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15 Gennaio 2026 - 11:08
È proprio da qui, dalle stazioni, dalle piazze e dai nodi della mobilità quotidiana, che il governo sceglie di rilanciare la sua strategia sulla sicurezza urbana.
Il nuovo pacchetto sicurezza, atteso in Consiglio dei ministri entro fine gennaio, punta su tre leve precise: zone rosse decise dai prefetti, più fondi e poteri per la sicurezza ferroviaria, stretta sulla violenza giovanile con ammonimenti anche ai 12-14enni. Misure che mirano a rendere strutturali strumenti finora sperimentali, ma che riaprono il confronto tra tutela dell’ordine pubblico, libertà individuali ed efficacia reale sul territorio.
Il cuore della proposta è la formalizzazione delle cosiddette “aree a vigilanza rafforzata”. Se la bozza sarà confermata, i prefetti potranno istituire le zone rosse con un atto tipizzato, indicando confini precisi, durata limitata e motivazioni fondate su esigenze “specifiche, concrete e attuali”. Non più ordinanze contingibili e urgenti, spesso contestate davanti ai tribunali amministrativi, ma uno strumento stabile, replicabile e – nelle intenzioni – più difendibile sul piano giuridico. All’interno di queste aree potrà essere vietata la permanenza a soggetti già segnalati per reati contro la persona o il patrimonio, per droga o per porto d’armi; scatterà l’allontanamento per comportamenti violenti o molesti che mettano a rischio la sicurezza o impediscano la normale fruizione degli spazi pubblici.
Il modello non nasce dal nulla. Negli ultimi anni Roma, Milano, Napoli, Catania hanno già sperimentato perimetrazioni simili, con numeri rivendicati dal Viminale: centinaia di migliaia di controlli e migliaia di ordini di allontanamento. Ma proprio queste esperienze hanno mostrato anche i punti deboli del sistema, con proroghe censurate dai TAR e accuse di misure troppo vaghe o estese nel tempo. La nuova norma prova a rispondere a quelle criticità, imponendo criteri più stringenti e rinnovabili solo dopo una nuova istruttoria.

Il secondo asse riguarda la sicurezza ferroviaria, uno dei terreni più sensibili nella percezione dei cittadini. La bozza prevede un fondo da 50 milioni di euro per il 2026, destinato a rafforzare la vigilanza nelle stazioni e lungo la rete attraverso accordi tra Ministero dell’Interno, Ministero delle Infrastrutture e Gruppo FS. L’obiettivo è aumentare i presidi nei nodi critici, migliorare il coordinamento operativo e consentire alle forze di polizia l’accesso a specifiche banche dati sul traffico passeggeri e merci. Una mossa che si innesta sul piano industriale di FS Security, presentato proprio a gennaio, dopo un 2025 chiuso con oltre 316 mila attività operative, più di 32 milioni di viaggiatori controllati e 253 mila treni monitorati. Se il coordinamento funzionerà, il fondo potrebbe agire da moltiplicatore nelle grandi stazioni metropolitane, dove microcriminalità e insicurezza percepita si alimentano a vicenda.
Il terzo fronte è quello più delicato: la violenza giovanile. Il pacchetto amplia il catalogo dei reati per cui il questore può ammonire i minorenni, estendendo l’istituto anche ai 12-14enni, già introdotto con il decreto Caivano del 2023. Per i più giovani, non imputabili, l’ammonimento resta un richiamo formale, con convocazione insieme ai genitori; ma l’elenco delle condotte si allarga, includendo lesioni, rissa, violenza privata e minacce aggravate dall’uso di armi o strumenti atti a offendere. In caso di mancata vigilanza, è prevista una sanzione amministrativa da 200 a 1.000 euro a carico dei genitori o dei tutori. L’idea è intervenire prima che i comportamenti degenerino, responsabilizzando la famiglia e segnalando un limite netto.
Il contesto in cui arriva il decreto è fatto di numeri in chiaroscuro. Gli omicidi restano in calo nel lungo periodo, ma cresce la quota di autori minorenni, mentre la microcriminalità di strada ha segnato un rimbalzo nel 2024, con oltre un milione di furti denunciati. Nel primo semestre 2025 i reati risultano in lieve diminuzione, ma la percezione di insicurezza resta alta, soprattutto nelle aree urbane e nei luoghi di transito. Le stazioni, in particolare, continuano a essere uno dei punti di maggiore frizione tra diritto alla sicurezza e diritto alla libera circolazione.
Non mancano, però, le criticità. Ogni zona rossa implica una compressione dello spazio pubblico e riaccende il dibattito sul rischio di un diritto “di polizia” che anticipa la sanzione al comportamento. I giudici amministrativi hanno già chiarito che servono motivazioni solide, limiti temporali e istruttorie puntuali. Anche sul fronte dei minori, l’efficacia dell’ammonimento dipenderà dal dopo: senza il coinvolgimento di scuola, servizi sociali e giustizia minorile, il rischio è che il provvedimento resti un atto formale o, peggio, un automatismo punitivo.
Nelle prossime settimane il testo potrebbe subire limature ed emendamenti, con l’introduzione di indicatori oggettivi per l’istituzione delle zone rosse e meccanismi di monitoraggio periodico. Molto dipenderà anche dall’attuazione concreta del fondo per le stazioni e dalla capacità di trasformare gli annunci in presidi visibili e risultati misurabili.
Il nuovo cantiere della sicurezza prova a tenere insieme ordine e diritti, due parole spesso agitate come opposte. La differenza la farà l’uso degli strumenti: regole chiare, tempi certi, controlli verificabili e una prevenzione che non si fermi al pugno duro, ma affronti anche la parte più difficile, quella educativa.
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