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22 Gennaio 2026 - 18:01
Italia esclusa dagli Oscar
Anche quest’anno l’Italia resta fuori dalla porta degli Oscar. Le nomination per il 2026 certificano un’assenza totale del cinema italiano, senza appelli né scuse dell’ultimo minuto. Un risultato che, a ben vedere, non sorprende fino in fondo, ma che continua a pesare come un macigno su un sistema che sembra aver perso centralità, visione e capacità di incidere davvero sul mercato internazionale.
Come sempre, alla pubblicazione delle candidature, la prima reazione è stata quella di scorrere compulsivamente la lista in cerca di una traccia tricolore. Ma stavolta non c’è nulla da trovare. “Familia” di Francesco Costabile era già rimasto fuori dalla shortlist per il miglior film internazionale. Le speranze erano affidate soprattutto a “Playing God” di Matteo Burani, raffinata animazione in stop motion che però non è riuscita a entrare tra i cortometraggi nominati. Fuori dai giochi anche Paolo Sorrentino con “La Grazia”, teoricamente candidabile in tutte le categorie, e Luca Guadagnino con “After the Hunt”, film che almeno per la prova attoriale di Julia Roberts sembrava poter ambire a un riconoscimento.
Il verdetto, invece, è netto: niente Italia. Un vuoto che fa rumore mentre Hollywood celebra se stessa e alza l’asticella dello spettacolo e dei numeri. A dominare la scena è soprattutto “Sinners – I peccatori” di Ryan Coogler, horror vampiresco con protagonisti afroamericani che ha riscritto la storia degli Oscar con 16 nomination, record assoluto di tutti i tempi, superando titoli come Eva contro Eva, Titanic e La La Land. Subito dietro, con 13 candidature, “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson, mentre il norvegese “Sentimental Value” di Joachim Trier si ferma a 9, come “Marty Supreme”, considerato uno dei film evento della stagione.
Sul fronte attoriale, l’attenzione è tutta concentrata sulla sfida tra Timothée Chalamet e Leonardo DiCaprio. Chalamet, protagonista di “Marty Supreme” di Josh Safdie, prova a replicare agli Oscar il successo già ottenuto ai Golden Globe, sfidando il DiCaprio di “Una battaglia dopo l’altra”. Un duello generazionale che racconta bene il momento di transizione del cinema americano, sempre più orientato a costruire nuovi miti senza rinunciare ai volti storici.
Tra le attrici spicca il dominio di “Sentimental Value”, che piazza tre interpreti tra protagoniste e non protagoniste, ma resta fortissima anche la candidatura di Emma Stone per “Bugonia”, che potrebbe portarle a casa la terza statuetta.
Novità assoluta di questa edizione è la categoria per il miglior casting, segno di un’Academy sempre più attenta ai meccanismi industriali del cinema. In gara ci sono “Marty Supreme”, “Una battaglia dopo l’altra”, “Sinners – I peccatori”, “Hamnet” – adattamento dalla biografia di William Shakespeare con una Jessie Buckley molto accreditata – e il brasiliano “L’agente segreto”, che potrebbe sorprendere anche nella categoria del miglior film internazionale. A contendergli il premio ci sono l’iraniano “Un semplice incidente”, il tunisino-palestinese “La voce di Hind Rajab”, “Sentimental Value” e “Sirat”.
La cerimonia di consegna delle statuette è fissata per il 15 marzo a Los Angeles, ma per l’Italia la partita è già finita. Resta una sensazione difficile da ignorare: mentre altri Paesi europei e il cinema indipendente internazionale trovano spazio, il nostro sistema appare sempre più marginale, incapace di trasformare il talento in un progetto competitivo sul piano globale. Non è solo una questione di premi, ma di visione, investimenti e ambizione. E anche quest’anno, davanti agli Oscar, l’Italia resta spettatrice.
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