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La transizione verde accende una nuova corsa globale: materie prime critiche concentrate, Cina dominante e filiere sempre più fragili

Dalla transizione verde all’uranio, il nuovo report Srm-Intesa mostra come miniere, filiere e rotte marittime siano diventate il vero nodo geopolitico

La transizione verde accende

La transizione verde accende una nuova corsa globale: materie prime critiche concentrate, Cina dominante e filiere sempre più fragili

La transizione energetica, spesso raccontata come una svolta pulita e immateriale, poggia in realtà su una base molto concreta fatta di materie prime critiche, miniere, raffinazione industriale e rotte commerciali strategiche. È questo il quadro che emerge dal settimo Med & Italian Energy Report, realizzato dalla Srm, centro studi collegato al gruppo Intesa Sanpaolo, in collaborazione con l’Esl@energycenter Lab del Politecnico di Torino. Un’analisi che fotografa come la diffusione delle energie rinnovabili e delle tecnologie green abbia innescato una crescita senza precedenti della domanda di minerali essenziali, ridisegnando equilibri economici e geopolitici su scala globale.

Litio, nichel, cobalto, grafite, rame e terre rare non sono più materie prime di nicchia, ma componenti indispensabili per il funzionamento delle auto elettriche, delle batterie, delle reti di trasmissione, dei sistemi di accumulo e di gran parte delle tecnologie su cui si fonda la decarbonizzazione. La transizione verde, in altre parole, non elimina la dipendenza dalle risorse, ma la trasforma, spostandola dal petrolio e dal gas a un insieme di minerali concentrati in poche aree del pianeta.

Il rapporto mette in evidenza un dato chiave: la Cina è oggi il principale polo di domanda per la maggior parte delle materie prime critiche. Pechino domina il consumo di bauxite, nichel, manganese, rame e cobalto, ma soprattutto ha costruito nel tempo una posizione quasi irraggiungibile nella capacità di raffinazione. È qui che si gioca una partita decisiva, perché estrarre una materia prima non basta: senza la possibilità di lavorarla e trasformarla, il valore resta altrove. La Cina controlla ampie quote della raffinazione di cobalto, grafite e terre rare, diventando un passaggio obbligato delle filiere industriali globali.

Questa centralità non è frutto del caso, ma di una strategia industriale di lungo periodo, costruita attraverso investimenti mirati, acquisizioni all’estero e politiche pubbliche coerenti. Il risultato è una dipendenza strutturale dell’Occidente, che oggi punta sulla transizione energetica ma si trova a fare i conti con una catena di approvvigionamento fortemente sbilanciata.

Il report dedica ampio spazio anche a una materia prima spesso percepita come appartenente al passato, ma che sta tornando al centro del dibattito: l’uranio. Nel contesto della discussione sul nucleare come fonte a basse emissioni, i numeri mostrano una concentrazione estrema. Il 92% della produzione globale di uranio è controllato da sette Paesi, attraverso le rispettive compagnie estrattive. Ancora più rilevante è il dato sulla filiera industriale: la Russia, da sola, detiene circa il 40% della capacità industriale mondiale legata al nucleare. Un elemento che apre interrogativi profondi sulla sicurezza energetica europea e sulle reali possibilità di diversificazione in tempi brevi.

Ma la questione delle materie prime critiche non riguarda solo l’estrazione e la lavorazione. Un altro nodo cruciale è quello dei trasporti, perché queste risorse, come l’energia, viaggiano prevalentemente via mare. Il report individua tre snodi fondamentali, veri e propri chokepoint globali: Hormuz, Malacca e Suez. Da questi passaggi transita complessivamente circa il 50% del traffico marittimo mondiale di petrolio e gas, ma anche una quota crescente di materie prime strategiche. Qualsiasi tensione geopolitica in queste aree ha quindi effetti immediati e potenzialmente destabilizzanti sull’intero sistema energetico e industriale globale.

I numeri sul traffico marittimo restituiscono la dimensione della trasformazione in atto. Tra il 2000 e il 2025, le quantità di nichel movimentate via mare sono passate da 5,7 milioni di tonnellate a 58,5 milioni di tonnellate a livello globale. Un aumento esponenziale, legato in gran parte all’utilizzo del nichel nelle batterie e nelle leghe per l’automotive. Ancora più impressionante è il dato sulla bauxite, principale fonte per la produzione di alluminio: dalle 30,6 milioni di tonnellate del 2000 si arriva a 236,4 milioni di tonnellate nel 2025. Numeri che raccontano una crescita strutturale, non episodica.

Questa espansione della domanda pone una serie di interrogativi che vanno oltre la dimensione economica. La concentrazione geografica delle risorse, la dipendenza da pochi attori dominanti e la vulnerabilità delle rotte marittime espongono il sistema globale a rischi significativi. La transizione energetica, per essere sostenibile nel lungo periodo, dovrà fare i conti non solo con le emissioni, ma anche con la sicurezza delle forniture, la diversificazione delle filiere e l’impatto ambientale e sociale delle attività estrattive.

Il report Srm-Intesa suggerisce implicitamente che la sfida non è soltanto tecnologica, ma geopolitica. Ridurre le emissioni senza ridisegnare le catene del valore rischia di spostare le dipendenze, non di eliminarle. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il tema diventa quello di una strategia industriale capace di rafforzare la capacità di raffinazione, investire nel riciclo delle materie prime critiche e costruire accordi internazionali più equilibrati.

La crescita delle rinnovabili, dunque, non è una strada lineare verso l’autonomia energetica. È un percorso complesso, che richiede scelte politiche, industriali e diplomatiche di lungo respiro. I dati del Med & Italian Energy Report mostrano con chiarezza che il futuro dell’energia si gioca sempre più nei porti, nelle miniere e negli impianti di lavorazione, oltre che nei parchi solari ed eolici.

In questo scenario, la domanda non è se la transizione verde avverrà, ma a quali condizioni e con quali equilibri di potere. Le materie prime critiche sono diventate il nuovo terreno di competizione globale, e il modo in cui verranno gestite determinerà non solo il successo della decarbonizzazione, ma anche la stabilità economica e politica dei prossimi decenni.

La transizione verde accende una nuova corsa globale: materie prime critiche concentrate, Cina dominante e filiere sempre più fragili

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