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Cronaca

Caos al pronto soccorso di Magenta dopo la morte di Adamo Massa, il rapinatore sinto

Un centinaio di persone all’ospedale di Magenta, porte sfondate e otto pattuglie dei carabinieri per contenere la tensione dopo la morte del rapinatore

Caos al pronto soccorso di Magenta dopo la morte di Adamo Massa

Caos al pronto soccorso di Magenta dopo la morte di Adamo Massa

Avevano scelto la tarda mattinata, convinti che a Lonate Pozzolo, nel Varesotto, a quell’ora fossero tutti al lavoro. Una scelta tutt’altro che casuale, già vista in molte rapine seriali. È così che mercoledì 14 gennaio 2026 una banda entra in azione in via Montello, nella frazione di Sant’Antonino, puntando una villa privata. Prima di forzare l’ingresso, suonano il citofono più volte, per essere certi che in casa non ci sia nessuno. Nessuna risposta. Per loro è il segnale giusto.

Forzano la porta ed entrano.

Quello che non sanno è che all’interno dell’abitazione c’è Jonathan Rivolta, 33 anni, reduce dal turno di notte. Sta dormendo. Si alza sentendo rumori sospetti e quando arriva in cucina si trova davanti due uomini. Non c’è tempo per capire, parlare o fuggire. I rapinatori lo aggrediscono subito, colpendolo a calci e pugni. La violenza è brutale. Rivolta viene spinto contro lo stipite di una porta, sbattendo violentemente la fronte. Sangue, confusione, paura.

È in quei secondi che la rapina diventa qualcos’altro.

la villetta

Rivolta riesce ad afferrare una lama, secondo quanto ricostruito un pugnale appartenente a un kit di sopravvivenza da trekking. Colpisce uno dei due aggressori al fianco. L’uomo ferito è Adamo Massa, 37 anni, pregiudicato. La ferita è profonda. I rapinatori scappano di corsa, lasciandosi alle spalle una scia di sangue che dalla casa arriva fino al cancello.

Quando arrivano i soccorsi e i carabinieri, il padrone di casa è seduto su una sedia, sotto shock, con il volto tumefatto, i segni evidenti dei pugni e un profondo taglio alla fronte. È spaventato, non solo per sé: teme che i rapinatori possano tornare e fare del male ai suoi genitori, che in quel momento non sono in casa. Viene trasportato all’ospedale di Gallarate per le cure.

Nel frattempo, Massa e i suoi complici salgono su un’auto, dove li attende un terzo uomo. La macchina parte a tutta velocità in direzione dell’ospedale di Magenta. Quando arrivano davanti al pronto soccorso, abbandonano il ferito all’esterno, ormai in condizioni disperate. Massa è agonizzante. I medici non fanno nemmeno in tempo a portarlo in sala operatoria. Muore poco dopo, dissanguato.

A quel punto la cronaca incrocia la giudiziaria e il profilo di Adamo Massa emerge con chiarezza. Non un nome qualunque, non un volto sconosciuto. Massa era italiano, di etnia sinti, e risultava residente in un campo nomadi nel Torinese. In precedenti cronache giudiziarie, risalenti al 2018, era indicato come residente nel campo nomadi di corso Unione Sovietica a Torino.

Ma soprattutto, Massa non era un rapinatore improvvisato. Faceva parte di un sodalizio criminale strutturato, specializzato in furti e rapine ai danni di anziani, colpiti nelle loro abitazioni con modalità fraudolente. Un meccanismo rodato: presentarsi come tecnici del gas, convincere le vittime – spesso tra i 60 e i 90 anni – che vi fosse una fuga pericolosa, indurle a riporre gioielli e contanti nel frigorifero, quindi fuggire con la refurtiva, mentre un complice fungeva da palo.

Nel 2018, un’indagine dei carabinieri di Venaria Reale, coordinata dalla Procura di Torino, aveva portato all’arresto di Massa e di altri due soggetti. Durante le perquisizioni erano stati sequestrati mezzi con targhe contraffatte, sirene e lampeggianti simili a quelli delle forze dell’ordine, radio ricetrasmittenti, parrucche, casacche catarifrangenti, falsi tesserini da “ispettore gas”, attrezzi da scasso e refurtiva per circa 25 mila euro. Era stato individuato anche un garage-camerino utilizzato per i travestimenti prima dei colpi.

Nel 2021 era poi arrivata per Massa una condanna definitiva per una lunga serie di rapine e furti, molti dei quali messi a segno in Canavese, tra Castellamonte, Rivarolo, Bairo e Valperga. Decine di vittime, in gran parte anziani, colpiti nelle loro case. Una carriera criminale documentata da sentenze, che non si era interrotta.

L’inchiesta sulla morte di Massa è affidata al pm Nadia Calcaterra della Procura di Busto Arsizio, che ha già disposto l’autopsia e sentito il padrone di casa. Al momento è stato aperto un solo fascicolo per tentata rapina, dal momento che il racconto di Rivolta appare coerente con la legittima difesa. Parallelamente, i carabinieri stanno esaminando le immagini delle telecamere, sia nei pressi della villa sia lungo il percorso compiuto dall’auto dei rapinatori fino a Magenta.

La morte di Massa ha provocato momenti di forte tensione. Quando parenti e conoscenti sono venuti a sapere del decesso, circa un centinaio di persone si sono riversati all’ospedale di Magenta. La situazione è degenerata: è stata divelta la porta dell’ingresso pedonale del pronto soccorso, nel tentativo di raggiungere il luogo dove si trova il corpo. Medici e infermieri, spaventati, hanno chiamato i carabinieri di Magenta e Abbiategrasso, che sono arrivati in forze con almeno otto pattuglie. Solo così la calma è stata ripristinata e il pronto soccorso torna agibile.

Sulla vicenda è intervenuto anche il vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini, che ha ribadito una posizione già espressa più volte: solidarietà a chi è stato aggredito in casa propria e si è difeso.

Ed è qui che la cronaca lascia spazio a una riflessione che va oltre il singolo caso. Perché questa storia non è solo la morte di un rapinatore né solo la paura di un uomo aggredito nel sonno. È il racconto di rapine pianificate, di bande che colpiscono quando credono le case vuote, di anziani sistematicamente presi di mira, di cittadini che si trovano a reagire quando lo Stato arriva dopo.

A Lonate Pozzolo, oggi, la villa di via Montello è tornata silenziosa. Ma è un silenzio pesante. Un silenzio che racconta molto più di mille dichiarazioni: racconta un sistema che interviene a tragedia avvenuta, quando il sangue è già stato versato e la cronaca è costretta, ancora una volta, a colmare i vuoti lasciati dalla prevenzione.

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