mediche e con rientri contingentati. Per questo, già nella notte, le ambulanze si sono messe in fila dal lato egiziano.
Il numero fissato, 100 persone al giorno in totale, nasce da un equilibrio fragile tra esigenze di sicurezza, capacità di controllo e una rete sanitaria ormai allo stremo. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, a Gaza solo una parte degli ospedali è ancora parzialmente funzionante. Le liste d’attesa per le evacuazioni mediche sono lunghissime: decine di migliaia di persone hanno bisogno di cure che nella Striscia non sono più disponibili. Già nel 2025 l’OMS parlava di evacuazioni troppo lente rispetto all’emergenza reale. Per questo la riapertura di Rafah può salvare delle vite, ma resta una goccia in un mare di bisogni.
Non tutti potranno passare. I rientri saranno consentiti, almeno all’inizio, solo ai residenti di Gaza che si trovavano all’estero a causa della guerra e solo dopo il nulla osta di sicurezza. In ingresso dall’Egitto, la priorità sarà data ai malati gravi, con un solo familiare per ciascun paziente. In alcuni casi, e solo con autorizzazioni specifiche, potranno entrare anche operatori di ONG o tecnici essenziali per i servizi civili. I controlli saranno rigidi, con verifiche biometriche e ispezioni di bagagli e dispositivi elettronici. Il margine di discrezionalità resta molto alto.
La gestione del valico oggi è un intreccio complesso. Sul posto operano tecnici palestinesi non affiliati a Hamas, la sicurezza è affidata allo Shin Bet, il lato egiziano è controllato dal Cairo e una missione europea ha il compito di supervisionare le liste e i flussi. Nei mesi scorsi si era parlato di un possibile ritorno dell’Autorità Nazionale Palestinese, ma Israele ha sempre smentito un passaggio di consegne immediato. La riapertura ridotta conferma che la soluzione è provvisoria e che il controllo resta saldo nelle mani israeliane.
L’Egitto, da parte sua, mantiene una posizione chiara: Rafah non può diventare una via di uscita senza ritorno. Ogni apertura deve garantire il passaggio in entrambe le direzioni. Il Cairo rifiuta l’idea che il valico si trasformi in uno strumento di svuotamento della Striscia. È una linea che l’Egitto porta avanti da tempo e che resta centrale nella mediazione insieme a Qatar, Turchia e Stati Uniti.
La riapertura parziale di Rafah si inserisce nella seconda fase della tregua sostenuta da Washington. L’operatività sarà graduale e fortemente controllata. Sullo sfondo c’è un obiettivo politico più ampio: avviare un percorso di stabilizzazione di Gaza, con una gestione tecnica palestinese e una presenza internazionale di monitoraggio. Ma sul terreno la violenza non è cessata, e ogni giorno nuovi raid e scontri alimentano la sfiducia.
Quando si parla di “controlli Shin Bet”, si intende un sistema che permette di verificare i profili a distanza, di attivare checkpoint militari nelle aree adiacenti al valico e di bloccare i flussi in tempo reale se emerge un’allerta. Nelle ultime settimane, secondo i media israeliani, all’interno dell’apparato di sicurezza si è discusso a lungo su quanto rendere rigido questo meccanismo. Alla fine ha prevalso la linea più restrittiva, ed è anche per questo che i numeri restano così bassi.
A rendere il quadro ancora più fragile c’è una scadenza pesantissima. Il 1° marzo 2026 Medici Senza Frontiere rischia di sospendere le operazioni in Palestina perché la sua registrazione presso le autorità israeliane è scaduta il 31 dicembre 2025. L’organizzazione ha provato a trovare soluzioni, arrivando a ipotizzare la condivisione limitata dei nomi del personale, ma senza ottenere garanzie ritenute sufficienti. In Israele, negli stessi giorni, si è parlato apertamente di una possibile chiusura forzata delle attività di MSF entro fine febbraio. Per Gaza, già priva di farmaci, medici specialisti e posti letto, sarebbe un colpo devastante.
MSF stima in oltre 100 milioni di euro l’impegno umanitario previsto per il 2026 tra Gaza e Cisgiordania e denuncia che dall’inizio dell’anno l’ingresso di personale internazionale e di forniture è bloccato. L’OMS conferma che il sistema sanitario è collassato. In questo contesto, evacuare 50 pazienti al giorno rischia di essere solo un cerotto su una ferita profonda.
Per le famiglie, ogni numero nasconde una storia. Una madre che rientra con i figli dopo mesi al Cairo, un padre che accompagna il figlio malato verso un ospedale egiziano, una giovane donna oncologica diretta in Europa per curarsi. Ma il viaggio non finisce al valico: servono ospedali disponibili, visti, trasferimenti, cure continue. E chi torna a Gaza trova spesso case distrutte, quartieri svuotati, nuove difficoltà quotidiane.
Domani partirà la fase di prova. Nei giorni successivi si capirà se le quote potranno aumentare e se il meccanismo reggerà. Entro fine febbraio si aprirà anche una verifica politica sulla gestione del valico e sull’equilibrio tra sicurezza e aiuti umanitari, soprattutto alla luce della possibile uscita di scena di MSF.
Nessuno, tra gli operatori umanitari, crede che 100 passaggi al giorno possano rispondere ai bisogni reali. Migliaia di pazienti attendono cure urgenti. Se i controlli resteranno il principale collo di bottiglia, i numeri non cresceranno e la tensione sociale aumenterà ancora.
Quando il primo paziente attraverserà domani il corridoio di Rafah, con i documenti in mano e il braccialetto dell’ospedale al polso, quel passo avrà il peso di una prova. Se la cooperazione funzionerà e le quote cresceranno, la fila di ambulanze potrà accorciarsi. Altrimenti Rafah resterà ciò che è oggi: un respiro trattenuto, in attesa di sapere se potrà davvero diventare un passaggio di vita.
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