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Settimo Torinese dedica una targa alla bambina morta chiedendo aiuto

La sua voce spezzata ha attraversato il mondo. Intrappolata in un’auto sotto il fuoco, ferita e sola, parlò per ore con i soccorritori prima di morire. Sabato una targa in sua memoria, perché quel grido non venga sepolto dal silenzio.

Settimo Torinese dedica una targa alla bambina morta chiedendo aiuto

Settimo Torinese dedica una targa alla bambina morta chiedendo aiuto

Si chiamava Hind Rajab. Cinque anni. Un’età in cui il mondo dovrebbe essere grande, non ostile. Un’età fatta di ginocchia sbucciate, cartoni animati, mani piccole che cercano quelle degli adulti. Un’età in cui si impara a contare, non a morire.

Hind invece ha imparato presto che il mondo può crollarti addosso senza chiedere permesso.

È il 29 gennaio 2024. Gaza. Un’auto prova a scappare. Dentro c’è una famiglia. Come tante. Come troppe. Gente che non combatte, non decide, non comanda. Gente che prova solo a sopravvivere. L’auto viene colpita. Raffiche. Colpi secchi. Il tempo che si ferma. I corpi che cadono uno dopo l’altro. Gli adulti non si muovono più. Il sangue macchia i sedili. Il silenzio arriva tutto insieme. Dentro quell’auto restano vive solo due bambine.

Hind è la più piccola. È ferita. È terrorizzata. È circondata dai corpi dei suoi familiari. Non c’è nessuno che le dica cosa fare. Non c’è nessuno che la stringa. Non c’è nessuno che la protegga. C’è solo un telefono.

Hind chiama. Cerca aiuto.

Dall’altra parte risponde un operatore della Mezzaluna Rossa. La voce di Hind è sottile, spezzata, infantile. Dice che tutti sono morti. Dice che ha paura. Dice che sente sparare. Dice che è ferita. Dice che ha sete. Dice che non vuole morire.

Non piange come nei film. Piange come piangono i bambini veri: con il fiato corto, con frasi interrotte, con la paura che non ha parole abbastanza grandi per essere spiegata.

L’operatore prova a calmarla. Le parla piano. Le chiede di resistere. Le dice che stanno arrivando. Le chiede di non chiudere gli occhi. Le chiede di restare sveglia. Le chiede di essere grande, quando grande non dovrebbe esserlo affatto.

La chiamata va avanti per ore. Ore in cui una bambina resta prigioniera in una macchina crivellata di colpi. Ore in cui sente gli spari avvicinarsi. Ore in cui la speranza è una promessa fragile appesa a un filo di voce.

Un’ambulanza parte per salvarla. Parte davvero. Non è una metafora. Non è una dichiarazione. È un mezzo di soccorso con delle persone dentro che vanno a salvare una bambina.

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Non arriverà mai. L’ambulanza viene colpita. I paramedici muoiono. Anche loro. Anche chi prova a salvare. Anche chi corre verso la vita. La guerra non distingue. Non rallenta. Non si ferma davanti a niente.

La linea con Hind cade.

Quando, molto dopo, qualcuno riesce ad arrivare, trova solo il silenzio. Trova il corpo di Hind crivellato da 355 proiettili. Trova la cuginetta accanto a lei. Trova un’auto diventata una bara. Trova la fine di una storia che non avrebbe mai dovuto iniziare. Trova il "genocidio".

Hind non è morta subito. Questa è la cosa che fa più male. Hind ha avuto il tempo di capire. Il tempo di avere paura. Il tempo di sperare. Il tempo di aspettare. Il tempo di chiedere aiuto. E il mondo non è arrivato.

La sua voce, registrata, ha fatto il giro del pianeta. È diventata simbolo, bandiera, nome scritto sui cartelli. Ma prima di tutto è stata una voce vera. Una voce di bambina che non parlava di politica, di religione, di confini. Parlava di paura. Di dolore. Di solitudine.

Hind non chiedeva giustizia. Chiedeva di vivere.

Oggi il suo nome è diventato una fondazione. È diventato un film. È diventato memoria collettiva. Ma nessuna fondazione, nessun film, nessuna commemorazione potrà restituirle quello che le è stato tolto: il futuro.

Non sapremo mai che donna sarebbe diventata. Non sapremo mai che lavoro avrebbe fatto. Non sapremo mai chi avrebbe amato. Non sapremo mai che voce avrebbe avuto da grande.

Sappiamo solo com’era la sua voce mentre moriva.

Raccontare la storia di Hind Rajab fa male. Ascoltarla fa male. Ma ignorarla sarebbe imperdonabile. Perché se una bambina può restare per ore intrappolata, ferita, terrorizzata, mentre chi prova a salvarla viene ucciso, allora non siamo davanti a una “tragedia”. Siamo davanti a un fallimento umano.

Hind non aveva armi. Non aveva colpe. Non aveva scelta.

Aveva solo cinque anni. E una voce che chiedeva aiuto.

Una voce che oggi, se siamo ancora capaci di sentire, dovrebbe farci piangere. E poi farci vergognare.

***

Sabato 7 febbraio 2026, tra le 10 e le 12, Settimo Torinese si fermerà in silenzio: nell’area tra via Po e via Ariosto, accanto all’albero messo a dimora durante la Festa dell’Albero dello scorso novembre e dedicato alla giovane palestinese Hind Rajab, verrà posata una targa in sua memoria, perché quella voce di bambina continui a vivere anche qui, lontano dalla guerra, ma non dal dovere di ricordare.

 

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