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Costume e società
26 Gennaio 2026 - 18:10
Littizzetto attacca Bongiorno: “Avvilente peggiorare la legge sullo stupro, ancor di più che lo abbia fatto una donna”
Non è stata una letterina come le altre. Niente ironia leggera, nessuna battuta pensata solo per strappare l’applauso. Nella puntata di Che Tempo Che Fa andata in onda domenica 25 gennaio, Luciana Littizzetto ha scelto un tono netto, esplicitamente politico, per rivolgersi alla senatrice leghista Giulia Bongiorno, avvocata penalista e presidente della Commissione Giustizia del Senato, firmataria della nuova formulazione della proposta di legge sullo stupro.
Un intervento che ha colpito per la chiarezza delle accuse e per il bersaglio scelto. Littizzetto non ha parlato in astratto, ma ha messo al centro un punto preciso: il passaggio dal principio del consenso esplicito a quello del dissenso, introdotto nella nuova versione del testo. Un cambiamento che, secondo la comica, non rafforza la tutela delle donne, ma la indebolisce.
L’attacco, come sempre, è arrivato mascherato da autoironia. «Premetto che le mie competenze di legge sono ferme a Forum, ma quando ancora lo conduceva Rita Dalla Chiesa», ha esordito. Poi, però, il registro è cambiato rapidamente. Rivolgendosi direttamente a Bongiorno, Littizzetto ha detto di aver letto e riletto la proposta di legge, di averla studiata e fatta spiegare, arrivando a una conclusione che definisce condivisa da molte donne: stupore e delusione.
Il nodo centrale è la riscrittura dell’articolo che definisce la violenza sessuale. «Prima la legge era chiara: solo se ti dico sì, è sì. Consenso. Fine. Lo capiscono tutti», ha spiegato. Nella nuova formulazione, invece, il perno diventa il dissenso: la violenza sessuale si configura solo se la vittima ha espresso in modo chiaro e manifesto la propria contrarietà. Un ribaltamento che Littizzetto ha tradotto con una semplificazione volutamente brutale: «Prima era: io lo voglio, tu lo vuoi. Scopiamo. Consenso. Ora è: io ti scopo, poi tu mi dici di no. Dissenso. Ed è un po’ diverso».
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Una differenza che, secondo la comica, non è solo linguistica ma profondamente culturale e giuridica. Perché introduce un elemento scivoloso: il contesto. «Conta la volontà contraria, da valutare nel contesto», recita il testo. Ed è proprio su questa parola che Littizzetto affonda il colpo. Il contesto, dice, «è quella cosa elastica che decide chi giudica, non chi subisce». Un passaggio che rischia di rimettere al centro non l’esperienza della vittima, ma l’interpretazione esterna del suo comportamento.
Nel suo monologo, Littizzetto sottolinea anche un altro aspetto contestato della riforma: la riduzione delle pene. Un dettaglio che, inserito in un quadro già giudicato arretrante, contribuisce a rafforzare la sensazione di un passo indietro. E non manca una frecciata politica, quando annuncia di voler inoltrare idealmente la sua “pec” anche a Matteo Salvini, «che si occupa di tutto tranne che di trasporti».
Ma il passaggio più duro arriva quando la letterina si allarga dal piano tecnico a quello simbolico. Littizzetto parla apertamente di “delusione profonda” come cittadina, nel vedere «una buona proposta di legge sbriciolata per questioni interne di politica». A suo avviso, ancora una volta, l’equilibrio tra partiti avrebbe prevalso sulla tutela concreta delle donne. E il riferimento all’attualità rende il colpo ancora più pesante: «Nella settimana del tremendo femminicidio di Federica Torzullo, questo passo indietro è ancora più amaro».
Nel finale, la comica allarga lo sguardo all’Europa: «Com’è possibile che più di venti Paesi europei abbiano una legge sul consenso chiara mentre noi ci impelaghiamo tutte le volte?», chiede dal palco. La proposta, provocatoria solo in apparenza, è semplice: copiare le leggi che funzionano altrove. Senza inventare nulla, senza ambiguità.
L’ultima frase è quella che resta più impressa. Ed è anche quella che ha acceso il dibattito pubblico. «Che non si riesca a ottenere una legge decente sulla violenza contro le donne proprio adesso che sia la maggioranza sia l’opposizione sono guidate da due donne, e che a riformulare il testo ci sia un’altra donna, è veramente avvilente». Non un attacco personale, ma una constatazione politica e culturale che mette in discussione l’idea, spesso data per scontata, che la rappresentanza femminile basti da sola a garantire diritti più solidi.
La letterina di Luciana Littizzetto, questa volta, ha assunto i toni di una presa di posizione pubblica. E il fatto che a pronunciarla sia una delle voci più popolari della televisione italiana ha trasformato una discussione tecnica in un tema impossibile da ignorare. Non per le battute, ma per il messaggio.

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