Non era un’intervista, non era un evento pubblico, non c’erano telecamere pronte né dichiarazioni preparate. È stato un incontro casuale, avvenuto nello studio di un oculista a Los Angeles, a spingere Bianca Balti a fermarsi sulle scale, accendere il telefono e raccontare con la voce spezzata quello che aveva appena ascoltato. Un racconto che l’ha travolta e che ha deciso di condividere con milioni di persone, trasformando una confidenza privata in un appello pubblico.
La modella ha parlato di una conversazione avuta con la segretaria iraniana del medico, una donna che le ha raccontato la situazione del marito rimasto a Teheran. Un dialogo nato senza alcuna consapevolezza della risonanza che avrebbe potuto avere. La segretaria, infatti, non sapeva che Bianca Balti fosse seguita da milioni di follower sui social. Proprio per questo, il racconto è arrivato diretto, crudo, senza filtri. «Se scendi in strada ti sparano, se finisci all’ospedale ferito vengono a ucciderti lì», sono le parole che Balti riferisce nel video, descrivendo una repressione che, secondo la testimonianza ricevuta, non lascia vie di fuga nemmeno a chi cerca cure mediche.
Seduta sui gradini, visibilmente scossa, Bianca Balti parla a fatica, trattenendo le lacrime. Racconta di manifestanti colpiti con armi da fuoco, di ospedali che non rappresentano più un luogo di salvezza, ma diventano un ulteriore pericolo per chi arriva ferito. «È incredibile quello che sta succedendo», dice, cercando le parole per dare forma a uno shock che appare ancora fresco. «Questo è quello che sta accadendo in quel Paese in questo momento, è straziante, è importante dare voce e raccontarlo».
Nel suo racconto non c’è analisi politica né ricostruzione storica, ma la volontà di trasmettere un dolore umano, ascoltato per caso e impossibile da ignorare. Balti spiega di non essere riuscita ad andarsene senza fare qualcosa, senza trasformare quell’ascolto in una presa di posizione. Il video diventa così un gesto di responsabilità, il tentativo di usare la propria visibilità per far arrivare lontano una voce che altrimenti sarebbe rimasta confinata in una sala d’attesa.
Nelle sue storie social, la modella ha scelto di rilanciare anche altri messaggi legati alle proteste in Iran. Tra questi, il video di Giulia Salemi e Pegam Moshir Pour, entrambe italo-iraniane, che si rivolgono in persiano a chi sta manifestando. «Conosciamo il cuore e la cultura dell’Iran. In Italia parliamo di voi. Le vostre proteste e il vostro coraggio sono una rivoluzione e un grido contro il governo per un cambiamento profondo», dicono nel messaggio condiviso da Balti, sottolineando il legame tra chi è rimasto e chi vive lontano dal Paese.
Il racconto si chiude con uno slogan che è diventato simbolo di una battaglia che va oltre i confini nazionali. «Donna vita libertà». Tre parole che tornano, che vengono ribadite, e che nel contesto del video assumono un peso ancora più forte. Non uno slogan astratto, ma la sintesi di storie come quella raccontata dalla segretaria iraniana, del marito rimasto a Teheran, della paura quotidiana e della violenza descritta.
Il video di Bianca Balti non aggiunge nuovi dettagli investigativi né pretende di spiegare tutto. Racconta, però, l’impatto emotivo di una testimonianza ascoltata per caso e la scelta di non voltarsi dall’altra parte. È il ritratto di un momento in cui una conversazione privata diventa pubblica perché il silenzio, di fronte a certe parole, appare insostenibile. E in quel passaggio, dalle scale di uno studio medico ai social di una delle modelle italiane più conosciute al mondo, prende forma un appello che chiede attenzione, ascolto e memoria.
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