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29 Gennaio 2026 - 19:29
Un paese al Sud, in Sicilia, è sulla bocca di tutti per una frana impressionante che minaccia case, strade e vite. Ma a quasi mille chilometri di distanza, in Piemonte, lo stesso fenomeno — frammentato in decine di punti — è diventato la normalità di centinaia di famiglie.
A Niscemi, in provincia di Caltanissetta, la terra non si limita a cedere: scivola. La notizia è esplosa in poche ore in questi giorni, con l’urgenza tipica delle grandi emergenze: evacuazioni, scuole chiuse, paura. Una frana enorme, con un fronte lungo chilometri, capace di rimettere in discussione l’esistenza stessa di un centro abitato.
Gli esperti la descrivono come una frana a scorrimento: una rottura sotterranea nel pendio a margine del paese ha separato due strati di rocce; lo strato superiore ha iniziato a scivolare su quello sottostante, spinto dal peso dell’acqua accumulata con le piogge dei giorni scorsi. E l’acqua, infiltrandosi, ha fatto anche da “lubrificante” tra gli strati, rendendo più facile il movimento.
È una frana di grandi dimensioni, con un distacco tra 15 e 25 metri lungo un fronte stimato in circa 4 chilometri, in un’area già fragile dal punto di vista idrogeologico e già segnata da un evento più piccolo il 16 gennaio.
Niscemi, oggi, è il classico caso in cui l’Italia si ricorda di avere un problema: il dissesto idrogeologico. Il paese diventa un simbolo, la frana un titolo, il rischio un tema nazionale. E, per forza di cose, quando succede così, si muove tutto: i riflettori, la politica, le promesse, le telecamere, la corsa ai fondi.
Ma c’è un’altra Italia, quella dove la frana non arriva come un colpo solo, spettacolare, ma come una sommatoria di colpi piccoli, ripetuti, che si infilano nella quotidianità fino a cambiarla. Non c’è il “grande fronte” da fotografare: ci sono tanti fronti. Non c’è un quartiere evacuato: ci sono frazioni che si isolano. Non ci sono i tg: ci sono le persone che imparano a vivere in modalità provvisoria per mesi.
E lì, il dissesto non è un’emergenza: è una condizione.
È quello che sta succedendo a San Sebastiano da Po, in Piemonte, nella provincia di Torino, dove la collina non ha ceduto in un unico punto, ma si è mossa e continua a muoversi lungo un reticolo di strade comunali e provinciali. Un territorio che non “collassa” in una notte: si consuma a pezzi, con una lentezza che non fa rumore ma fa danni. Perché qui non si parla di una frana sola: sul territorio comunale, dopo l’alluvione di aprile 2025, i fronti censiti sono circa 25.
Venticinque ferite disseminate: alcune grandi, altre “piccole” solo sulla carta, perché per chi ci vive diventano enormi. E intanto la stima economica del disastro resta lì, inchiodata a una cifra che non è una metafora: circa 8 milioni di euro di danni.
Il problema è che i numeri non si curano da soli. E quando i soldi non arrivano, la frana non è più solo nella terra. È nel tempo.
La voce più netta, oggi, è quella di Cristina Crovella, residente in via Valpiana. Non alza la voce, non fa il personaggio, non cerca la polemica facile. Anzi, mette subito le mani avanti, come fanno le persone che non vogliono essere liquidate con la formula “lamentosi”.
«Quello che mi preme, ci preme, insieme a tanti altri cittadini, è segnalare l’assoluta mancanza di interventi strutturali dopo l’alluvione del 17 aprile. Ma questa non vuole essere una cosa polemica fine a se stessa...».
Non è un inciso. È il cuore della sua posizione: non sta chiedendo un capro espiatorio, sta chiedendo un minimo di gestione.
Crovella riconosce apertamente ciò che spesso i cittadini ignorano: «Conosciamo benissimo i problemi della mancanza dei soldi. Sappiamo che creare le condizioni per avere un appalto, per iniziare dei lavori, sono complicate, faraginose. Però penso anche che dei lavori di manutenzione un po’ più spicciola andrebbero fatti…», dice.
Poi entra nel dettaglio: «Fare dei piccoli espropri, allargare le strade». Collegare meglio via Valpiana a via San Lorenzo, ad esempio, alleggerire il traffico, evitare che tutto il peso della viabilità si scarichi su tratti fragili.
Dove oltre ai residenti, corrono anche i "corrieri". Quei mezzi, su quelle strade, sono un rischio. E allora propone una soluzione semplice, quasi banale, che però richiede organizzazione: «Se si potesse fare un punto di raccolta giù in paese, forse si alleggerirebbe un po' il traffico in strade che oggi sono strette, strettissime, difficili da percorrere anche solo ad un senso di marcia, figurarsi con due.Io i corrieri li capisco assolutamente, ma non ci sono le condizioni di sicurezza per farli viaggiare in queste strade».
In via Valpiana, dove vive, ci sono state due frane importanti. «Oltre ad essersi ristretto, il manto stradale si sta anche abbassando... Credo che il passaggio di un’ambulanza, di un camion dei vigili del fuoco potrebbe essere gravemente compromesso. Senza parlare dei camion che trasportano il gas. Io, ad esempio, ho anche quelle necessità. Una volta è passato, adesso ho paura a farlo arrivare un’altra volta, onestamente, per la sua incolumità».
Crovella non chiede solo lavori. Chiede informazione. «Noi chiediamo innanzitutto di essere informati», dice. E poi affonda: «Possibilmente non su Facebook». Non perché Facebook non conti — lei stessa lo riconosce come spazio “democratico” — ma perché un territorio in crisi non può essere gestito a colpi di post e risposte rapide. «Un’assemblea pubblica», chiede. Non “una diretta”. Non “un comunicato”. Un confronto reale. E precisa anche cosa non basta più: «Non delle risposte sintetiche, anche un po’ scontate su questi social».
Vuole sapere tempi, cifre, prospettive. Vuole sapere che cosa è arrivato e che cosa arriverà. Vuole sapere se esistono strumenti, fondi, canali. E lo dice con una domanda che non è tecnica, è politica: «Mi piacerebbe chiedere se sono arrivati dei fondi del PNRR e a cosa sono stati destinati».
È la frase che chiude il cerchio: perché quando una comunità chiede “dove sono i fondi”, significa che non sta più chiedendo “se” farete qualcosa, ma “cosa” avete fatto finora.
E qui il dato pesa: nella proposta complessiva si parlava di 16 milioni richiesti, ma al Comune risultano assegnati 1,7 milioni, una quota che non copre neppure lontanamente il fabbisogno.
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Accanto alle parole di Crovella, ci sono quelle di Daniel Ollagnero e di sua madre Maria, che raccontano la stessa storia da un altro punto del territorio: una viabilità che da quasi un anno si regge su deviazioni, rallentamenti, strade alternative precarie.
«È da dieci mesi che viviamo in queste condizioni, che facciamo fatica ad arrivare a casa», dice Daniel. «Anche per uscire e scendere a Chivasso impieghiamo il doppio». E quando piove forte, torna la stessa domanda: «Non sappiamo che fine farà la strada».
Vivono «a 200 metri dalla frana» di via Rigonda. Per scendere sulla SP 458 passando da via San Lorenzo, raccontano, ci sono circa 7 chilometri da percorrere, con tempi che vanno dai dieci ai quindici minuti, se va bene. Il doppio rispetto a prima. Ma basta incrociare un’auto nel punto sbagliato, nell’orario sbagliato, per trasformare tutto in una strettoia.
«La strada che facciamo è mezza franata», dicono. Una corsia sola, passaggi difficili, la sensazione che la collina stia ancora decidendo dove fermarsi.
E quando viene chiesto cosa chiedono all’amministrazione, la risposta è disarmante nella sua semplicità: «Mettere a posto la strada». Non cantieri milionari immediati, ma manutenzione. Pulizia. Percorribilità. «Basta pulire la strada e anche se fosse sterrata uno passa tranquillamente».
Maria aggiunge il dettaglio che dice tutto su cosa significa vivere in collina: l’inverno. Se nevica, se gela, se la strada diventa una lastra, il rischio è che la precarietà diventi incidente. E allora chiede almeno chiarezza: «Se loro non possono venire a portare il sale, che dicano se noi possiamo farlo, cosa possiamo fare». Perché la cosa peggiore, alla fine, non è solo la frana: è l’incertezza.
Per capire perché queste parole pesano così tanto, bisogna ricordare il contesto. Non quello astratto del dissesto idrogeologico, ma quello concreto di San Sebastiano da Po.
Dopo l’alluvione di aprile 2025, il paese si è trovato con circa 25 frane distribuite sul territorio.
Strade comunali e provinciali chiuse o ridotte a passaggi precari, frazioni che vivevano con la logica dell’isolamento, servizi saltati o complicati.
In ottobre, a sei mesi dall’evento, la situazione era ancora descritta come un incubo: famiglie costrette a percorrere sentieri nel bosco per raggiungere casa, rifiuti non sempre ritirati, approvvigionamenti difficili, paura che l’inverno facesse il resto. In quel quadro, l’amministrazione parlava di 8 milioni di euro di danni e di una richiesta complessiva di 16 milioni, a fronte di 1,7 milioni assegnati e non immediatamente spendibili come servirebbe in emergenza.
Oggi siamo a gennaio 2026. E le parole di Crovella, di Daniel, di Maria non raccontano un “nuovo problema”. Raccontano una continuità. Un anno che non si è chiuso.
La differenza tra Niscemi e San Sebastiano, alla fine, non è solo nella dimensione della frana. È nel tempo.
Niscemi è l’emergenza che esplode e costringe tutti a reagire. San Sebastiano è l’emergenza che dura così tanto da rischiare di diventare normale.
Ma il punto è proprio questo: una comunità può sopportare disagi. Può sopportare deviazioni. Può sopportare perfino la paura, per un periodo.
Quello che non può sopportare è la sensazione che l’unica cosa stabile siano le transenne.
Cristina Crovella non chiede l’impossibile. Chiede che il Comune parli con i cittadini guardandoli in faccia. Chiede che qualcuno dica tempi, cifre, prospettive. Chiede che si faccia manutenzione dove si può farla. Chiede che si riduca il carico dove il carico sta spezzando le strade. Chiede che le consegne non diventino un rischio. Chiede che l’inverno non sia un salto nel buio.
E in fondo, dietro tutte queste richieste, ce n’è una sola: che San Sebastiano da Po smetta di essere un posto dove il dissesto non fa notizia perché è diventato abitudine.
La collina non aspetta i tempi della burocrazia. Si muove quando piove. Si abbassa quando viene caricata. Si restringe quando cede.
E a gennaio 2026, dopo mesi di allarmi e promesse, la domanda non è più “cosa succederà”.
La domanda è: quanto ancora si può vivere così, prima che il provvisorio diventi definitivo?
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