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Cantieri infiniti sulla Torino-Ceres, bus insufficienti: pendolari lasciati a terra

Con la ferrovia chiusa, i mezzi sostitutivi non reggono l’afflusso: al mattino molti restano a terra

Cantieri infiniti sulla Torino-Ceres, bus insufficienti: pendolari lasciati a terra (immagine di repertorio)

Cantieri infiniti sulla Torino-Ceres, bus insufficienti: pendolari lasciati a terra (immagine di repertorio)

A Borgaro Torinese la protesta non passa più solo dalle lamentele al bar o dalle chiacchiere alla fermata. Da ieri, sui gruppi social locali, le voci dei pendolari hanno preso forma scritta e raccontano un disagio che non è episodico, ma quotidiano. Al centro c’è il servizio di autobus sostitutivi gestito da Arriva, attivato per sopperire ai lavori lungo la ferrovia Torino-Ceres. Un servizio che, nelle ore di punta, non regge l’urto della domanda reale.

La scena si ripete ogni mattina: il pullman arriva già pieno e studenti e lavoratori restano a terra. Non per un guasto, non per un ritardo straordinario, ma perché semplicemente non c’è posto. Una situazione che esaspera, soprattutto quando diventa la norma. «È comprensibile il disagio per i lavori lungo la ferrovia, ma che il pullman al mattino lasci a terra studenti e lavoratori perché già pieno lo trovo scorretto», scrive una cittadina, chiamando in causa direttamente l’amministrazione e chiedendo un intervento temporaneo ma concreto: più mezzi nelle fasce di maggiore affluenza, almeno finché i cantieri non saranno conclusi.

Il problema, però, non riguarda solo l’andata. Anche il ritorno, soprattutto da Cirié, è un percorso a ostacoli. «I ragazzi non riescono a salire sui pullman perché ne arrivano pochi, oltretutto già pieni soprattutto nelle ore di maggiore affluenza», scrive un utente facebook. «Stesso discorso per quando devono tornare a casa finita la scuola: non salgono neanche perché stracolmi». Parole semplici, ma nette. E soprattutto condivise.

C’è chi racconta episodi ancora più diretti. «Mia nipote diverse volte non è potuta andare a scuola». Una frase che pesa più di qualsiasi statistica e che sposta il tema dal disagio al diritto allo studio e al lavoro, messo in discussione da un’organizzazione dei trasporti giudicata insufficiente.

Nessuno punta il dito contro gli autisti, e questo viene ribadito più volte. Il problema non è chi guida, ma chi pianifica. Perché i lavori sulla linea non sono una sorpresa, e nemmeno l’aumento di passeggeri nelle ore di punta. E allora la domanda, implicita ma inevitabile, diventa politica e amministrativa: perché il servizio sostitutivo non è stato dimensionato sul numero reale di utenti?

A Borgaro, come negli altri comuni attraversati dalla Torino-Ceres, la ferrovia non è un’alternativa: è una spina dorsale. Quando si interrompe, ogni carenza organizzativa si riflette immediatamente sulla vita quotidiana. Le proteste di questi giorni non chiedono miracoli, ma soluzioni temporanee e praticabili. Più corse, più mezzi, più attenzione. Finché i lavori non finiranno, perché così — come scrivono i pendolari — «non è proprio fattibile».

I lavori sulla Torino-Ceres

Negli ultimi mesi la ferrovia Torino-Ceres è tornata al centro di un braccio di ferro tra istituzioni, imprese ferroviarie e comunità locali, con effetti concreti sulla mobilità quotidiana di studenti, lavoratori e pendolari di Borgaro Torinese e dei comuni limitrofi. Dopo la riapertura che aveva riportato i treni lungo tutta la tratta, la linea è stata nuovamente sospesa tra fine gennaio e febbraio 2026, trasformando di fatto il collegamento ferroviario in un asse servito quasi esclusivamente da autobus sostitutivi.

Alla base dello stop ci sono lavori di potenziamento infrastrutturale e tecnologico, finanziati con fondi del PNRR, finalizzati a migliorare la sicurezza della linea e a completarne l’inserimento nel Servizio Ferroviario Metropolitano. Gli interventi, secondo il cronoprogramma ufficiale, dovrebbero proseguire nei prossimi mesi e portare alla riapertura completa del servizio passeggeri entro il 2026, ma nel frattempo il peso della transizione ricade interamente sugli utenti.

È proprio in questa fase che sono esplose le proteste sui territori. Sindaci e amministratori dei comuni attraversati dalla Torino-Ceres hanno più volte segnalato criticità legate alle sospensioni ripetute del servizio ferroviario, denunciando un impatto pesante sulla vita quotidiana dei cittadini e una crescente difficoltà nel garantire collegamenti affidabili per scuole e luoghi di lavoro. Al centro delle richieste istituzionali c’è un punto preciso: servizi sostitutivi adeguati al reale numero di passeggeri, soprattutto nelle fasce orarie di punta.

Sul piano politico, la gestione dei cantieri e delle interruzioni ha generato frizioni anche a livello regionale. Sono state presentate interrogazioni e richieste formali affinché vengano forniti tempi certi, maggiore trasparenza sui lavori e garanzie sulla qualità del servizio sostitutivo, dopo una sequenza di stop e ripartenze che ha messo a dura prova la fiducia dei pendolari.

Nel frattempo, la protesta è salita dal basso. Sui social e nei gruppi locali dei comuni coinvolti si moltiplicano segnalazioni di autobus sovraffollati, in particolare quelli gestiti da Arriva, che nelle ore del mattino e del primo pomeriggio arrivano alle fermate già pieni, lasciando a terra studenti e lavoratori. Una situazione che si ripete anche al ritorno, soprattutto dalle aree scolastiche, rendendo incerto perfino il rientro a casa.

Un elemento ricorrente nelle proteste è la distinzione netta tra responsabilità operative e organizzative: nessuna accusa agli autisti, ma una critica diretta alla pianificazione del servizio. I lavori erano noti, così come prevedibile era l’aumento del carico sugli autobus. Eppure, per molti utenti, la risposta messa in campo appare ancora insufficiente.

Il caso Borgaro non è isolato, ma rappresenta un campanello d’allarme per l’intero asse nord-ovest dell’area metropolitana torinese. La Torino-Ceres non è una linea marginale: è una infrastruttura essenziale per migliaia di persone. Quando si ferma, ogni carenza organizzativa diventa immediatamente un problema sociale. E finché i cantieri non saranno conclusi, la richiesta che sale dai territori resta una sola: meno annunci e più mezzi dove e quando servono davvero.

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