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31 Gennaio 2026 - 22:27
La presidente dell'Ordine degli Avvocati di Torino, Simona Grabbi
Non è stato un discorso rituale né di mera rappresentanza. L’intervento della presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino, pronunciato in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026, ha attraversato con lucidità e senza sconti i nodi più delicati della giustizia torinese e nazionale, mettendo in fila dati, responsabilità e scelte politiche che incidono direttamente sulla vita dei cittadini e sul lavoro quotidiano dell’avvocatura.
Il punto di partenza è stato il significato particolare dell’anno giudiziario appena concluso per il Distretto torinese, segnato dalla celebrazione, proprio a Torino, del XXXVI Congresso nazionale forense. Un evento che ha restituito alla città, per tre giorni, un ruolo simbolico forte, quello di capitale dell’avvocatura italiana, con oltre 2.400 avvocati presenti in rappresentanza di 233.000 professionisti. Una cornice definita “splendida”, resa possibile dal sostegno delle istituzioni e da sedi di alto profilo come l’Accademia delle Scienze, il Teatro Regio, la Reggia di Venaria e l’Auditorium del Lingotto.
Ma se la cornice è stata di prestigio, il contenuto del congresso – e del discorso inaugurale dell’anno giudiziario – è stato tutt’altro che celebrativo. Il titolo scelto, «L’avvocato nel futuro. Pensare da legale, agire in digitale», ha introdotto una riflessione che ha intrecciato riforme, tecnologia e diritti fondamentali. La presidente ha ricordato come la riforma della legge professionale forense, scritta dall’avvocatura su impulso del Consiglio nazionale forense, abbia cercato di accompagnare i cambiamenti della società e dell’economia dal 2012 a oggi, e come la recente legge delega approvata dal Consiglio dei ministri rappresenti un passaggio decisivo, in attesa dei decreti attuativi.
Accanto alle riforme normative, il discorso ha affrontato senza esitazioni il tema dell’intelligenza artificiale applicata alla giustizia. Non come feticcio tecnologico, ma come strumento che pone interrogativi profondi sul piano deontologico e costituzionale. L’obiettivo dichiarato è migliorare l’accesso alla giustizia e la tutela dei diritti, evitando però che l’uso degli algoritmi produca nuove disuguaglianze o forme di discriminazione. Da qui il richiamo alla necessità di sistemi etici, sostenibili, trasparenti, spiegabili e certificati, e il monito a non sacrificare mai la riservatezza dei dati degli assistiti sull’altare dell’efficienza algoritmica.

Il pensiero critico umano, ha ricordato la presidente citando la Prima presidente della Corte di Cassazione, resta insostituibile. Nessun algoritmo potrà mai interpretare la complessità infinita delle situazioni che la vita pone davanti a chi difende e a chi giudica. Un passaggio che ha saldato idealmente avvocatura e magistratura nella difesa di un principio comune: la centralità della decisione umana.
Nel discorso non è mancato un forte richiamo alla memoria dell’istituzione forense torinese. Dalla figura di Fulvio Croce, ricordato come simbolo del sacrificio di un avvocato che permise allo Stato di celebrare un processo equo e non di regime negli anni del terrorismo, fino a Lidia Poët, la prima donna avvocata in Italia, il cui esempio è stato legato esplicitamente alla presenza, oggi, di tre donne alla guida delle principali istituzioni giudiziarie del Distretto. «Donna, vita e libertà» sono le tre parole che, secondo la presidente, nessuna giovane avvocata del 2026 toglierebbe mai dalla propria toga.
La parte centrale dell’intervento è entrata poi nel merito dello stato della giustizia nel Distretto. In ambito penale, è stata riconosciuta una riduzione significativa dei tempi in molti uffici, soprattutto in Corte d’Appello, dove il 67% dei processi viene fissato entro un anno dalla sentenza. Un risultato attribuito al lavoro organizzativo dei magistrati e alla crescente applicazione della cameralità del rito. Tuttavia, accanto ai dati positivi, sono state denunciate criticità strutturali, come l’impatto della riforma Cartabia sulle impugnazioni e le distorsioni prodotte dalla previsione dell’articolo 581 comma quater del codice di procedura penale.
Molto più severa è stata l’analisi sulla giustizia civile. Qui la presidente non ha usato mezzi termini: l’obiettivo di riduzione del 40% del disposition time entro giugno 2026 non sarà raggiunto nel Distretto torinese. I tempi restano insoddisfacenti, soprattutto in settori delicatissimi come il diritto di famiglia, la tutela dei minori e la giustizia di prossimità. Le misure emergenziali adottate non hanno prodotto risultati adeguati, e il piano straordinario per le sezioni civili della Corte d’Appello prevede carichi di lavoro che appaiono difficilmente sostenibili, con un aumento del 39,6% del disposition time e oltre 1.700 cause pendenti.
Il discorso ha poi acceso un faro su un tema spesso trascurato: i ritardi patologici nei pagamenti dei patrocini a spese dello Stato. Ritardi che arrivano fino a otto anni, soprattutto nel settore minorile, e che la presidente ha definito inaccettabili, richiamando la recente condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per l’irragionevole durata delle liquidazioni. Un sistema che, ha denunciato, umilia la funzione sociale dell’avvocatura e mette a rischio l’accesso effettivo alla giustizia per i soggetti più fragili.
Il finale del discorso è stato dedicato a uno dei capitoli più drammatici: il carcere torinese. Un istituto sovraffollato, con 1.500 detenuti a fronte di 1.094 posti, un tasso di sovraffollamento del 140% e un numero di suicidi che fotografa condizioni di vita definite disumane e degradanti. Solo il 2,6% dei detenuti lavora per datori diversi dall’amministrazione penitenziaria, mentre la recidiva per chi non lavora sfiora il 90%. Numeri che, secondo la presidente, rendono impossibile qualsiasi seria prospettiva rieducativa.
Il richiamo finale è stato alla tradizione torinese di impegno sociale, da Norberto Bobbio a Giulia di Barolo, fino alle parole di Papa Francesco sul carcere come luogo di riparazione e riconciliazione. Un appello chiaro alle istituzioni: avere il coraggio di cambiare ora, e non rinviare ancora una volta una riforma del sistema penitenziario che Torino attende da anni.
Con queste parole, la presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino ha consegnato all’anno giudiziario 2026 un discorso che non si limita a inaugurare, ma interpella. Un intervento che chiama in causa politica, magistratura e avvocatura su un terreno comune: quello della credibilità della giustizia e della sua capacità di restare, davvero, al servizio dei diritti.
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