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In Consiglio comunale a Chivasso si può abbaiare: respinta la mozione di sfiducia al presidente, Perfetto resta al suo posto

Ieri sera la maggioranza ha deciso che un presidente del Consiglio comunale può insultare. Ha deciso che l’aula può diventare terreno di reazione emotiva. Ha deciso che il ruolo può piegarsi all’uomo, invece del contrario...

Alfonso Perfetto, presidente del Consiglio comunale di Chivasso

Alfonso Perfetto, presidente del Consiglio comunale di Chivasso

La mozione di sfiducia è stata respinta. La maggioranza – dal Partito Democratico a Sinistra Ecologista fino a Noi per Chivasso – ha fatto quadrato e ha confermato la fiducia ad Alfonso Perfetto, presidente del Consiglio comunale. Formalmente, la partita è chiusa. Politicamente, no. Perché da ieri sera, mercoledì 17 dicembre, a Chivasso è accaduta una cosa grave: è stato sdoganato l’insulto libero in aula.

Ma facciamo un passo indietro.

Il fatto oggetto della mozione risale allo scorso Consiglio comunale di novembre. Durante una seduta segnata da tensioni e richiami al rispetto dei tempi e degli interventi, il presidente del Consiglio comunale Alfonso Perfetto, rivolgendosi al consigliere di Fratelli d’Italia Enzo Falbo, ha pronunciato un “bau bau bau...”. Un verso. Un gesto plateale. Non un’interruzione regolamentare, non un richiamo formale, non una sospensione. Un’imitazione canina, pronunciata da chi in quel momento presiedeva l’aula. La scena ha provocato proteste immediate dai banchi dell’opposizione, richieste di chiarimento, accuse di comportamento indegno del ruolo. Nei giorni successivi, quell’episodio è diventato il simbolo di un malessere più profondo, fino al deposito della mozione di sfiducia contro il presidente.

Mozione che è stata discussa e respinta dalla maggioranza.

Perfetto resta quindi al suo posto. Stipendiato. Carica super partes. Garante del regolamento, dei tempi, del rispetto reciproco. E resta al suo posto dopo aver rivolto un “bau bau” a un consigliere comunale durante una seduta ufficiale. Non in un bar. Non sui social. Non in una discussione privata. In Consiglio comunale. Davanti ai cittadini. Dentro un’istituzione.

La domanda, quella vera, non è più se la mozione fosse politicamente opportuna. La domanda è un’altra, ed è disarmante nella sua semplicità: può un presidente del Consiglio comunale permettersi di abbaiare a un consigliere senza che accada nulla? La risposta data ieri sera dalla maggioranza è chiara: sì, può. E questo è il problema.

Le opposizioni hanno posto una questione di ruolo, non di carattere. Enzo Falbo, primo firmatario della mozione, lo ha detto senza giri di parole: è un’offesa al Consiglio comunale. Se passa il principio che chi presiede può insultare, allora tutto diventa lecito. Non è una difesa corporativa, è una linea di demarcazione. O il ruolo conta, o non conta più nulla.

E invece no. La maggioranza ha scelto un’altra strada: relativizzare. Minimizzare. Spostare il piano del discorso. Ed è qui che il dibattito ha smesso di essere istituzionale per diventare surreale.

Il sindaco Claudio Castello

Il sindaco Claudio Castello, intervenendo a difesa di Perfetto, ha costruito un parallelismo che resterà negli annali della confusione dei ruoli. Ha messo sullo stesso piano i meme sui social, i sorrisetti in piazza, le prese in giro personali e un insulto pronunciato da chi presiede un’aula istituzionale. Come se fossero cose comparabili. Come se un social network fosse un Consiglio comunale. Come se il privato e l’istituzione fossero la stessa cosa.

Non lo sono. Non lo sono mai stati. Non lo saranno mai.

Un presidente del Consiglio non è un cittadino qualsiasi mentre esercita quel ruolo. È la funzione che parla, non la persona. Ed è proprio per questo che la funzione impone limiti, misura, autocontrollo. Altrimenti non è una carica di garanzia: è una sedia qualunque.

Castello ha evocato la “umanità”, la fallibilità, persino il cognome come metafora. Nessuno è Perfetto, ha detto. Vero. Ma qui non si chiede la perfezione. Si chiede il rispetto del ruolo. E il rispetto del ruolo non è un’opinione, è una condizione minima.

Il tentativo di equiparare il bau bau pronunciato in aula a quello fatto in televisione da Augusta Montaruli, deputata di Fratelli d’Italia, durante un talk show nazionale, è l’altro grande cortocircuito. L’episodio televisivo — difeso allora come provocazione, come reazione ironica, come gesto da palcoscenico — appartiene al mondo dello spettacolo politico, per quanto discutibile. Un’aula consiliare è un luogo di rappresentanza democratica. Chi presiede non recita, non risponde, non provoca. Garantisce.

Mettere sullo stesso piano una scena da talk show e un gesto compiuto da un presidente del Consiglio comunale significa negare la differenza tra istituzione e intrattenimento. Significa dire che tutto è uguale, che tutto vale, che il contesto non conta. Ed è esattamente così che le istituzioni si svuotano.

Anche perché il presidente del Consiglio comunale è retribuito dai cittadini proprio per garantire quell’equilibrio. Non per perdere la pazienza. Non per reagire agli attacchi. Non per fare il verso a un consigliere, qualunque sia il clima.

Matteo Doria lo ha ricordato con una frase secca: il personale non c’entra niente. Qui si parla di competenza e di adeguatezza. Se non si è in grado di esercitare un ruolo, si fa altro. È una regola che vale ovunque, tranne – a quanto pare – a Chivasso.

Dal Pd sono arrivate le giustificazioni più varie. Stefano Mazzer ha parlato di errore, di contesto caotico, di problemi di udito, di scuse non accettate. Tutto vero, forse. Ma irrilevante. Perché le scuse non cancellano l’incompatibilità di un gesto con il ruolo. E soprattutto non rispondono alla domanda centrale: cosa accade la prossima volta?

Cristina Peroglio, con più onestà, ha ammesso il “vulnus” istituzionale. Ha definito l’episodio deplorevole. Ha parlato di figura di garanzia compromessa. Ma poi ha votato contro la mozione, evocando la vendetta, la responsabilità, il lavarsi le mani. Un discorso elegante, ma che si ferma un passo prima della conseguenza logica.

Perché se il vulnus è grave, qual è la cura? Tenerlo lì?

La mozione non è passata. Quando il Consiglio è ripreso, tutta la minoranza se n’è andata. Un gesto politico netto. In aula è rimasto solo Bruno Prestìa. Un’immagine plastica: la maggioranza da una parte, l’opposizione fuori. Dentro, il Consiglio. Fuori, il dissenso.

E resta un dato, impossibile da aggirare: ieri sera la maggioranza ha deciso che un presidente può insultare. Ha deciso che l’aula può diventare terreno di reazione emotiva. Ha deciso che il ruolo può piegarsi all’uomo, invece del contrario.

Da oggi in poi nessuno potrà più scandalizzarsi se il livello si abbassa. Perché il precedente è stato creato. L’insulto è stato normalizzato. Con un voto. Con una difesa imbarazzata. Con il silenzio complice di chi avrebbe potuto dire qualcosa e ha preferito non farlo.

Perfetto resta presidente. Ma la presidenza del Consiglio comunale ha perso autorevolezza. E quando un’istituzione perde autorevolezza, non la recupera con le spiegazioni. La perde e basta.


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