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Nel 2026 Chivasso è ancora senza fibra in centro: “Costretto a uscire di casa per lavorare”

Tra Mosche e Betlemme si naviga a 1 Giga, ma in via Torino e via Roma regge ancora il rame. La testimonianza: “Connessione instabile, non posso lavorare da casa”

Nel 2026 Chivasso è ancora senza fibra in centro: “Costretto a uscire di casa per lavorare”

Nel 2026 Chivasso è ancora senza fibra in centro: “Costretto a uscire di casa per lavorare”

A Chivasso la fibra ottica c’è. Solo che non esattamente dove servirebbe.

Nelle frazioni si naviga a 1 Giga tra cascine e strade sterrate, mentre in centro — dove ci sono uffici, banche, scuole, professionisti, famiglie che lavorano da remoto — la connessione diventa un esercizio di pazienza. È un paradosso che nel 2026 non dovrebbe esistere più: una città da quasi 30 mila abitanti, sull’asse Torino–Milano, non può permettersi abitazioni ancora senza FTTH e cittadini costretti a uscire di casa per lavorare.

Sulla carta è tutto in ordine. Secondo il portale del Ministero, Chivasso è classificata come “area grigia/nera”, cioè già coperta da un operatore privato, nel caso specifico FiberCop (TIM). Eppure il centro storico è rimasto fuori dal Piano Italia 1 Giga, il progetto finanziato con i fondi del Pnrr che avrebbe dovuto portare connessioni ultraveloci “a tutti”. A tutti, tranne a chi vive o lavora in via Torino, via Roma, piazza della Repubblica. Un dettaglio non da poco, perché è proprio lì che si concentra la parte più viva della città: servizi, attività economiche, scuole, uffici pubblici.

A dirlo senza troppi giri di parole è stato, recentemente, l’assessore ai Lavori Pubblici Fabrizio Debernardi: “Tutto vero. La fibra ottica collega il 75% delle abitazioni ma non il centro, che non rientra tra i lavori previsti dal Pnrr.” Tradotto: il 75% ce l’ha, il 25% no. E quel 25% coincide, guarda caso, con il pezzo che pesa di più sul quotidiano: il centro, dove la connessione non è un optional, ma un servizio essenziale.

In pratica il cavo arriva fino alla cabina, poi si ferma. Da lì in poi si torna al vecchio rame: FTTC, la “fibra mista” che di fibra ha spesso solo la parola nei contratti. Un salto indietro che nel 2026 suona quasi grottesco, soprattutto quando si parla di una città che dovrebbe essere un nodo naturale tra Torino e Milano, non un avamposto dimenticato.

Il punto non è soltanto la lentezza. È l’instabilità. È la sensazione di essere presi in giro da un sistema che annuncia, promette, pianifica, ma poi lascia intere vie centrali a fare i conti con una rete che non regge nemmeno una giornata di smart working. Lo racconta con chiarezza Alessandro, 32 anni, informatico, residente in centro: “Ho 32 anni e vivo a Chivasso da circa cinque anni. Da oltre due ho acquistato casa in centro, anche in funzione del mio lavoro da informatico, che richiede una connessione stabile e performante. Pur sapendo che la zona non era ancora coperta dalla fibra ultra veloce, ho scelto comunque di investire qui confidando in un completamento a breve, anche alla luce degli interventi annunciati negli ultimi anni in ottica di transizione digitale.”

Alessandro vive in un’area centrale, vicino al nuovo teatro. Una zona che, in una città normale, sarebbe la prima a essere cablata. Invece no: “Abito in un’area centrale, vicino al nuovo teatro, che ritenevo naturalmente inclusa nei piani di ammodernamento infrastrutturale. In realtà oggi la situazione è ferma: non ci sono tempistiche chiare e la connessione disponibile, spesso venduta come ‘fibra’, è instabile e insufficiente per lavorare da casa, costringendomi frequentemente a spostarmi altrove.” Ecco il punto: non stiamo parlando di un disagio “tecnico”, ma di una condizione che ti cambia la vita. Se lavori con il digitale e la rete non regge, non lavori. O lavori fuori casa. Nel 2026.

La retorica della “transizione digitale” si schianta contro questa realtà: un giovane che compra casa in centro pensando di poter lavorare da lì, e che invece si ritrova a fare il pendolare della connessione. E non è un caso isolato. Alessandro lo dice apertamente: “Questa non è solo una difficoltà personale: riguarda molti giovani e professionisti digitali che vivono in centro città. Senza una vera rete FTTH diventa complicato lavorare in smart working, avviare attività innovative o attrarre nuove competenze.” Il problema, quindi, non è soltanto il download lento o la videochiamata che si blocca: è la capacità di una città di trattenere competenze, di essere competitiva, di non trasformarsi in un posto dove si vive ma non si può costruire nulla.

E qui entra in gioco la politica, o meglio la sua parte più comoda: quella degli annunci. Nel 2023 TIM e FiberCop avevano presentato con entusiasmo l’avvio del Piano Italia 1 Giga, promettendo banda ultralarga ovunque grazie ai fondi europei. Due anni dopo, a Chivasso il risultato è questo: frazioni accese, centro spento. E nel frattempo si allunga l’orizzonte. Perché anche sul calendario le risposte sono vaghe: “Quando si sostituirà la cabina si sostituiranno anche i cavi…” ha spiegato Debernardi. Ma non prima del 2026. O del 2027, “se tutto va male”. Un’attesa che diventa un alibi permanente.

Il cronoprogramma ufficiale concede a FiberCop tempo fino alla fine del 2026 per completare i lavori previsti dal Pnrr, ma il punto è proprio questo: le vie centrali non rientrano nei lavori. Quindi si aspetta un treno che, semplicemente, non passa da lì. Nel frattempo, chi abita o lavora in centro resta appeso a una rete che non regge le esigenze di oggi, mentre nelle campagne si guarda Netflix in 4K. È l’assurdo digitale: la modernità che si ferma alla cabina, l’innovazione che finisce dove comincia il rame.

E quando i cittadini cercano risposte, trovano il rimpallo. Alessandro lo descrive senza filtri: “Il problema è che queste esigenze faticano a emergere: quando si cercano informazioni, spesso non si ottengono risposte concrete oppure ci si trova di fronte a un continuo rimbalzo di responsabilità tra enti e operatori. Questo genera immobilismo e frustrazione.” È qui che l’infrastruttura diventa anche un tema democratico: non basta dire “stiamo lavorando”, serve dire chi fa cosa, quando e con quali tempi. Perché se nessuno si assume la responsabilità, il risultato è sempre lo stesso: l’attesa infinita.

E c’è un ultimo elemento, forse il più grave: la sensazione di invisibilità. “Per un giovane è particolarmente demotivante non avere canali efficaci per dare voce a questi disagi in una realtà come Chivasso: mancano spazi strutturati di confronto e strumenti per far emergere le esigenze di chi lavora in ambiti digitali. Ci si sente spesso invisibili, nonostante l’impatto diretto che queste carenze hanno sulla possibilità di restare sul territorio, crescere professionalmente e contribuire allo sviluppo della città.”

In altre parole: se una città non ascolta chi lavora e investe sul futuro, poi non deve stupirsi se quel futuro se ne va altrove.

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