San Sebastiano da Po non è un paese “colpito” da una frana: è un paese tenuto in ostaggio da un sistema di frane, diffuse, intermittenti, capillari. Qui la collina non cede con un boato e un titolo da telegiornale. Cede a pezzi, ogni settimana, ogni mese, ogni volta che l’acqua torna a fare il suo lavoro: infilarsi, appesantire, spingere, scavare. Il risultato è un territorio che vive in una condizione sospesa, dove la parola “provvisorio” ha smesso di essere una parentesi ed è diventata una forma di vita. Dopo l’alluvione di aprile 2025 i fronti censiti sul territorio comunale sono circa 25, e non sono numeri astratti: sono strade che si restringono, carreggiate che si abbassano, tratti che diventano a senso unico di fatto, frazioni che si ritrovano isolate o raggiungibili solo con giri lunghi e incerti.
È una geografia della precarietà, fatta di deviazioni, rallentamenti, paura di restare bloccati nel momento peggiore: quando piove forte, quando arriva il gelo, quando serve un’ambulanza, quando deve passare un mezzo dei vigili del fuoco o un camion del gas. E in mezzo ci sono le famiglie, costrette a misurare la propria quotidianità non in chilometri ma in minuti persi, in rischio accumulato, in ansia che si ripresenta puntuale a ogni perturbazione. Il problema non è solo la frana in sé: è il tempo. Perché quando un dissesto dura mesi, poi un anno, poi oltre, smette di essere “emergenza” e diventa abitudine istituzionalizzata, con cittadini che imparano a convivere con ciò che non dovrebbe essere convivibile.
In questo contesto, la richiesta che arriva dal paese non è una pretesa irragionevole: è una domanda di chiarezza e presenza. Un’assemblea pubblica, non un post. Informazioni concrete, non aggiornamenti a puntate. Perché se è vero che mancano i fondi e le procedure sono lente, è altrettanto vero che una comunità non può essere lasciata a decifrare il proprio futuro tra voci, speranze e comunicati social. San Sebastiano da Po oggi è questo: un territorio dove la collina decide i ritmi della vita più della politica, e dove la domanda non è più “quando sistemerete tutto”, ma quanto ancora possiamo vivere così.
Il sindaco di San Sebastiano da Po, Beppe Bava, è tornato sulla questione frane con un post su Facebook. Una risposta solo parziale all’articolo e alle richieste dei residenti: nessuna parola sull’assemblea pubblica chiesta con forza da Cristina Crovella, ma un aggiornamento sullo stato dei finanziamenti e dei cantieri.
Il quadro tracciato dal sindaco parte da un dato: la situazione resta “grave”, ma nei prossimi mesi — scrive — dovrebbe arrivare “un po’ di luce”. Il Comune parla di prime assegnazioni per circa 1,6 milioni di euro, una cifra che conferma l’ordine di grandezza già emerso nelle settimane scorse: fondi importanti, ma ancora lontani dal fabbisogno complessivo stimato per un territorio che conta circa 25 frane dopo l’alluvione di aprile 2025.
Sul fronte operativo, Bava annuncia che domani si concluderà la gara per assegnare i lavori relativi alle tre frane di via Nobie. Per via Bricco Capra, invece, sono già stati approvati i progetti esecutivi e si procederà con la gara.
Il sindaco elenca poi altri interventi: fondi assegnati e incarichi di progettazione per strada Case Zucca, strada Bricco Cavalli, via Viani e via Serra Bassa, oltre a un intervento previsto in via Casotto. Resta invece appesa a un “auspicio” la frana di via Rigonda, per cui si spera che Città Metropolitana trovi le risorse necessarie: ed è proprio lì che, da mesi, i residenti raccontano di vivere con una viabilità ridotta a una corsa a ostacoli, tra restringimenti e tratti che sembrano reggere “finché reggono”.
Nel post entra anche Smat, con un capitolo che riguarda un’infrastruttura essenziale: nel prossimo mese dovrebbero partire i lavori per realizzare il primo tratto del nuovo acquedotto dal Baraccone a via Nosma, che sostituirà la vecchia linea che saliva verso Bricco Dolce e serviva San Sebastiano e Casalborgone. In parallelo, Smat starebbe progettando anche una nuova linea per Moriondo.
Ma il punto politico, alla fine, resta tutto nelle righe che chiudono il messaggio del sindaco. Perché Bava ammette che restano da finanziare altri nodi pesanti: via Ricca, via Credola, ponte Abramo, via Valpiana, “per citare le maggiori”, e aggiunge che sarebbe necessario intervenire anche sui corsi d’acqua. La spiegazione è quella che i cittadini sentono ripetere da mesi: gli eventi calamitosi in tutta Italia riducono le disponibilità economiche e si attende che arrivino nuovi finanziamenti.