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23 Gennaio 2026 - 18:53
La Stampa in vendita, le istituzioni locali si chiamano fuori
La Compagnia di San Paolo e la Fondazione Crt non faranno parte di alcuna cordata privata per l’acquisizione de La Stampa. A chiarirlo è un comunicato congiunto con cui le due fondazioni smentiscono in modo netto il proprio coinvolgimento nell’operazione che riguarda uno dei quotidiani storici del panorama editoriale italiano. Una presa di posizione arrivata dopo l’annuncio dell’avvio di una trattativa in esclusiva tra Gedi, il gruppo editoriale di John Elkann, e Sae, la società guidata da Alberto Leonardis.
Nel comunicato, le due fondazioni richiamano esplicitamente «l’ambito della propria attività» e il «mandato di enti filantropici», tracciando un confine chiaro tra il sostegno a progetti culturali e civili e le operazioni di mercato nel settore dell’editoria. Un chiarimento che si è reso necessario dopo che fonti vicine a Exor, la holding che controlla Gedi, avevano parlato di un possibile coinvolgimento di soggetti istituzionali locali a sostegno dell’operazione Sae.
In realtà, come trapela dagli stessi ambienti, Leonardis avrebbe contattato sin da subito i vertici delle fondazioni torinesi, ma il tentativo non ha prodotto aperture. Compagnia di San Paolo e Fondazione Crt ribadiscono infatti «il valore imprescindibile della libertà di stampa e del pluralismo dell’informazione, principi fondamentali per la vita democratica del Paese». Nello stesso passaggio sottolineano «il ruolo storico e civile de La Stampa quale presidio autorevole dell’informazione a Torino e a livello nazionale, con una riconosciuta vocazione internazionale, capace di contribuire in modo significativo al dibattito pubblico e allo sviluppo della comunità».
Una dichiarazione che, pur escludendo un impegno diretto nell’acquisizione, riconosce il peso simbolico e culturale del quotidiano fondato nel 1867. Allo stesso tempo, la scelta delle fondazioni contribuisce a chiarire il perimetro del loro intervento in una fase particolarmente delicata per il sistema dell’informazione italiana, alle prese con crisi strutturali, concentrazioni editoriali e cambiamenti profondi nei modelli economici.
Incassato il no, da fonti vicine a Sae filtra che il percorso non si ferma. Sarebbero infatti in corso «dialoghi avanzati con importanti imprenditori del territorio finalizzati alla partecipazione nella compagine societaria che procederà all’operazione». Viene inoltre evidenziato come alle attività del gruppo guidato da Leonardis partecipino già realtà istituzionali di rilievo, una presenza che, secondo le stesse fonti, garantirebbe «un approccio di grande attenzione allo svolgimento della due diligence e all’eventuale futura acquisizione e gestione del gruppo editoriale».

L’accordo di esclusiva tra Gedi e Sae prevede ora l’avvio delle verifiche preliminari sui conti e sulla struttura del quotidiano torinese. Al termine di questa fase, le parti dovranno decidere se procedere con l’acquisizione e definire l’assetto societario definitivo, tenendo conto anche delle condizioni industriali e occupazionali del gruppo, un tema particolarmente sensibile per le redazioni coinvolte.
Parallelamente, resta aperto un altro dossier cruciale per il futuro di Gedi. Prosegue infatti il negoziato per Repubblica, altro pilastro dell’editoria nazionale. In questo caso, la trattativa esclusiva è con l’editore greco Antenna Group, controllato dall’armatore Theodore Kyriakou. La due diligence in corso è stata prorogata fino alla fine di gennaio, segnale di una trattativa complessa e ancora in evoluzione.
In questo contesto, il comitato di redazione di Repubblica ha avanzato nei giorni scorsi una proposta che va oltre il semplice cambio di editore. I giornalisti chiedono la creazione di «una associazione culturale-fondazione con diritti e poteri di rappresentanza per garantire una governance più indipendente e libera da condizionamenti». Un segnale forte che arriva dal cuore delle redazioni e che riflette le preoccupazioni diffuse sul futuro dell’autonomia e dell’indipendenza dell’informazione.
Mentre La Stampa resta al centro di una partita ancora aperta, il no delle fondazioni torinesi segna un passaggio politico e culturale rilevante, lasciando il campo a una trattativa tutta privata e rilanciando il dibattito sul ruolo degli attori istituzionali nella tutela del pluralismo dell’informazione.
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