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05 Febbraio 2026 - 22:26
La premier Giorgia Meloni
Il messaggio è netto, il tono ancora di più. Dopo oltre due ore di Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni rivendica il nuovo pacchetto sicurezza come una scelta politica di fondo, non come una risposta estemporanea all’attualità. Uno Stato che, nelle parole della premier, “non si gira dall’altra parte”, che difende “chi ci difende” e che restituisce “sicurezza e libertà ai cittadini”. È questo il perimetro dentro cui il governo colloca un decreto destinato a far discutere, non solo per il contenuto delle misure, ma per lo scontro frontale che Meloni apre con una parte della magistratura, accusata di un “doppiopesismo” che renderebbe difficile la tutela dei cittadini.
La presidente del Consiglio sceglie la via dell’intervista televisiva, su Rete4, invece della conferenza stampa a Palazzo Chigi, lasciando ai ministri il compito di illustrare il provvedimento. Il motivo è politico e simbolico insieme: la scarcerazione di alcuni responsabili degli scontri di Torino, che Meloni definisce non come episodi marginali, ma come azioni portate avanti da persone “organizzate” che “agiscono contro lo Stato”. Non “ragazzini che vogliono fare un po’ di casino”, ma un problema strutturale di ordine pubblico che, secondo la premier, impone un cambio di passo.
Il pacchetto sicurezza, frutto di un confronto serrato e preventivo con il Quirinale, viene presentato come un tassello coerente di una strategia più ampia. Meloni respinge l’accusa di misure “spot” e insiste sulla necessità di un approccio più duro, rivendicando la piena legittimità costituzionale del testo. Al centro del dibattito c’è il tema dello “scudo penale”, definizione che la premier e il ministro della Giustizia Carlo Nordio respingono con decisione. Non si tratta, spiegano, di garantire impunità alle forze dell’ordine, ma di correggere un meccanismo che finora avrebbe penalizzato chi si è difeso in situazioni evidenti.
Secondo Meloni, lo “scudo” vero lo avrebbero avuto fino ad oggi i centri sociali, in un contesto in cui “qualsiasi cosa fai non ti succede niente”. Il cambio di paradigma sta nell’eliminazione dell’obbligo automatico di iscrizione nel registro degli indagati quando è palese la legittima difesa. Una semplificazione che, nelle intenzioni del governo, serve a tutelare chi interviene per difendere l’ordine pubblico senza trasformarlo automaticamente in un sospettato.

Sul fronte dell’immigrazione, che costituisce la parte iniziale del pacchetto, il rinvio è di pochi giorni. La prossima settimana arriverà la delega per recepire il Patto Ue e un disegno di legge per contrastare l’immigrazione illegale, che includerà anche il blocco navale, tema identitario per la maggioranza. Intanto, con il decreto legge, viene cancellato quello che Meloni definisce un automatismo “surreale”: la previsione secondo cui, in caso di ricorso contro l’espulsione, allo straniero venisse garantito il pagamento dell’avvocato a prescindere dalla sua condizione economica. Una norma abolita perché, sostiene la premier, “non esiste che un immigrato abbia addirittura più diritti di un italiano”.
In conferenza stampa, Carlo Nordio sintetizza la filosofia del provvedimento con un riferimento pesante alla storia del Paese. L’obiettivo, dice, è evitare che si ripetano “i tristi momenti” delle Brigate rosse, puntando sulla prevenzione e non su norme liberticide. Un concetto ribadito anche dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che difende una delle misure più controverse: il fermo preventivo di 12 ore. Nella versione finale del testo, il magistrato deve essere informato e può disporre il rilascio immediato se non sussistono le condizioni. Un correttivo che, secondo il Viminale, garantisce l’equilibrio tra sicurezza e garanzie costituzionali.
Piantedosi rivendica la correttezza giuridica dell’impianto e sottolinea come il confronto con il Colle abbia portato a giuste puntualizzazioni, senza stravolgere il testo. Sulla stessa linea Matteo Salvini, che ringrazia il presidente Sergio Mattarella e assicura che “non è cambiato nulla” rispetto alla versione concordata. Il leader della Lega, però, non rinuncia a rilanciare uno dei suoi cavalli di battaglia: la cauzione per chi commette reati, assente dal decreto ma destinata, promette, ad arrivare in Parlamento come proposta del suo partito.
Nel corso del Consiglio dei ministri, parlano a lungo sia Piantedosi sia Nordio. Il ministro della Giustizia si sofferma in particolare sul cosiddetto “registrino”, un registro alternativo a quello degli indagati pensato per evitare che un pubblico ministero possa mantenere una persona sotto accertamento per un tempo indefinito senza formalizzare una posizione. Un meccanismo che, nelle intenzioni del governo, tutela i diritti senza compromettere l’efficacia delle indagini.
Il decreto contiene anche una serie di misure simbolicamente forti. Arrivano le norme cosiddette anti-maranza, con una stretta sui coltelli e sanzioni per genitori ed esercenti. Vengono stabilizzate le zone rosse, con la possibilità di allontanare soggetti ritenuti pericolosi dalle aree più sensibili delle città. Tornano più severe le pene per i borseggiatori, con il furto con destrezza che torna procedibile d’ufficio. È previsto inoltre il divieto di partecipare a manifestazioni per chi è stato condannato per terrorismo o per lesioni agli agenti, insieme ad altri reati considerati gravi. I cortei non autorizzati o che deviano dal percorso stabilito saranno colpiti da sanzioni pesanti.
Il tema delle manifestazioni è uno dei punti su cui la maggioranza ha discusso di più. La Lega avrebbe voluto introdurre la cauzione, ma il compromesso passa attraverso multe che possono arrivare fino a 20mila euro. Una scelta che, secondo Piantedosi, anticipa il concetto di responsabilizzazione degli organizzatori senza comprimere il diritto di protesta.
Il vaglio del pacchetto sicurezza richiede più di un’ora. Le misure vengono illustrate nel dettaglio, i ministri chiedono chiarimenti, si confrontano su concetti come la differenza tra Daspo e fermo preventivo. Più volte viene ribadito che il testo è passato al setaccio degli uffici del Colle e rappresenta un punto di equilibrio “a prova di costituzionalità”.
La prima reazione politica arriva a riunione ancora in corso. La Lega esulta parlando di passaggio “dalle parole ai fatti” e incassa anche il via libera al decreto sul Ponte sullo Stretto. Antonio Tajani, altro vicepremier, sottolinea come le misure garantiscano maggiore sicurezza ai cittadini e maggiori tutele alle forze dell’ordine. Piantedosi, infine, annuncia tempi rapidi: il decreto dovrebbe arrivare in Gazzetta ufficiale nel giro di pochi giorni, entrando in vigore mentre l’attenzione sarà già concentrata sulla sicurezza dei Giochi Milano Cortina.
È lì che il governo conta di misurare l’efficacia del suo approccio. Con la convinzione, rivendicata da Meloni, che la sicurezza non sia una concessione, ma una funzione essenziale dello Stato. E con la consapevolezza che lo scontro politico e istituzionale aperto da questo pacchetto è solo all’inizio.
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