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26 Gennaio 2026 - 10:59
Carne agli ormoni e riso ai pesticidi sulle nostre tavole: 6 mila agricoltori a Torino dicono basta al cibo senza regole
Carne congelata prodotta con ormoni vietati, riso coltivato con pesticidi banditi in Europa, alimenti che arrivano sulle tavole italiane senza che il consumatore abbia strumenti chiari per sapere cosa sta davvero mangiando. È da qui che parte la protesta degli agricoltori, ed è da Torino, dal Lingotto Fiere, che prende forma una mobilitazione destinata a estendersi in tutta Italia. Un segnale forte, plastico, messo in scena davanti a 6.000 agricoltori arrivati da Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, decisi a dire basta a quella che definiscono una concorrenza sleale che colpisce il lavoro agricolo e mina la sicurezza alimentare.
L’assemblea organizzata da Coldiretti non è stata una semplice riunione di categoria, ma il primo atto di una fase di mobilitazione strutturata. In sala, a colpire lo sguardo, due tavole allestite in modo simbolico: da una parte i cibi considerati pericolosi, dall’altra le eccellenze del Made in Italy. Un contrasto netto, quasi brutale, che riassume il cuore della protesta: prodotti agricoli italiani sottoposti a regole stringenti e controlli severi che competono sullo stesso mercato con alimenti importati da Paesi extra Ue, dove gli standard sono spesso più bassi o del tutto diversi.
A guidare la mobilitazione, i vertici nazionali e territoriali dell’organizzazione. Al Lingotto erano presenti il segretario generale Vincenzo Gesmundo, il presidente nazionale Ettore Prandini, la presidente di Coldiretti Piemonte Cristina Brizzolari, il presidente di Coldiretti Liguria Gianluca Boeri, la presidente di Coldiretti Valle d’Aosta Alessia Gontier, il delegato confederale Bruno Rivarossa, insieme ai presidenti e ai direttori di tutte le federazioni piemontesi. Una presenza compatta che ha voluto dare il senso di una battaglia condivisa e non più rinviabile.
Il messaggio lanciato dal palco è chiaro: non si tratta di chiudere i mercati, ma di pretendere regole uguali per tutti. «Faremo incontri in tutte le regioni italiane per ribadire la nostra visione strategica. Non si può continuare a usare il codice doganale, vogliamo un'origine chiara trasparente che permetta ai cittadini di avere informazioni trasparenti. Continua anche la nostra battaglia sugli accordi di libero scambio: pretendiamo che gli stessi standard europei di sicurezza e sostenibilità valgano per tutti i prodotti, indipendentemente dal Paese di origine», ha spiegato Ettore Prandini, mettendo al centro il nodo della tracciabilità e della chiarezza in etichetta.

Un tema che tocca direttamente i consumatori, ma che ha effetti devastanti anche sul piano economico. I numeri snocciolati durante l’assemblea raccontano una tendenza in forte accelerazione. Brizzolari e Rivarossa hanno ricordato che «il valore delle importazioni da Paesi Extra Ue ha raggiunto in Piemonte i 2,8 miliardi nel 2024. Nei primi nove mesi del 2025 si è registrato un incremento del 30% delle importazioni di prodotti alimentari dai Paesi Extra Ue». Una crescita che, secondo Coldiretti, non è accompagnata da controlli adeguati né da una reale reciprocità delle regole.
Il problema, sottolineano gli agricoltori, non è teorico. È concreto e quotidiano. Mentre le aziende agricole italiane devono rispettare normative sempre più rigide su fitofarmaci, benessere animale, sostenibilità ambientale, sul mercato arrivano prodotti coltivati o allevati con sostanze vietate da anni nell’Unione Europea. Un doppio standard che penalizza chi produce in Italia e crea una distorsione evidente della concorrenza.
Il caso del riso è emblematico. L’Italia è il primo produttore europeo, con aziende che operano sotto vincoli severissimi sull’uso dei pesticidi. Eppure sugli scaffali finiscono risi importati da Paesi dove sono consentiti trattamenti che in Europa sono proibiti perché considerati pericolosi. Lo stesso vale per la carne, con il tema degli ormoni che torna ciclicamente al centro del dibattito. Prodotti legali nei Paesi di origine, ma che entrano nel mercato europeo senza che il consumatore sia messo davvero in condizione di distinguere.
Da qui la richiesta di superare l’attuale sistema basato sul codice doganale, giudicato insufficiente e poco comprensibile. Per Coldiretti, continuare a indicare genericamente l’origine extra Ue non garantisce alcuna reale trasparenza. La battaglia è per un’indicazione chiara e leggibile, che permetta a chi acquista di sapere da dove arriva un prodotto e secondo quali regole è stato realizzato.
La mobilitazione non riguarda solo l’etichettatura. Nel mirino finiscono anche gli accordi di libero scambio, accusati di aprire le porte a prodotti che non rispettano gli stessi standard imposti agli agricoltori europei. Secondo Coldiretti, senza una clausola di reciprocità reale, questi accordi finiscono per trasformarsi in una penalizzazione sistematica del Made in Italy, mettendo in difficoltà migliaia di aziende e interi comparti produttivi.
Il Lingotto è stato solo il primo passo. L’annuncio è di una serie di incontri in tutte le regioni italiane, per portare il tema al centro del dibattito pubblico e politico. L’obiettivo dichiarato è rompere quella che gli agricoltori definiscono una sorta di zona grigia, dove la liberalizzazione dei mercati procede più velocemente della tutela della salute e del lavoro.
C’è poi un aspetto che va oltre i numeri e le norme: la fiducia dei cittadini. Quando sugli scaffali finiscono prodotti che rispettano regole profondamente diverse, il rischio è che si incrini il rapporto tra consumatore e sistema alimentare. Non sapere cosa si mangia, o scoprirlo solo a posteriori, alimenta diffidenza e disorientamento. E a farne le spese, paradossalmente, sono proprio le produzioni italiane che hanno fatto della qualità e della sicurezza il loro marchio distintivo.
La scelta di mettere in scena due tavole, una con i cibi “pericolosi” e una con le eccellenze italiane, non è stata casuale. È la rappresentazione visiva di una frattura che Coldiretti considera ormai evidente: da una parte un modello agricolo basato su regole, controlli e sostenibilità, dall’altra un mercato globale che spesso premia il prezzo più basso, anche a costo di abbassare le tutele.
La giornata torinese ha dunque segnato l’inizio di una fase nuova, più conflittuale e meno disposta al compromesso. Il messaggio lanciato dagli agricoltori è netto: senza controlli più severi, senza regole uguali per tutti, il rischio non è solo la perdita di quote di mercato, ma un danno strutturale al sistema agricolo italiano e alla sicurezza alimentare dei cittadini.
Torino, per un giorno, è diventata il punto di raccolta di una rabbia che viene da lontano. E che, stando alle parole dei protagonisti, non è destinata a spegnersi rapidamente.
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