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16 Dicembre 2025 - 10:56
Sai quanta gente muore ogni anno sulle strade? L’equivalente di un’intera cittadina che scompare sull’asfalto
Ci sono numeri che, più di altri, faticano a diventare notizia perché si ripetono, anno dopo anno, con una regolarità quasi assuefacente. Eppure raccontano una delle emergenze più gravi e sottovalutate del Paese. Nel 2024, sulle strade italiane, hanno perso la vita 3 mila persone. Altre 230 mila sono rimaste ferite. Gli incidenti stradali complessivi sono stati oltre 173 mila. A questi dati, già drammatici, si aggiunge un elemento spesso relegato a margine: il costo sociale, stimato in oltre 18 miliardi di euro, pari a circa l’1% del Pil nazionale.
È il quadro che emerge dall’evento dell’Istat dedicato agli incidenti stradali in Italia, in corso a Roma, nell’Aula Magna dell’Istituto nazionale di statistica. Un appuntamento che non si limita a fotografare l’emergenza, ma prova a inserirla dentro una cornice più ampia, fatta di territori, politiche pubbliche, obiettivi europei e, soprattutto, di scelte mancate.
La dimensione del fenomeno resta impressionante. Dietro quei 3 mila morti non ci sono solo statistiche, ma famiglie spezzate, comunità segnate, costi sanitari e sociali che si trascinano per anni. Il dato dei 173 mila sinistri racconta una quotidianità fatta di collisioni, uscite di strada, investimenti, spesso legati a comportamenti ormai noti: distrazione, mancato rispetto delle regole, velocità eccessiva. Cause che continuano a dominare le cronache e i report, senza che questo si traduca automaticamente in un cambio radicale delle abitudini.

Uno sguardo ai dati più recenti conferma una dinamica complessa. Nel primo semestre del 2025, con dati aggiornati al 13 novembre, si sono verificati 82.344 incidenti stradali. Le vittime sono state 1.310, con un calo del 6,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un segnale positivo, ma ancora insufficiente per parlare di svolta. I feriti restano 111.090, una cifra che da sola racconta l’impatto continuo del fenomeno sul sistema sanitario e sulla qualità della vita di decine di migliaia di persone.
Il punto centrale, sottolineato dall’Istat, è che l’incidentalità stradale non è solo un problema di traffico o di ordine pubblico, ma una vera questione di salute pubblica e di sviluppo economico. I 18 miliardi di euro di costi sociali comprendono spese sanitarie, riabilitazione, perdita di produttività, danni materiali, costi assicurativi e assistenziali. Una cifra che pesa sull’intera collettività e che dimostra come prevenire non sia solo una scelta etica, ma anche economicamente necessaria.
L’analisi presentata durante l’evento, intitolato “Gli incidenti stradali. Un quadro territoriale”, mette in evidenza un altro aspetto cruciale: le differenze territoriali. L’Italia non è un Paese omogeneo quando si parla di sicurezza stradale. Ci sono aree dove il rischio è più elevato, contesti urbani e extraurbani con criticità specifiche, infrastrutture più o meno adeguate, controlli più o meno efficaci. Ed è proprio su questa frammentazione che si gioca una parte decisiva della partita.
Il tema si inserisce dentro un contesto più ampio, quello degli obiettivi europei di sicurezza stradale, definiti dal Road Safety Policy Framework 2021-2030. L’Unione Europea ha fissato traguardi ambiziosi: ridurre drasticamente il numero delle vittime e dei feriti gravi entro il 2030, con la prospettiva di arrivare, nel lungo periodo, a zero morti sulle strade. Un obiettivo che non è solo tecnico, ma culturale, e che rientra a pieno titolo negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, in particolare quelli legati a salute e benessere.
Non a caso, l’Istat richiama anche il Decennio di Azione per la Sicurezza Stradale 2021-2030, promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalle Commissioni regionali delle Nazioni Unite. L’iniziativa punta a un miglioramento integrato di infrastrutture, veicoli, normative e sistemi di controllo. Quattro pilastri che, se affrontati separatamente, rischiano di essere inefficaci, ma che insieme possono produrre risultati concreti.
È qui che emerge una delle contraddizioni più evidenti del sistema italiano. Da un lato, la consapevolezza dei problemi è ormai diffusa. I dati sono noti, le cause sono identificate, le soluzioni teoriche esistono. Dall’altro, l’attuazione resta discontinua, spesso frammentata, legata a iniziative locali virtuose ma non sempre replicate su scala nazionale. L’evento Istat diventa così un luogo di confronto tra esperti, operatori del settore, istituzioni, amministrazioni locali e mondo della ricerca, con l’obiettivo di condividere buone pratiche e superare l’approccio emergenziale.
La riduzione del 6,8% delle vittime nel primo semestre del 2025 è un dato che va letto con cautela. Non basta a compensare la dimensione complessiva della tragedia, né a garantire che la tendenza sia strutturale. La storia recente insegna che i miglioramenti possono essere temporanei, legati a fattori contingenti, e che senza politiche coerenti il rischio di una nuova risalita è sempre presente.
Un altro elemento che emerge con forza è il ruolo della distrazione, oggi sempre più legata all’uso di dispositivi elettronici. Smartphone, notifiche, messaggi: una frazione di secondo può fare la differenza tra una frenata e un impatto. A questo si aggiungono il mancato rispetto delle regole e la velocità, due costanti che continuano a pesare in modo decisivo, nonostante controlli e campagne di sensibilizzazione.
In questo scenario, parlare di cultura della mobilità sicura non è uno slogan, ma una necessità. Significa investire in educazione stradale, a partire dalle scuole, ma anche in formazione continua per i conducenti, in comunicazione efficace, in infrastrutture pensate per ridurre l’errore umano e limitarne le conseguenze. Significa anche rafforzare i sistemi di controllo, rendendoli prevedibili, costanti e non episodici.
I 3 mila morti del 2024 non sono un destino inevitabile. Sono il risultato di scelte individuali, di politiche pubbliche, di investimenti fatti o rimandati. L’Istat, con i suoi numeri, restituisce una fotografia che non lascia spazio a interpretazioni indulgenti. L’Italia ha davanti a sé un bivio: continuare a considerare gli incidenti stradali come un costo “accettabile” della mobilità moderna, oppure trattarli per quello che sono, una emergenza nazionale permanente.
Finché questi dati resteranno confinati nei report e negli eventi istituzionali, senza tradursi in un cambiamento profondo, la strage continuerà. E ogni anno, puntuale, tornerà il conto: in vite umane, in feriti, in miliardi di euro che il Paese potrebbe investire altrove. Ma soprattutto in una fiducia collettiva che, sull’asfalto, continua a sgretolarsi.
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