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21 Gennaio 2026 - 11:52
Salvini contro le città a 30 all’ora: “Così non si fermano le stragi sulle strade”
Il limite dei 30 chilometri orari come risposta automatica alla tragedia dei morti sulle strade non convince Matteo Salvini. Anzi, per il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti rischia di diventare una scorciatoia ideologica, più che una soluzione concreta. Dal palco di un convegno a Roma promosso da Ngv, l’osservatorio sulla neutralità tecnologica nei trasporti, Salvini prende posizione con parole nette e volutamente provocatorie, riaccendendo un dibattito che da mesi attraversa amministrazioni locali, associazioni e opinione pubblica.
«Non è che facendo andare in giro la gente a 30 all’ora in tutta la città risolvi automaticamente il problema dei morti sulle strade», ha affermato il ministro, chiarendo subito la linea. Il punto, secondo Salvini, non è l’obiettivo – condiviso – ma il metodo. «Serve pragmatismo», insiste, rivendicando una visione selettiva e non generalizzata dei limiti di velocità.
Il tema è uno dei più sensibili nel panorama della sicurezza stradale. Ogni anno, in Italia, le vittime della strada restano numerose e il dibattito su come ridurle si intreccia con scelte urbanistiche, mobilità sostenibile e stili di vita. Salvini non contesta il principio, ma il rischio di una semplificazione. «Chi può dirsi contrario all’obiettivo ‘morti zero’? È chiaro che è l’obiettivo di tutti», sottolinea. Ma subito dopo sposta l’attenzione sulla concretezza delle misure.
Per il ministro, il limite dei 30 all’ora ha senso solo in contesti specifici. «Ci sono alcune zone dove è giusto andare a 30 all’ora, perché c’è l’asilo, la casa di riposo, la scuola materna, l’incrocio pericoloso», spiega. Non una bocciatura totale, dunque, ma una delimitazione chiara: «Devono essere zone eccezionali». La parola chiave è proprio questa: eccezione, non regola.
Il riferimento, pur senza citare città precise, arriva dritto al cuore delle scelte fatte negli ultimi anni da diversi grandi centri urbani, che hanno adottato o stanno valutando limiti generalizzati su ampie porzioni del territorio. Una filosofia che punta a ridurre velocità, incidenti e inquinamento, ma che secondo Salvini rischia di produrre effetti collaterali pesanti, soprattutto sul piano sociale.

Il discorso si allarga infatti al tema delle Ztl e delle restrizioni alla circolazione. «La Ztl puoi farla su alcune zone limitate, altrimenti fai città solo per ricchi», afferma il ministro, introducendo un argomento che va oltre la sicurezza stradale e tocca il nodo dell’accessibilità urbana. Per Salvini, un sistema di limitazioni estese rischia di trasformare i centri urbani in spazi riservati a chi può permetterselo. «Chi se lo può permettere entra a Milano o a Roma per lavorare, chi non se lo può permettere viene espulso», aggiunge, usando un linguaggio che richiama volutamente una frattura sociale.
È una critica che intercetta il malcontento di una parte della popolazione, soprattutto pendolari e lavoratori che vivono fuori città e dipendono dall’auto per spostarsi. La mobilità, in questa visione, diventa una questione di diritti prima ancora che di sostenibilità. «Non voglio lasciare i miei figli in città solo per ricchi», conclude Salvini, personalizzando il messaggio e rafforzando l’impatto emotivo dell’affermazione.
Nel suo intervento, il ministro rivendica anche i risultati ottenuti con la revisione del Codice della Strada, un provvedimento che ha suscitato polemiche e critiche, ma che secondo Salvini ha prodotto effetti concreti. «Partivamo da 3200 morti all’anno», ricorda. «Abbiamo rivisto il Codice della Strada fra mille attacchi, mille difficoltà, e in un anno siamo arrivati a 100 morti in meno». Numeri che il ministro difende senza esitazioni.
La domanda retorica arriva subito dopo: «È tanto? È poco?». E la risposta è netta: «Io dico che ne è valsa la pena, fosse stato anche solo un morto in meno». Una frase che sintetizza l’approccio del ministro, improntato a una valutazione graduale e pragmatica dei risultati, senza inseguire soluzioni simboliche.
Le parole di Salvini si inseriscono in un confronto sempre più acceso tra governo centrale e amministrazioni locali, soprattutto nei grandi centri, dove la riduzione della velocità viene vista come strumento chiave per cambiare il volto della città. Da una parte, chi sostiene che abbassare i limiti riduce incidenti e migliora la qualità della vita; dall’altra, chi teme un irrigidimento che penalizzi chi non ha alternative all’auto privata.
Il nodo resta aperto e difficilmente si scioglierà in tempi brevi. La sicurezza stradale è un obiettivo condiviso, ma le strade per raggiungerlo dividono profondamente. Salvini sceglie di marcare una distanza netta dalle soluzioni generalizzate, rivendicando una politica dei distinguo e delle priorità mirate.
In gioco non c’è solo la velocità, ma il modello di città che si vuole costruire. Una città più lenta e regolata, o una città accessibile a tutti, anche a costo di convivere con rischi che vanno gestiti con altri strumenti. Nel mezzo, la realtà quotidiana di strade, incroci, pedoni e automobilisti, dove ogni scelta normativa si traduce in comportamenti concreti.
Il dibattito è destinato a continuare, alimentato da numeri, studi e tragedie che periodicamente riportano il tema al centro dell’agenda pubblica. Salvini, intanto, mette un punto fermo sulla sua posizione: no alle ricette universali, sì a interventi selettivi. Con una convinzione che resta il filo conduttore del suo intervento: la sicurezza non si costruisce con gli slogan, ma con scelte che tengano insieme vite salvate e diritti di chi si muove ogni giorno.
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