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24 Gennaio 2026 - 17:42
Claudio Castello, sindaco di Chivasso. Sullo sfondo l'ex scuola Marsan
L'ex scuola Marsan torna al centro delle cronache chivassesi. E non perché qualcuno abbia deciso di chiudere finalmente il caso, ma perché la Giunta di centrosinistra guidata dal sindaco Claudio Castello ha deciso di chiudere la porta in faccia a una petizione firmata da cittadini che chiedevano una cosa semplice: demolire l’ex scuola materna, chiusa dal 2019 e diventata negli anni il simbolo di promesse lasciate a metà e di una paura che non se ne va.
Nell'ex scuola, che sorge in un quartiere popoloso a nord della città, c'è infatti l'amianto: lo stesso Castello, nel suo primo mandato e in uno dei suoi primi Consiglio comunale da sindaco, ammise l'urgenza di demolire l'edificio. Nove anni dopo, la Marsan è ancora lì...
Il Comitato spontaneo Nord Ferrovia Chivasso, promotore della raccolta firme, ha convocato una manifestazione pubblica per sabato 31 gennaio alle ore 11, proprio davanti all'ex scuola, con un appello chiaro: “è ora di farci sentire di nuovo”.
Lo dice apertamente anche il volantino diffuso in queste ore: dopo la bocciatura dell’Amministrazione alla richiesta di demolizione e dopo l’assenza di fondi previsti per la gestione futura della struttura, i cittadini sono invitati a presentarsi “di fronte alla sordità della Giunta comunale”.
Il punto è che non si tratta solo di una manifestazione contro una scelta amministrativa. È una manifestazione contro un metodo. Perché la petizione non è stata archiviata con una risposta interlocutoria o con un impegno di calendario: è stata respinta. Nero su bianco. E questo è ciò che rende lo scontro più duro, più netto, sicuramente impossibile da ricucire.
La decisione dell'amministra Castello di "non procedere" è contenuta nella Deliberazione della Giunta Comunale n. 317 del 23 dicembre 2025.
Nel testo, la Giunta ricostruisce la petizione presentata il 28 ottobre 2025 (prot. 54800) e riporta integralmente la richiesta dei firmatari: restituire l’area in sicurezza e decoro al quartiere, “ponendo fine a 8 anni di abbandono e promesse non mantenute” ed escludendo qualunque utilizzo della struttura “in condizioni non idonee alla tutela della salute e della dignità delle persone”.
Poi arriva il passaggio che non lascia spazio a interpretazioni: la Giunta respinge la petizione. L’atto dice espressamente “di non accogliere” la richiesta popolare e dispone la trasmissione del provvedimento al promotore. Fine. Nessuna mediazione. Nessuna apertura. Nessun “ne discutiamo”.

Il volantino che annuncia la manifestazione
È a questo “no” che il comitato risponde con la manifestazione del 31 gennaio, e con una dichiarazione che è insieme politica e civile. “Abbiamo organizzato per sabato 31 gennaio un incontro davanti all'ex Scuola Marsan, dopo la bocciatura da parte dell’Amministrazione Comunale della nostra raccolta firme”, scrivono. E aggiungono: “Il Sindaco e i suoi assessori hanno nuovamente deciso di non decidere”.
Dentro quel “non decidere” c’è tutta la storia della Marsan: una storia che non è fatta di un solo atto, ma di anni di parole, ipotesi, scenari, cambi di linea, annunci contraddetti dai fatti. Il comitato lo mette giù senza frasi da comizio: “siamo arrivati al settimo anno dalla chiusura della struttura che, parole di Castello, andava demolita subito per evitare pericoli alla salute”. È qui che lo scontro diventa più profondo: non è solo la richiesta di demolizione a essere respinta, è l’idea che una città possa ancora fidarsi di ciò che viene detto in pubblico.
La delibera, dal canto suo, prova a ribaltare l’impostazione: non parla di urgenza, non parla di pericolo imminente. Sostiene che l’obiettivo dell’Amministrazione “sin dal principio” fosse recuperare e riqualificare l’immobile, inserendolo nel DUP 2024-2026 e prevedendo una progettazione di fattibilità già nella prima annualità, con l’idea di una rigenerazione urbana dell’intera area.
Ma se davvero era “sin dal principio”, la domanda è inevitabile: perché allora quel principio non ha prodotto un cantiere, un progetto definitivo, una scelta irreversibile?
Anche perché l’atto stesso dimostra che le possibilità, sulla carta, ci sono eccome. La Giunta richiama infatti il DOCFAP, approvato con delibera n. 199 del 7 novembre 2024, e mette sul tavolo sei scenari alternativi. Cinque di quelle ipotesi prevedono demolizione e trasformazione dell’area: vendita del terreno dopo modifica urbanistica, edilizia residenziale pubblica, residenza studenti con coworking, area verde pubblica, parcheggi e servizi. Una sola, la sesta, prevede il mantenimento dell’edificio: bonifica senza demolizione e servizi del terzo settore. Quindi non è vero che demolire sia un tabù tecnico. Il punto è che demolire, per l’amministrazione, è una delle opzioni. Non la scelta.
Ed è proprio qui che l’atto diventa politicamente indifendibile per chi vive il quartiere. Perché quando una struttura resta chiusa per anni, si degrada, si svuota, si spegne. E attorno si accumulano domande: cosa diventerà, quando, con quali soldi, con quali garanzie. Soprattutto se parliamo di amianto.
La Giunta prova a chiudere quella paura con un passaggio tecnico, che però è destinato a diventare il cuore dello scontro pubblico. Scrive che vengono eseguiti controlli periodici su tutti i manufatti contenenti amianto di proprietà comunale e che l’ultimo aggiornamento del “Programma di controllo dei materiali in amianto” è del 16 maggio 2025, redatto secondo le regole del DM 6 settembre 1994. E aggiunge che, allo stato attuale, “tutti i dati tecnici” non evidenziano pericoli tali da rendere la demolizione l’unica o la migliore soluzione.
È un passaggio che sembra scritto per mettere in sicurezza l’ente, più che il quartiere. Perché l’amianto ha una caratteristica che la politica sottovaluta sempre: non si combatte con le parole, e non si governa con la pazienza. Si governa con la prevenzione. E infatti nella dichiarazione del comitato entra anche il riferimento all’avvocato Ezio Bonanni, dell’Osservatorio Nazionale Amianto: “la prevenzione primaria contro il mesotelioma è la bonifica”. E subito dopo arriva l’accusa: “l’amministrazione sembra essere sorda di fronte alle nostre richieste”.
La differenza tra Comune e comitato, oggi, si misura in una frase. Per l’amministrazione, la Marsan è un progetto da “riqualificare”. Per i cittadini è un caso da chiudere, una ferita da sanare, un peso che grava da troppo tempo sul quartiere. Non è solo una disputa urbanistica, è una disputa sul significato di salute pubblica e su ciò che una città può accettare come “normale”.
E in questo contesto entrano anche i numeri: i dati regionali sul mesotelioma e sui decessi legati all’amianto, che il comitato allega e porta come prova di un problema non astratto. Nella tabella diffusa si vede chiaramente come Chivasso abbia un tasso superiore alla media provinciale e come i distretti del territorio registrino casi e incidenze che rendono l’argomento tutt’altro che teorico. Il messaggio, in sostanza, è semplice: non stiamo parlando di un rischio remoto, stiamo parlando di un tema che continua a produrre conseguenze anche oggi.
La Marsan, del resto, è l’esempio perfetto di come nascono le contraddizioni: a dire per primo che doveva essere demolita, negli anni scorsi, è stato lo stesso sindaco Claudio Castello. Lo aveva fatto apertamente, in Consiglio comunale, già nel 2017, e poi ancora nel 2019 con toni netti: andava “demolita subito”. Oggi, invece, la linea è cambiata. E nella delibera 317 la Giunta ribadisce che la demolizione “non è necessaria né utile” e che la strada è una riqualificazione dell’area secondo le alternative del DOCFAP.
Il problema non è cambiare idea: cambiare idea, in politica, può anche essere un segno di realismo. Il problema è cambiare idea senza spiegare perché, senza tempi certi, senza un progetto definitivo, e soprattutto dopo che il tempo ha già divorato tutto. Perché nel frattempo la scuola è rimasta chiusa, e il quartiere si è ritrovato a convivere con un edificio bloccato tra paura e attesa.
Ecco perché sabato 31 gennaio non sarà una semplice protesta: sarà un test di forza e di credibilità. Il Comitato Nord Ferrovia parla di “vera città GREEN” e lancia una critica che centra il bersaglio: una città green non è quella dei premi e dei riconoscimenti, ma quella che passa dalle parole ai fatti. E qui la Marsan è la cartina tornasole. Perché se una città non riesce a decidere sul proprio amianto, sul proprio abbandono, sulla propria sicurezza, allora ogni altra bandiera “verde” rischia di restare propaganda.
Sabato prossimo, davanti alla Marsan, si vedrà quanta gente è ancora disposta a credere che il tempo delle promesse sia finito davvero. Oppure se Chivasso continuerà a convivere con l’ennesimo edificio pubblico che nessuno demolisce, nessuno riapre, nessuno trasforma. E intanto resta lì, fermo, come a ricordare che certe cose, in questa città, cambiano solo quando qualcuno smette di aspettare.
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