Chi non lo ha aspettato, la domenica, tra un gol e un collegamento, per capire davvero come fosse andata? Torino perde uno dei suoi volti televisivi più riconoscibili: Cesare Castellotti, giornalista e conduttore soprattutto in ambito sportivo, è morto a 86 anni. Una presenza sobria e affidabile, entrata nell’immaginario collettivo grazie a 90° minuto, la trasmissione che per generazioni ha raccontato il campionato con il ritmo degli highlights e la competenza delle voci di campo.
Per chi ha una certa età, Castellotti era il volto “più noto” dei collegamenti della domenica. Una televisione essenziale, priva di effetti e sovrastrutture, in cui contavano il punto di vista, la misura e la credibilità. In quel mosaico, il suo tassello era inconfondibile: asciutto, puntuale, rispettoso del gioco e del pubblico. Non c’era bisogno di urlare per farsi ascoltare; bastava la fiducia costruita nel tempo.
La sua parabola professionale è legata a doppio filo alla Rai di Torino. Qui Castellotti ha costruito gran parte della sua carriera, prima come segretario di redazione e poi, per circa vent’anni, come capo-servizio del nucleo sportivo. Un lavoro di squadra solido, fatto di competenze e relazioni professionali durature, condiviso con colleghi come Barletti, Costa e Calcagno, ricordato oggi da chi quella stagione l’ha vissuta dall’interno come un periodo di rigore e passione autentica per il mestiere.

Castellotti ha attraversato un’epoca d’oro dello sport italiano intervistando campionissimi come Furino, Zoff, Platini, Scirea e Laudrup. Non cercava la frase a effetto né l’uscita destinata a diventare titolo: preferiva la sostanza. Domande secche, il tempo giusto, la capacità di far emergere l’uomo oltre il campione. Un approccio che oggi, nell’eccesso di parole e commenti, appare quasi controcorrente e per questo ancora più prezioso.
A restituirne un ritratto vivido è il ricordo di Carlo Nesti, che ha condiviso con lui anni di lavoro alla Rai. Un segno di quanto fosse entrato nell’immaginario televisivo del Paese.
C’era però anche un Castellotti meno noto al grande pubblico, quello dell’uomo oltre il cronista. Il golf, definito da chi lo conosceva “la sua vera passione”, e un amore dichiarato per il Brasile, la sua “terra promessa”. Due coordinate che raccontano un carattere curioso e aperto, capace di cercare altrove un equilibrio diverso da quello del pallone, senza mai perdere lo sguardo curioso sul mondo.
Cosa resta oggi di Cesare Castellotti? Resta uno stile. Il rispetto per i ruoli, la misura delle parole, la fiducia del pubblico. In un tempo di toni alti e giudizi sommari, la sua lezione appare sorprendentemente attuale: raccontare lo sport senza urlare, capire prima di commentare, lasciare che siano i fatti — e i gol — a parlare. Una lezione semplice, e proprio per questo difficile da dimenticare.