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30 Gennaio 2026 - 12:39
Biodigestore di Villareggia, la resa dei conti: al Consiglio di Stato il progetto che divide il Canavese e mette alla prova la transizione verde
Il biodigestore di Villareggia non è più soltanto un progetto industriale discusso a livello locale. È diventato, nel corso di quasi quattro anni di scontro, un caso emblematico di come la transizione energetica possa trasformarsi in un terreno di conflitto quando si intrecciano autorizzazioni accelerate, territori fragili e comunità che chiedono di essere ascoltate. Il 12 febbraio 2026 il Consiglio di Stato discuterà il ricorso contro l’impianto per la produzione di biometano, segnando un passaggio decisivo in una vicenda che ha già attraversato tribunali, istituzioni e piazze.
L’appello è stato presentato dal Comune di Villareggia insieme al Comitato “Villareggia: vita, ambiente, sviluppo sostenibile”, dopo che il Tar del Piemonte aveva respinto la richiesta di annullamento dell’autorizzazione rilasciata dalla Città Metropolitana di Torino. Il via libera amministrativo aveva consentito di andare avanti al progetto promosso da Filiera Blu e dal Consorzio Capac, di cui fa parte anche la cooperativa Dora Baltea. Una decisione che, anziché chiudere la partita, ha rafforzato la contrapposizione.
Il ricorso al Consiglio di Stato arriva dopo mesi di atti, memorie e documenti depositati dalle parti. Le società proponenti avevano sollecitato la fissazione dell’udienza già all’inizio di ottobre 2025, segno della volontà di accelerare un iter considerato strategico. Sul fronte opposto, Comune e Comitato hanno continuato a ribadire punto per punto le ragioni dell’opposizione, mantenendo una linea comune che, nel panorama delle vertenze ambientali, non è affatto scontata.
Al centro delle contestazioni c’è innanzitutto la dimensione dell’impianto, giudicata sproporzionata rispetto alle caratteristiche del territorio. Villareggia è un Comune di piccole dimensioni, con una struttura urbana e agricola che, secondo i ricorrenti, non può assorbire l’impatto di un biodigestore concepito su scala industriale. A questo si aggiunge la localizzazione, a ridosso delle abitazioni, considerata incompatibile con la tutela della qualità della vita dei residenti.
Un altro nodo cruciale riguarda la viabilità, ritenuta inadeguata a sostenere il traffico pesante necessario al funzionamento dell’impianto. Il progetto prevede infatti un flusso costante di mezzi per il conferimento delle matrici organiche e per l’uscita dei materiali trattati. In un’area caratterizzata da strade secondarie, questo aspetto viene indicato come una criticità strutturale, non risolvibile con semplici correttivi.

Ma è soprattutto la presenza di una falda acquifera vulnerabile a rappresentare, per il Comune e il Comitato, il punto più delicato. L’acqua, in un territorio agricolo come quello del Canavese, non è una variabile accessoria. È una risorsa strategica, la cui compromissione avrebbe effetti difficilmente reversibili. La preoccupazione è che un impianto di questo tipo, per quanto progettato secondo standard tecnici avanzati, introduca un fattore di rischio che il territorio non è disposto a correre.
C’è poi un elemento che distingue Villareggia da altri contesti in cui impianti analoghi sono stati realizzati: l’assenza di allevamenti nel territorio comunale. Questo dato, apparentemente tecnico, ha un peso politico e ambientale rilevante. Significa che una parte consistente delle materie prime necessarie al biodigestore dovrebbe essere trasportata da lunghe distanze, con un aumento del traffico, delle emissioni e dei costi logistici. Un paradosso, secondo i contrari al progetto, per un impianto che nasce sotto l’etichetta della sostenibilità.
L’udienza del 12 febbraio arriva inoltre in un contesto normativo in movimento, che rende il quadro ancora più incerto. Il Governo ha chiesto all’Unione Europea di poter considerare come obiettivo del PNRR non l’entrata in funzione degli impianti, ma la sola concessione dei finanziamenti entro giugno 2026. Una modifica sostanziale che, se accolta, potrebbe legittimare slittamenti significativi dei lavori, riducendo la pressione sui tempi ma lasciando irrisolte le questioni di merito.
A questo si aggiunge una nuova legge sulle aree idonee per gli impianti a energie rinnovabili, approvata nel novembre 2025. La norma dovrà essere recepita dalle Regioni e potrebbe incidere anche sul futuro del biodigestore di Villareggia, ridefinendo criteri e limiti per la localizzazione di opere di questo tipo. Un elemento che rende ancora più complesso prevedere l’esito finale della vicenda.
Nel frattempo, il Comitato non ha abbassato la guardia. In vista dell’udienza, sono state annunciate iniziative pubbliche e raccolte fondi per sostenere i costi legali, segno di una mobilitazione che non si è esaurita con il primo stop al Tar. La vertenza, per chi la anima, non è solo una battaglia giudiziaria, ma una questione di modello di sviluppo: decidere se e come un territorio possa essere trasformato in nome della transizione energetica.
Il pronunciamento del Consiglio di Stato sarà dunque molto più di una sentenza tecnica. Stabilirà se il biodigestore di Villareggia potrà essere realizzato così come progettato o se dovrà essere rivisto, ridimensionato o fermato. In gioco non c’è soltanto un impianto, ma il rapporto tra istituzioni, cittadini e politiche ambientali in una fase storica in cui la corsa alle rinnovabili rischia, se non governata, di generare nuove fratture.
Qualunque sarà l’esito, Villareggia resterà un precedente. Perché dimostra che la transizione ecologica non può essere imposta come un automatismo tecnico, ma deve fare i conti con i territori, le loro fragilità e la richiesta, sempre più forte, di partecipazione e trasparenza. Il 12 febbraio, a Roma, non si discuterà solo di biometano. Si discuterà di chi decide il futuro di una comunità.
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