Ventitré anni non bastano a rendere Gianni Agnelli una figura del passato. Il 24 gennaio 2003 si chiudeva la vita dell’Avvocato, ma non il suo peso nella storia della Juventus, del calcio italiano e del Paese. Lo ha ricordato oggi il club bianconero con una nota ufficiale che parla di simbolo, di modello, di riferimento “da sempre e per sempre”. Parole che non hanno il tono rituale delle commemorazioni di calendario, ma quello di una fedeltà che attraversa il tempo.
Per la Juventus, Giovanni Agnelli non è stato semplicemente un presidente. È stato una forma mentis, un modo di stare nel calcio e nel mondo. Dal 1947, anno in cui assunse la presidenza del club, fino agli ultimi decenni in cui ne restò guida morale e proprietaria attraverso la famiglia, l’Avvocato ha costruito un’idea di Juventus che andava oltre la vittoria: disciplina, sobrietà, ambizione senza ostentazione, senso dello Stato anche nello sport. Vincere non era un’ossessione urlata, ma una conseguenza naturale di un’organizzazione solida e di una cultura condivisa.
Sotto la sua guida la Juventus è diventata una potenza sportiva stabile, capace di attraversare epoche diverse senza smarrire identità. I trofei raccontano solo una parte della storia: scudetti, coppe europee, stagioni leggendarie. Ma ciò che ha reso Gianni Agnelli centrale nel racconto bianconero è stato lo stile. Un’eleganza asciutta, quasi britannica, che ha fatto scuola. In un calcio spesso dominato dall’eccesso, l’Avvocato rappresentava la misura. Anche nelle sconfitte, anche nei momenti più duri, come quelli che la Juventus avrebbe affrontato dopo la sua scomparsa.
La celebre frase ricordata oggi dal club – «La passione non cambia e non invecchia. Questo è sicuro» – non è solo un aforisma. È una chiave di lettura della sua vita. Agnelli ha incarnato una passione lucida, mai isterica, capace di durare perché fondata su valori e non su mode. È la stessa passione che ha legato il suo nome alla Juventus come pochi altri dirigenti nella storia dello sport mondiale.
Ma ridurre Gianni Agnelli al calcio sarebbe un errore. L’Avvocato è stato una delle figure più influenti dell’Italia del Novecento. Presidente e poi anima della Fiat, ha guidato l’industria automobilistica italiana nei decenni della ricostruzione, del boom economico, delle crisi e delle trasformazioni globali. Sotto la sua leadership, Torino è diventata una capitale industriale europea, e l’automobile un simbolo del progresso italiano. Il suo rapporto con la politica, con l’establishment internazionale, con il mondo culturale e mediatico lo ha reso un protagonista trasversale, capace di parlare a mondi diversi.
Era un uomo di potere, ma non ostentava il potere. Era un aristocratico industriale, ma sapeva leggere i cambiamenti della società. Era un simbolo dell’élite, ma riusciva a essere popolare. La sua figura ha attraversato il costume italiano: dagli occhiali portati sopra la camicia, diventati un’icona di stile, al linguaggio misurato, ironico, spesso più incisivo di mille dichiarazioni. L’Avvocato non aveva bisogno di spiegarsi troppo: bastava una frase, un gesto, una presenza.
Per la Juventus, tutto questo si è tradotto in un’identità riconoscibile. “Se dici Juventus, dici Gianni Agnelli”, ricorda oggi il club. Non è una semplificazione, ma una sintesi. Perché la Juventus di Agnelli è stata una squadra che ha saputo rappresentare un’idea di continuità e serietà in un calcio spesso instabile. Una società che ha costruito il proprio prestigio nel tempo, senza rincorrere l’effimero.
Ventitré anni dopo la sua scomparsa, il nome di Gianni Agnelli continua a essere evocato come metro di paragone. Ogni nuova dirigenza, ogni stagione, ogni scelta strategica viene letta anche alla luce di quell’eredità. Non per nostalgia, ma perché alcuni modelli resistono più di altri. L’Avvocato resta un riferimento non perché idealizzato, ma perché ha lasciato tracce concrete: un club, uno stile, una visione.
Il tempo passa, il calcio cambia, le generazioni si succedono. Ma ci sono figure che non smettono di parlare al presente. Gianni Agnelli è una di queste. E per la Juventus, come oggi ribadisce il club, non è solo memoria: è ancora identità.