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Bolletta shock senza avvisi, migliaia di clienti sul piede di guerra: parte la class action contro ENI Plenitude

Le associazioni dei consumatori attaccano: rincari scoperti solo a posteriori, diritti compressi e comunicazioni giudicate inefficaci

Bolletta shock

Bolletta shock senza avvisi, migliaia di clienti sul piede di guerra: parte la class action contro ENI Plenitude

Per molti utenti la scoperta è arrivata nel modo peggiore possibile: aprendo la bolletta. Importi più alti, condizioni economiche cambiate, nessuna comunicazione chiara ricevuta prima. È da qui che prende forma la class action contro ENI Plenitude, promossa da Adusbef, Assoutenti, Casa del Consumatore, Codici, Confconsumatori e iConsumatori, che accusano la società di aver applicato aumenti di luce e gas senza comunicazioni preventive valide e realmente conoscibili.

Il punto, sottolineano le associazioni, non è solo giuridico o regolatorio. È profondamente concreto e riguarda migliaia di famiglie, già provate da anni di caro energia, inflazione e rincari generalizzati. Quando un aumento viene scoperto solo dopo che è stato applicato e fatturato, la possibilità di scegliere un altro operatore o recedere dal contratto diventa, di fatto, una finzione.

Il procedimento avviato dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e gli impegni assunti da ENI Plenitude vengono giudicati dalle associazioni come insufficienti. Utili, forse, a ristabilire alcune regole per il futuro, ma incapaci di sanare il passato. Secondo i promotori della class action, il provvedimento dell’Antitrust non ha natura satisfattiva, non produce effetti retroattivi e non cancella i diritti individuali dei consumatori che hanno pagato bollette più care senza essere stati messi nelle condizioni di scegliere consapevolmente.

Anzi, per le associazioni, proprio l’adozione di procedure correttive da parte della società rappresenta una sorta di ammissione indiretta. Il rafforzamento degli obblighi informativi e il blocco dei rinnovi in caso di mancata comunicazione dimostrerebbero che in precedenza il sistema non garantiva affatto quella trasparenza che la legge pretende. In altre parole, se oggi si cambia metodo, è perché ieri quel metodo non funzionava o non tutelava adeguatamente i clienti.

Il nodo centrale resta la libertà di scelta del consumatore. Un principio che sulla carta è sacro, ma che nella pratica rischia di svuotarsi quando le informazioni arrivano tardi, in modo poco chiaro o con strumenti che molti utenti non consultano regolarmente. Email non lette, messaggi generici, comunicazioni difficili da reperire: tutto ciò, secondo le associazioni, ha prodotto una situazione in cui l’utente ha scoperto l’aumento a giochi fatti, quando il diritto di recesso era ormai privo di efficacia reale.

«Non siamo di fronte a un tecnicismo giuridico, ma a un problema concreto», affermano congiuntamente Adusbef, Assoutenti, Casa del Consumatore, Codici, Confconsumatori e iConsumatori. Una presa di posizione netta, che rifiuta l’idea di liquidare la vicenda come una disputa tra legali. Qui, sostengono, si parla di bilanci familiari, di scelte economiche forzate, di fiducia tradita in un mercato che dovrebbe essere trasparente e competitivo.

C’è poi un altro aspetto che rende la questione ancora più delicata: secondo le associazioni, alcune modifiche unilaterali sarebbero state applicate in periodi in cui la legge le vietava espressamente. Un elemento che, se confermato, rafforzerebbe ulteriormente la posizione dei consumatori e metterebbe in discussione non solo le modalità comunicative, ma la legittimità stessa degli aumenti.

Gli impegni presi da ENI Plenitude, sempre secondo i promotori della class action, non incidono su questo punto cruciale. Non neutralizzano la compressione del diritto di recesso, non restituiscono automaticamente le somme pagate in più e non affrontano il tema del risarcimento dei danni subiti dagli utenti. Da qui la scelta di percorrere la strada giudiziaria collettiva, considerata l’unica in grado di riequilibrare davvero il rapporto tra azienda e clienti.

Il caso ENI Plenitude si inserisce in un contesto più ampio, segnato da una crescente sfiducia dei consumatori verso il mercato dell’energia. Negli ultimi anni, tra fine del mercato tutelato, offerte sempre più complesse e continue rimodulazioni, molti utenti hanno perso la capacità di orientarsi. In questo scenario, la trasparenza non è un optional, ma una condizione minima per garantire concorrenza e correttezza.

Le associazioni parlano apertamente di compressione dei diritti, denunciando un sistema in cui il consumatore diventa l’anello debole, chiamato a rincorrere informazioni che dovrebbero invece essergli fornite in modo chiaro, tempestivo e verificabile. Quando questo non avviene, sostengono, non basta promettere che in futuro le cose andranno meglio. Serve riparare il danno già prodotto.

Per questo motivo, Adusbef, Assoutenti, Casa del Consumatore, Codici, Confconsumatori e iConsumatori invitano tutti i clienti ENI Plenitude che abbiano subito aumenti in bolletta senza comunicazioni preventive chiare a segnalare il proprio caso e a rivolgersi agli sportelli delle associazioni aderenti alla class action. L’obiettivo è raccogliere le adesioni necessarie per portare in tribunale una vicenda che, secondo i promotori, non riguarda singoli casi isolati ma un fenomeno diffuso e sistemico.

La battaglia si annuncia lunga e complessa. Ma il messaggio lanciato dalle associazioni è inequivocabile: il tempo delle spiegazioni tardive e delle correzioni parziali è finito. Se gli aumenti sono stati applicati senza un’informazione adeguata, ora tocca alla giustizia stabilire se e quanto debba essere restituito a chi ha pagato senza poter scegliere davvero.

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