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Caritas costretta a dire no a chi chiede aiuto, mentre crescono working poor e anziani in difficoltà

A Torino crollano le donazioni: -50% dal pre-Covid, 15 mila in difficoltà, Caritas senza fondi sufficienti

Caritas costretta a dire no a chi chiede aiuto

Caritas costretta a dire no a chi chiede aiuto mentre crescono working poor e anziani in difficoltà

C’è una crisi che non occupa le prime pagine, non produce immagini eclatanti, non genera clamore politico. È una crisi silenziosa, lenta, ma costante. Ed è forse proprio per questo che rischia di diventare la più pericolosa. A Torino, come in molte altre città italiane, il mondo della solidarietà sta facendo i conti con un paradosso che mette a nudo le fragilità del nostro tempo: i bisogni aumentano mentre le donazioni diminuiscono. Una forbice che si allarga anno dopo anno e che nel 2025 ha raggiunto un punto critico.

La Caritas diocesana torinese, da sempre uno dei principali argini contro la povertà urbana, fotografa una situazione che non può più essere letta come un’emergenza passeggera. Le donazioni economiche sono in caduta libera da cinque anni, con una riduzione che ha riportato le risorse disponibili a livelli che non consentono più di rispondere a tutte le richieste di aiuto. Prima della pandemia, la raccolta annuale si aggirava intorno ai 600 mila euro. Oggi si è stabilizzata attorno ai 300 mila, la metà. Un dimezzamento che non è stato improvviso, ma progressivo, anno dopo anno, come un lento sgretolamento.

Il dato diventa ancora più allarmante se letto in prospettiva storica. Trentacinque anni fa, gli introiti complessivi erano il doppio di quelli attuali e, soprattutto, l’85 per cento proveniva da una miriade di piccole donazioni, contributi diffusi, spesso modesti, ma costanti. Era quello lo zoccolo duro della solidarietà: persone comuni che, con pochi euro, tenevano in piedi un sistema capace di intercettare il disagio prima che diventasse disperazione. Oggi quello zoccolo si è quasi dissolto.

Nel 2025, per la prima volta in modo dichiarato, la Caritas non è riuscita a soddisfare tutti i bisogni di chi si è rivolto ai centri di ascolto. Non tutte le bollette sono state pagate, non tutti i debiti più urgenti sono stati affrontati, non tutte le famiglie hanno trovato una risposta. È una soglia simbolica e concreta insieme: significa dover scegliere chi aiutare e chi no, stabilire priorità tra povertà ugualmente gravi, convivere con la consapevolezza che qualcuno resterà indietro.

Il paradosso emerge con particolare forza nel periodo natalizio. Le disponibilità di tempo aumentano, i volontari non mancano, le mense si riempiono di mani pronte a servire. È un segnale positivo, un patrimonio umano che resiste. Ma il tempo, da solo, non paga le bollette, non copre gli affitti, non compra le medicine. La Caritas torinese lo ha compreso al punto da compiere, due anni fa, una scelta difficile: rinunciare alla propria quota di gestione diretta della mensa, continuando però a lavorare in rete con le altre tredici strutture attive in città. Una razionalizzazione necessaria, che ha permesso di concentrare le risorse su altri fronti, come la distribuzione alimentare attraverso le parrocchie, più mirata e flessibile.

Anche sul piano interno, la crisi delle donazioni ha imposto tagli dolorosi. Servizi non direttamente legati all’assistenza, come l’ufficio stampa, sono stati ridimensionati o eliminati per garantire la sostenibilità complessiva. Scelte che raccontano una verità scomoda: la solidarietà costa, e senza risorse economiche anche le organizzazioni più strutturate sono costrette a ridurre il proprio raggio d’azione.

Perché si dona meno? Le cause si sommano, creando un effetto cumulativo. Da un lato, la concorrenza crescente tra raccolte fondi, soprattutto durante le festività, genera un rumore di fondo che disorienta. Ogni causa è legittima, ma la moltiplicazione degli appelli frammenta l’attenzione e riduce l’efficacia delle donazioni ricorrenti. Dall’altro, cresce una sfiducia diffusa: il timore che i soldi non vengano utilizzati correttamente frena soprattutto i piccoli contributi, quelli che non fanno notizia ma che tengono in vita i servizi.

C’è poi un terzo fattore, forse il più drammatico: chi donava oggi spesso non può più farlo. L’aumento del costo della vita ha eroso il margine di sicurezza di migliaia di famiglie. Quando le entrate della Caritas erano più regolari, le persone assistite erano circa 400. Oggi sono 15 mila. Un numero che racconta meglio di qualsiasi statistica la portata del cambiamento sociale in atto.

È la cosiddetta povertà grigia, quella che non si manifesta con la fame estrema o la vita in strada, ma con lo scivolamento progressivo dalla normalità alla difficoltà. Oltre il 30 per cento di chi si presenta ai centri di ascolto è alla prima richiesta di aiuto. Metà sono italiani, metà stranieri. Molti hanno lavorato una vita intera senza mai chiedere nulla. Tra i più colpiti ci sono gli anziani, per i quali la pensione non basta più a coprire spese diventate insostenibili. E poi ci sono i working poor, persone che un lavoro ce l’hanno, ma che non riescono comunque a far fronte ad affitto, utenze e alimentazione. Circa il 30 per cento di chi chiede aiuto rientra in questa categoria.

C’è anche una dimensione più dolorosa e meno visibile: quella degli ex donatori diventati beneficiari. Persone che per anni hanno contribuito e che oggi si trovano dall’altra parte del banco. Spesso si fanno vedere poco, per vergogna, per pudore, per la difficoltà ad accettare una nuova condizione. È uno dei segni più evidenti di un tessuto sociale che si è assottigliato.

Le richieste che arrivano alla Caritas parlano chiaro. La casa è la priorità assoluta: affitti e utenze rappresentano la prima causa di indebitamento e di caduta nella povertà. Subito dopo viene l’alimentazione, con una domanda crescente anche di prodotti specifici, come latti particolari per neonati o cibi adeguati alle esigenze degli anziani. La salute è un altro fronte critico: medicine, visite specialistiche, cure rinviate per mancanza di risorse diventano un moltiplicatore di fragilità.

Nel 2025 la Caritas torinese ha accompagnato circa 500 persone con interventi diretti e strumenti alternativi al semplice contributo economico. Ascolto, consulenze psicologiche, percorsi di accompagnamento, donazioni materiali come vestiti e piccoli arredi. Un lavoro paziente, che prova a ricostruire autonomia oltre l’emergenza. Ma senza una base economica solida, anche questi percorsi rischiano di interrompersi.

In questo scenario, emerge con forza il valore dimenticato delle piccole donazioni. Le erogazioni di aziende e uffici sono diminuite nel numero, pur mantenendo importi medi più elevati. Crescono i lasciti testamentari, spesso sotto forma di beni immobili, preziosi ma imprevedibili e legati a tempi burocratici lunghi. È proprio qui che il sistema mostra la sua fragilità: senza un flusso diffuso di piccoli contributi, regolari e costanti, la risposta ai bisogni diventa intermittente.

È una verità scomoda ma limpida: pochi euro, moltiplicati per molti, valgono quanto una grande donazione. E soprattutto fanno la differenza tra un bisogno semplicemente ascoltato e un bisogno realmente soddisfatto. La solidarietà non è fatta solo di gesti straordinari, ma di continuità. Di una responsabilità condivisa che non può essere delegata interamente al volontariato o alle istituzioni.

Denunciare questa situazione non significa puntare il dito, ma richiamare a una consapevolezza collettiva. La crisi delle donazioni non è un problema della Caritas: è uno specchio della società. Se chi aiuta diventa sempre meno e chi ha bisogno sempre di più, il rischio è quello di una frattura profonda, difficile da ricomporre.

La solidarietà, oggi, non è un lusso morale. È un’infrastruttura sociale. E come tutte le infrastrutture, se non viene mantenuta, si deteriora. Rimettere al centro il valore del dono, anche piccolo, significa difendere non solo chi è in difficoltà, ma la tenuta stessa della comunità. Perché una città che non riesce più a prendersi cura dei suoi fragili è una città che, lentamente, smette di riconoscersi come tale.

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