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La Voce degli animali
27 Gennaio 2026 - 17:38
Cani nel fango a Carmagnola: tra i proprietari c’è l’assessore all'ambiente...
Cani confinati in mezzo al nulla, lontani dalla famiglia, privati di qualsiasi dignità. In un caso, un cagnolino viveva in un corridoio di terra e fango, con una lamiera piegata a V rovesciata come unica “cuccia”. In un altro, animali detenuti tra feci e urine. In un terzo sopralluogo, un cane rinchiuso in un recinto senza un idoneo riparo, con paglia fradicia mescolata alla terra, ciotole rovesciate, rifiuti sparsi e perfino tane di ratti nel box. Non incuria occasionale, ma una condizione strutturale, reiterata, incompatibile con la natura stessa dell’animale.
C’è una violenza che non urla, non sanguina, non fa notizia. O almeno non dovrebbe. È l’isolamento. È il cane relegato in un angolo di terra e fango, trasformato in un antifurto invece che riconosciuto per ciò che è: un essere senziente, un essere vivente capace di emozioni, paura, gioia, sofferenza. È questa la realtà che le guardie zoofile di Stop Animal Crimes Italia hanno documentato a fine anno nel Comune di Carmagnola. Una realtà già di per sé grave, che diventa però clamorosa quando si scopre chi è uno dei protagonisti di questa storia.




Succede dopo una serie di controlli effettuati in alcune frazioni del territorio comunale. Succede nel momento della verbalizzazione. Ed è proprio lì che la cronaca smette di essere soltanto cronaca e diventa notizia politica.
Quando le guardie zoofile prendono atto che il proprietario di uno dei cani detenuti in quelle condizioni è Roberto Gerbino, Assessore all’Ambiente del Comune di Carmagnola, che firma il verbale di sopralluogo. Non un cittadino qualunque. Non un nome qualsiasi. Ma proprio l’uomo che, per delega istituzionale, dovrebbe vigilare sulla tutela dell’ambiente e sul rispetto delle leggi a protezione degli animali.
Una circostanza che pesa come un macigno. Perché qui non si parla soltanto di un cane detenuto male. Si parla di coerenza, di credibilità delle istituzioni, di rispetto delle regole da parte di chi è chiamato a farle rispettare, cioè la stessa impressione avuta a Settimo Torinese con il cane del cacciatore che piangeva di notte e poi con gli altri trovati in condizioni a dir poco indecenti...
In tutti i casi accertati a Carmagnola, i proprietari – compreso l’assessore – sono stati diffidati dal detenere gli animali in condizioni di isolamento, in ambienti igienicamente insalubri e privi di adeguato riparo. Ma resta una domanda inevitabile, che nessuno può evitare: com’è possibile che in nessuno di questi luoghi siano mai intervenute le guardie zoofile convenzionate con il Comune? Chi doveva controllare? Chi doveva vigilare? E perché non lo ha fatto?
È per questo che Stop Animal Crimes Italia ha scritto al sindaco di Carmagnola Ivana Gaveglio (centrodestra), chiedendo di valutare “provvedimenti nei confronti di chi dovrebbe rappresentare la tutela degli animali e l’osservanza delle leggi” oppure di avviare “accertamenti sull’operato delle guardie zoofile convenzionate”. Parole pesate, nette, che non lasciano spazio a interpretazioni. Qui non si tratta di una polemica strumentale, ma di un problema istituzionale vero e proprio.
L’associazione ricorda che “detenere un cane significa prima di tutto assicurargli una vita all’interno di un gruppo sociale”. Il cane è un animale sociale, ha bisogno di relazioni, di interazione, di sentirsi parte di una famiglia. L’isolamento non è una leggerezza né una cattiva abitudine: è una violenza etologica che produce apatia, depressione, sofferenza e può degenerare in comportamenti aggressivi.
“Il cane deve avere un ruolo nella famiglia, interagire con gli umani, ricevere affetto e coccole”, ribadiscono. Tenerlo lontano, relegato in un recinto, significa tradire quella fiducia incondizionata che solo un cane è capace di offrire.
Stop Animal Crimes Italia non arretra di un passo. “Continueremo a vigilare e denunciare casi analoghi”, chiamando in causa tutte le autorità competenti, dal sindaco alle forze dell’ordine, affinché l’isolamento venga finalmente riconosciuto per ciò che è: una condotta illecita. L’articolo 727 del Codice penale parla chiaro e non lascia alibi. S'aggiunge per chi non la conoscesse la legge Brambilla.
La verità è che dietro questa vicenda non ci sono solo cani dimenticati dietro una rete. C’è un corto circuito politico e culturale che fa male. Succede quando chi dovrebbe dare l’esempio finisce dentro la notizia, allora sì, la storia non può più essere archiviata come un semplice fatto di cronaca. È una questione pubblica. E riguarda tutti.
In politica c’è una regola non scritta che vale più di mille codici: puoi anche sbagliare, ma non puoi far finta di niente quando sei tu il problema. A Carmagnola questa regola è stata appena calpestata con gli scarponi infangati.
Perché qui non siamo davanti a un’inchiesta su un cittadino qualsiasi, né a un episodio marginale da archiviare con una diffida. Qui siamo davanti a un assessore all’Ambiente che finisce dentro una vicenda che riguarda il rispetto delle leggi a tutela degli animali. Tradotto: il controllore che diventa controllato. E non per un cavillo, ma per una questione sostanziale.
La politica ama le deleghe, i comunicati, le parole nobili: sostenibilità, tutela, sensibilità. Poi però arriva la realtà, che non guarda in faccia a nessuno. E quando la realtà bussa alla porta sotto forma di un verbale firmato, non bastano le formule di rito. Serve una risposta politica. Non amministrativa. Politica.
Perché un assessore non è un privato cittadino nel momento in cui esercita una funzione pubblica. È un simbolo. Un modello. O almeno dovrebbe esserlo. Se quel modello si incrina, il problema non è il cane, il recinto o la paglia. Il problema è la credibilità dell’istituzione.
C’è poi un altro dettaglio che rende la vicenda ancora più interessante. Possibile che nessuno abbia visto nulla prima? Possibile che i controlli siano arrivati solo da chi non dipende dal Comune? Possibile che l’anomalia emerga solo quando interviene un soggetto esterno? Domande legittime, che non chiamano in causa solo un assessore, ma un intero sistema di vigilanza.
In casi come questi, la politica ha due strade. La prima è quella più battuta: minimizzare, attendere che il rumore si spenga, contare sul ciclo breve dell’indignazione. La seconda è più rara, ma infinitamente più dignitosa: fare un passo indietro. Non perché “colpevoli”, ma perché incompatibili con il ruolo che si ricopre in quel momento.
Le dimissioni non sono una condanna. Sono un atto di igiene istituzionale. Servono a proteggere l’ente, non a distruggere una persona. Servono a dire ai cittadini che le regole valgono per tutti, soprattutto per chi governa.
Continuare come se nulla fosse, invece, manda un messaggio chiarissimo: che l’etica è opzionale, che l’esempio è un dettaglio, che la delega conta più della coerenza. Ed è un messaggio devastante, molto più di qualsiasi polemica.
Per questo oggi la domanda non è se l’assessore abbia sistemato o meno una situazione. La domanda è un’altra, molto più semplice: può ancora rappresentare credibilmente la tutela ambientale e animale del Comune?
Se la risposta è no – e tutto porta a pensarlo – allora la conclusione è obbligata. Non per vendetta, non per clamore, ma per rispetto delle istituzioni.
Il resto è solo rumore di fondo.
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