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Dove c’era un bosco ora c’è un prato "cappato". Continua lo sperpero di denaro pubblico

Tra PNRR, propaganda verde e “capping permeabile”, a Settimo Torinese si spaccia per rinascita ambientale un parco artificiale costruito sopra un suolo sigillato. Altro che polmone verde: sotto c’è la soletta, sopra il racconto.

Ci sono due tipi di verde. Il bosco e il parco. Il bosco cresce da solo, senza assessori, senza rendering, senza conferenze stampa. Il parco, invece, è un prodotto dell’uomo: progettato, disegnato, finanziato, inaugurato e soprattutto raccontato. A Settimo Torinese, da qualche anno a questa parte, i due concetti si confondono volutamente. E non per ignoranza: per convenienza politica.

Dai racconti entusiasti della sindaca Elena Piastra e degli assessori Alessandro Raso e Armando Cirillo sembra quasi che il parco faccia più ossigeno del bosco, che finalmente a Settimo “aumenti il verde”, come se il verde non esistesse già prima, come se i boschi non fossero verdi per definizione. Come se la natura, lasciata a sé stessa, fosse una specie di errore urbanistico da correggere con una delibera.

In scena, in questi giorni, c’è il cantiere dell’area Cantababbio, tra il Po e l’ex provinciale 11. Novantaduemila metri quadrati – più o meno novantamila, a seconda di come si fa di conto – raccontati così dal Comune: “Ben 90.000 mq che, letteralmente, si trasformano e rinascono: una ex discarica che – bonificata, ripiantumata e seminata – oggi diventa uno spazio per i cittadini, anche non settimesi, facilmente accessibile anche grazie ai nuovi percorsi ciclabili e che offre un affaccio inedito lungo il Po”.

Il tutto grazie a circa 3,2 milioni di euro di fondi PNRR, arrivati attraverso il Ministero dell’Ambiente e la Regione Piemonte, nell’ambito del progetto “Bonifica del suolo dei siti orfani”. Orfani di chi li ha inquinati, ma evidentemente adottati dalla propaganda.

Il progetto di bonifica e messa in sicurezza dell’area Cantababbio Mezzaluna, inserita nel Parco fluviale del Po Torinese, è stato elaborato dallo Studio Planeta di Chivasso e nasce dopo indagini di caratterizzazione e analisi di rischio che hanno certificato la presenza di contaminazioni da metalli pesanti, idrocarburi, IPA, PCB e perfino amianto. Da qui la scelta progettuale: messa in sicurezza permanente con capping permeabile. Un’espressione elegante, tecnica, rassicurante. Peccato che non significhi affatto “ritorno alla natura”.

Poi guardi il video diffuso dall’amministrazione e scopri che dove prima c’era un bosco adesso c’è un prato. Un prato cappato. La sindaca Elena Piastra usa proprio questa parola, senza fermarsi un secondo a spiegarne il significato. E invece andrebbe spiegato, eccome. Perché cappare un terreno significa sigillarlo con un telo di plastica. Significa che sotto c'è suolo inquinato, uno strato di terra “pulita” e sopra ancora prato, alberi. Una scenografia verde, non un ecosistema.

Nel linguaggio tecnico, il capping permeabile serve a impedire la risalita degli inquinanti. Dal punto di vista della sicurezza è una soluzione legittima. Dal punto di vista ambientale, però, non è una rinaturalizzazione. Il terreno non drena bene l’acqua, la biodiversità è ridotta, la manutenzione è più costosa e d’estate il suolo si scalda di più. Altro che polmone verde.

E qui sta la scelta politica. Perché su quell’area c’era già un bosco. Un bosco cresciuto spontaneamente su un’area marcia, certo, ma che stava facendo ciò che la natura sa fare: medicare da sola. Si poteva togliere il marciume, rimuovere i rifiuti, demolire le strutture inutili – come la vecchia torre della cava Pedrale – e poi fermarsi. Si poteva lasciare crescere il bosco, le gaggie, che crescono da sole e ovunque. Si poteva persino chiudere l’area e lasciare che il tempo facesse il suo lavoro.

Si poteva. Ma non si è voluto.

Si è preferito trasformare tutto in un parco artificiale, finanziato con 3,2 milioni di euro, piantumando circa 660 alberi sopra un terreno che naturale non è più, e riaprire l’area al pubblico come se a Settimo ci fosse un disperato bisogno di un nuovo parco. Come se gli altri parchi cittadini fossero esempi di gestione impeccabile, manutenzione costante e cura quotidiana. Basta farsi un giro per capire che non è così. Basta guardare a fine che ha fatto il nuovo parco Berlinguer...

Tra dieci, vent’anni, forse la natura riuscirà a bucare quella cappatura e a riprendersi ciò che è suo. Solo allora si capirà che molti dei soldi spesi oggi sono stati spesi male. Non per la bonifica, necessaria, ma per l’idea distorta di verde che continua a essere venduta ai cittadini da quest'Amministrazione, la peggiore di tutti i tempi.

Comunque l'assessore pentastellato Armano Cirillo trionfalmente racconta di 3 milioni di metri quadrati di verde, conteggiati non si sa bene con quale logica. Basterebbe alzare lo sguardo e guardare oltre il Po, verso le colline: boschi rigogliosi, milioni e milioni di metri quadrati di verde non gestito, non cappato, non rendicontato. Caro assessore il verde che fa bene a questo mondo non sono quei quattro alberelli rinsecchiti messi in fila. E no, 660 alberi non cambieranno l’aria che respiriamo. Nemmeno un po’.

Ah, già. Da queste parti correrà anche una pista ciclopedonale. Bravi.

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