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"Se Roma ha la lupa, Milano ha l’Ornella": Luciana Littizzetto scrive a Ornella Vanoni e racconta una vita senza maschere

A Che Tempo Che Fa una lettera intensa e irriverente per salutare un’icona che non ha mai smesso di dire la verità

Littizzetto ricorda Ornella

Littizzetto ricorda Ornella

Non è stato un omaggio qualsiasi, né un tributo rituale. La lettera letta da Luciana Littizzetto durante la puntata speciale di Che Tempo Che Fa dedicata a Ornella Vanoni ha avuto il peso delle cose vere, di quelle che non cercano l’applauso immediato ma restano addosso. Un saluto che è diventato racconto, ritratto, confessione collettiva, capace di restituire la cantante milanese senza mitizzazioni artificiali, ma con la stessa libertà, ironia e disarmante onestà che hanno attraversato tutta la sua vita.

L’attacco è già una dichiarazione d’identità: «Se Roma ha la lupa e Cremona ha la tigre, Milano ha l’Ornella». Non un semplice paragone simbolico, ma la fotografia di un’appartenenza profonda. Ornella Vanoni non è stata solo una voce della musica italiana, ma un corpo vivo dentro la sua città, una presenza che Milano ha riconosciuto come propria, ruvida e affettuosa insieme. «Siamo tutti qui per te, qui e a casa. Le persone che ti hanno voluto bene, i tuoi colleghi, il tuo teatro, la tua città», dice Littizzetto, allargando subito lo sguardo a una comunità che si stringe attorno a una figura che ha segnato epoche diverse senza mai farsi ingabbiare.

La lettera entra poi nel territorio dell’intimità, dove il personaggio pubblico lascia spazio alla donna. Littizzetto racconta le telefonate interminabili di Vanoni, diventate leggendarie quanto le sue canzoni. «Tu chiamavi Ornella. Oh, se chiamavi. Tutti. Telefonate lunghissime, infinite». Chiamate che obbligavano a cambiare i piani, a cancellare appuntamenti, perché «che privilegio parlare con te». In quelle conversazioni c’era molto più di un dialogo: c’era la possibilità di abitare, anche solo per un po’, quella mente capace di muoversi tra leggerezza e profondità, tra ironia e malinconia, tra realtà e dimensioni sconosciute.

La musica, naturalmente, è il filo che tiene insieme tutto. «Con le tue canzoni hai sollevato morali, salvato serate, fatto ballare e piangere, innamorare e tradire», scrive Littizzetto, elencando gesti quotidiani che diventano universali grazie a una voce che non ha mai avuto bisogno di urlare. «Quel tuo modo di cantare come se stessi parlando a uno solo, ma quell’uno fossimo tutti. La voce bassa che non urlava mai e per questo arrivava più lontano». Una voce che ha attraversato supporti, tecnologie, decenni, rimanendo sempre riconoscibile, sempre fedele a se stessa.

Uno dei passaggi più forti è quello dedicato al tempo che passa e al modo in cui Ornella Vanoni lo ha attraversato. «Quando le altre hanno smesso, tu hai continuato». Non una sfida ostentata, ma una scelta naturale, coerente. «Hai dimostrato che si può invecchiare dicendo la verità, senza chiedere scusa per ogni ruga». Vanoni viene raccontata come una donna che non ha mai nascosto il corpo, il desiderio, la vanità, nemmeno quando il mondo chiedeva discrezione, silenzio, ritiro. «Un filo di tacco e un filo di trucco. Corpo da mostrare anche in vecchiaia».

La lettera diventa anche un manifesto femminile, senza slogan. «Hai insegnato a generazioni di donne che si può essere fragili senza essere patetiche, innamorate senza essere possedute». E ancora: «Che a volte essere amanti, essere l’altra, non significa essere sbagliate». Parole che risuonano come una presa di posizione netta contro ogni moralismo, contro ogni tentativo di ridurre la complessità dell’amore a formule rassicuranti. L’amore, per Vanoni, era quello storto, imperfetto, che fa male ma che ti costringe a guardarti dentro. «Bisogna imparare ad amarsi», lo ripeteva, sapendo bene quanto fosse difficile.



C’è spazio anche per il Brasile, per la saudade portata a Milano, per Venezia, descritta come «una malinconia che galleggia senza mai affondare», un’immagine che sembra cucita addosso alla stessa Vanoni. E poi il modo fisico, carnale, di stare al mondo: «In un mondo che ha smesso di accarezzarsi, tu accarezzavi». Mani, baci, sguardi negli occhi, una prossimità che oggi sembra quasi rivoluzionaria.

L’ironia non viene mai meno, nemmeno nel saluto finale. Littizzetto ricorda la passione di Vanoni per la marijuana, «perché ti stuonava e così riuscivi a dormire», e chiude con una frase che tiene insieme sorriso e commozione: «Se lassù fai fatica a dormire, chiedi, qualcuno che sa rollare lo trovi di sicuro». Un addio senza piagnistei, senza solennità forzata, fedele fino all’ultimo allo spirito di Ornella Vanoni.

Come ha scritto Littizzetto, Ornella è stata «amante e amata, vanitosa fino all’ultimo giorno». Una donna che ha attraversato quasi un secolo senza mai tradire se stessa, lasciando dietro di sé canzoni, parole e un modo di stare al mondo che continua a parlare. Come quando finisce una canzone bellissima e nessuno applaude subito, perché non vuole romperla.

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