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25 Gennaio 2026 - 18:01
Jan Świerc
Aveva il numero 17352 cucito addosso quando fu assassinato ad Auschwitz nel 1941. Oggi, a distanza di oltre ottant’anni, la sua storia esce dall’orrore dei campi di sterminio per entrare ufficialmente nella memoria della Chiesa. Padre Jan Świerc, sacerdote salesiano polacco vissuto anche a Torino, sarà beatificato il 6 giugno a Cracovia, su decisione di Papa Leone XIV, insieme ad altri otto sacerdoti salesiani polacchi uccisi dai nazisti tra il 1941 e il 1942.
Con lui saliranno agli altari Ignacy Antonowicz, Ignacy Dobiasz, Karol Golda, Franciszek Harazim, Ludwik Mroczek, Włodzimierz Szembek, Kazimierz Wojciechowski e Franciszek Miśka, tutti vittime della persecuzione nazista contro il clero cattolico nei territori occupati.
Jan Świerc era nato nel 1877 a Królewska Huta, in Polonia. A soli 17 anni si trasferì a Torino per studiare, ed è proprio nella città di don Giovanni Bosco che entrò in contatto con i Salesiani, decidendo di entrare nella congregazione tre anni più tardi. Rimase in Italia per studiare filosofia e teologia e, in quegli anni, divenne anche segretario del Rettor Maggiore dei Salesiani, don Michał Rua, primo successore di don Bosco. Il 6 giugno 1903 fu ordinato sacerdote nel Duomo di Torino, legando per sempre la sua storia alla città.
Dopo quasi dieci anni in Italia, tornò in Polonia, dove svolse attività pastorale in diverse città. Nel 1938 era parroco di San Stanislao a Cracovia e direttore della locale comunità salesiana. Qui, il 23 maggio 1941, cadde nelle mani della Gestapo. Era la vigilia della festa di Maria Ausiliatrice, patrona della congregazione salesiana, quando padre Jan, insieme ad altri confratelli, fu arrestato e condotto in carcere. Seguirono interrogatori, percosse, un processo sommario e la condanna.
Il 27 giugno 1941 fu deportato nel campo di concentramento di Auschwitz, insieme ad altri salesiani e a un gruppo di intellettuali ebrei arrestati negli stessi giorni. Fu assegnato al blocco destinato ai lavori forzati nelle cave di ghiaia. Preti ed ebrei vennero separati, ma sottoposti allo stesso lavoro disumano: frantumare pietre, caricare carriole di ferro e trasportarle fuori da una fossa profonda otto metri, correndo, sotto la sorveglianza di kapò armati di bastone.
Secondo le testimonianze tramandate dai Salesiani della Polonia, Jan Świerc cercò in quei giorni di condividere la fatica e di offrire una parola di conforto agli altri prigionieri, in particolare agli ebrei. Proprio per questo fu preso di mira. Cadde sfinito durante il lavoro e il kapò gli urlò contro «Non hai voglia di fare niente», prima di un pestaggio violento da parte delle SS che lo portò alla morte. Aveva 64 anni. Il suo corpo fu trasferito direttamente al forno crematorio.

Entrata di Birkenau con i binari che portavano alla rampa di selezione
Ora la Chiesa riconosce ufficialmente il suo martirio. La beatificazione di padre Jan Świerc non restituisce la vita spezzata ad Auschwitz, ma riporta alla luce una storia che attraversa Torino, la Polonia, la Shoah e la persecuzione nazista, ricordando il destino di centinaia di sacerdoti uccisi nei campi di concentramento perché ritenuti inutili, lenti, o semplicemente perché restavano uomini anche nell’inferno.
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