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06 Febbraio 2026 - 11:27
Pensione anticipata 2026, l’ultima chiamata prima della stangata: chi può smettere di lavorare e chi resterà incastrato fino a 67 anni
Il 2026 non è un anno qualsiasi per chi guarda alla pensione anticipata come a una possibile via d’uscita dal lavoro. È l’ultimo anno di relativa stabilità prima di nuovi aumenti dei requisiti contributivi e, per molti lavoratori, rappresenta una sorta di spartiacque: chi riesce a maturare i requisiti entro il 31 dicembre potrà andare in pensione con regole più favorevoli, chi resta fuori rischia di dover lavorare più a lungo. Capire come funziona davvero la pensione anticipata, quali sono i canali ancora aperti e quali effetti produce sull’assegno è oggi più che mai decisivo.
La pensione anticipata consente di smettere di lavorare prima dei 67 anni, età fissata anche per il 2026 per la pensione di vecchiaia. A differenza di quest’ultima, però, non conta l’età anagrafica ma il numero di anni di contributi versati. È questo il punto chiave: chi ha iniziato a lavorare molto presto può teoricamente uscire anche prima dei 60 anni, mentre chi ha carriere discontinue o interrotte rischia di restare intrappolato nel sistema.
Nel 2026 restano in vigore due grandi canali ordinari: la pensione anticipata ordinaria e la pensione anticipata contributiva. Accanto a questi continuano a esistere percorsi riservati a categorie specifiche, come i lavoratori precoci, chi svolge mansioni gravose o usuranti e alcune situazioni di fragilità. Le formule sperimentali introdotte negli anni scorsi, come quota 103 e opzione donna, non sono più aperte a nuovi ingressi: possono essere utilizzate solo da chi ha già maturato i requisiti entro il 2025 e deve semplicemente presentare domanda.
Il primo elemento da chiarire è che il 2026 è l’ultimo anno di congelamento dei requisiti. Fino al 31 dicembre, infatti, resta sospeso l’adeguamento alla speranza di vita, il meccanismo che fa aumentare automaticamente gli anni di contributi richiesti. Dal 1° gennaio 2027 è già previsto un incremento di un mese, destinato a crescere ulteriormente nel 2028. Questo significa che chi è vicino alla soglia farebbe bene a verificare con attenzione la propria posizione, perché anche pochi mesi possono fare la differenza.
La pensione anticipata ordinaria resta la strada principale per chi ha una carriera lunga alle spalle. Nel 2026 servono 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, indipendentemente dall’età. Non conta se il lavoratore ha 59, 61 o 63 anni: ciò che rileva è esclusivamente l’anzianità contributiva. I contributi validi sono sia quelli effettivamente versati lavorando sia quelli figurativi, come maternità, servizio militare o periodi coperti da Naspi, anche se in alcune situazioni particolari possono essere richiesti almeno 35 anni di contributi effettivi, senza considerare quelli figurativi.
Un aspetto spesso sottovalutato riguarda il sistema di calcolo della pensione. Chi ha versato contributi prima del 1996 rientra nel cosiddetto sistema misto, con una parte dell’assegno calcolata con il metodo retributivo e una parte con quello contributivo. In linea teorica questo garantisce un importo più alto. Chi invece ha iniziato a lavorare dopo il 1996 è nel sistema contributivo puro, dove l’assegno dipende interamente da quanto è stato versato nel corso della carriera e dall’età di uscita.
Anche raggiungendo i requisiti, la pensione non arriva subito. Esiste infatti una finestra mobile che rinvia la decorrenza dell’assegno. Nel settore privato l’attesa è di tre mesi, mentre nel settore pubblico può arrivare in genere a cinque mesi, con variazioni legate al tipo di contratto e all’anno di maturazione del diritto. Durante questo periodo il lavoratore può continuare a lavorare, ma è fondamentale sapere che per ricevere la pensione è necessaria la cessazione del rapporto di lavoro dipendente, mentre non è obbligatoria per chi svolge attività autonoma.

Accanto al canale ordinario esiste la pensione anticipata contributiva, pensata per chi è interamente nel sistema contributivo. È una possibilità importante, ma anche molto selettiva. Per accedervi nel 2026 devono essere soddisfatti contemporaneamente tre requisiti. Il primo è l’età: bisogna aver compiuto 64 anni. Il secondo riguarda i contributi: servono almeno 20 anni di versamenti effettivi, cioè realmente pagati, senza il ricorso a contributi figurativi. Il terzo requisito, spesso il più difficile da raggiungere, riguarda l’importo dell’assegno: la pensione maturata deve essere pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale. Se questa soglia non viene superata, l’uscita anticipata non è consentita, anche se età e contributi sono sufficienti.
Questo vincolo economico rende la pensione anticipata contributiva una strada percorribile soprattutto per chi ha avuto stipendi medio-alti e carriere continue. Chi ha redditi bassi, lavori discontinui o lunghi periodi di part-time rischia di restare escluso e di dover attendere la pensione di vecchiaia a 67 anni. È uno dei punti più discussi del sistema, perché introduce una selezione di fatto basata sul reddito.
Esistono poi i canali dedicati ai lavoratori precoci, cioè coloro che hanno versato almeno 12 mesi di contributi prima dei 19 anni, e che rientrano in determinate categorie, come disoccupati, caregiver o addetti a lavori gravosi. In questi casi è possibile accedere alla pensione con 41 anni di contributi, ma anche qui servono verifiche puntuali e il rispetto di finestre temporali precise. Lo stesso vale per chi ha svolto attività usuranti, per le quali la normativa prevede requisiti specifici e procedure di certificazione spesso complesse.
Un elemento che non va mai ignorato è l’effetto dell’anticipo sull’assegno. Andare in pensione prima significa, nella maggior parte dei casi, percepire una pensione più bassa per tutta la vita. Nel sistema contributivo, in particolare, uscire a 64 anni invece che a 67 comporta coefficienti di trasformazione meno favorevoli e quindi un assegno ridotto. È una scelta che va ponderata con attenzione, soprattutto in un contesto di inflazione e aumento del costo della vita.
Il quadro che emerge per il 2026 è quello di un sistema complesso, rigido e sempre più selettivo. Le scorciatoie si sono progressivamente chiuse, le opzioni sperimentali sono state ridimensionate e restano percorsi che richiedono carriere lunghe, redditi adeguati o condizioni personali particolari. Per molti lavoratori, soprattutto quelli entrati tardi nel mercato del lavoro o colpiti da crisi e precarietà, la pensione anticipata resta un obiettivo difficile da raggiungere.
Per questo il 2026 assume un valore simbolico e concreto insieme. È l’ultimo anno in cui le regole restano ferme, prima di un nuovo giro di vite. Chi è vicino ai requisiti farebbe bene a muoversi per tempo, verificando con precisione la propria posizione contributiva e valutando l’impatto economico dell’uscita anticipata. Perché, nel sistema previdenziale attuale, smettere di lavorare prima è possibile, ma non per tutti e non senza conseguenze.
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